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martedì 13 gennaio 2026

Recensione Inclusion Books: "Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione" di Amanda Leduc

Buongiorno, lettor*! ^^
Rieccoci sul blog, dopo un piccolo stacco per le vacanze natalizie, a parlarvi di libri e molto altro. Ci auguriamo abbiate trascorso tutt* delle splendide feste e siate stat* bene <3 Questo 2026 lo inauguriamo con una recensione di Ms Rosewater per la rubrica Inclusion Books. Nottetempo le ha inviato un testo molto interessante, ovvero Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione, di Amanda Leduc. Una lettura che analizza il mondo della disabilità a partire dalle fiabe popolari più conosciute, e non solo! Scoprite di più nella recensione e lasciateci il vostro parere nei commenti. Vi aspettiamo :) 


Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione
di Amanda Leduc

Prezzo: 12,49 € (eBook) 17,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 264
Genere: saggistica
Editore: Nottetempo
Data di pubblicazione: 12 settembre 2025
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Dai Fratelli Grimm a Perrault, da Andersen a Disney, le fiabe plasmano il nostro sguardo sul mondo, e ci insegnano che la felicità è riservata ai corpi perfetti. Ma cosa succede quando ti ritrovi a identificarti più con la Bestia che con la Bella? Se ogni personaggio disabile è deriso o punito, come può sperare in un “e vissero felici e contenti”? Amanda Leduc, ripercorrendo la sua esperienza di bambina, ragazza e poi donna con paralisi cerebrale, indaga con occhio critico queste narrazioni fondative della nostra cultura e i loro archetipi. Deforme mostra come bellezza e abilità fisica siano da sempre sinonimo di virtù, mentre i corpi non conformi – il gobbo di Notre Dame, i sette nani, le sorellastre di Cenerentola – vengono emarginati e sono meritevoli al massimo di una redenzione incompleta. Anche nell’universo Marvel, dove eroi come Hulk, Daredevil e Iron Man partono da una condizione di vulnerabilità per trasformarsi in qualcosa di “superiore”, si perpetua ancora oggi l’idea che la felicità e l’accettazione sociale siano possibili solo attraverso una metamorfosi che cancella o oltrepassa l’imperfezione originaria. Ma è arrivato il tempo di fare spazio anche a nuove narrazioni. Deforme è un appassionato manifesto che lega la lotta per i diritti delle persone disabili all’apprezzamento del patrimonio storico della fiaba. E all’immaginazione di nuove storie che spezzino la consuetudine, non nascondendo la differenza e mostrando, finalmente, la magia che abita ogni corpo.

Chi non ha il potere sulla storia che domina la sua vita, il potere di raccontarla, ripensarla, decostruirla scherzarci sopra e cambiarla secondo il mutare dei tempi, è davvero impotente.

Salman Rushdie

La mattina del mio accecamento cominciò come tutte le altre. (...) Poi l'uomo mi accecò. Il modo in cui mi accecò fu questo:
Mi accecò con una storia.

Le storie sono potenti.

Shalom Auslander, “Feh”

Le fiabe sono parte fondamentale della nostra architettura mentale, vengono da lontano e ci danno un'immagine del mondo quando ancora non ne abbiamo esperienza; creano standard e aspettative verso gli altri, insegnano comportamenti, definiscono il bene e il male, il bello e il brutto. La loro influenza non si limita ai racconti destinati ai bambini, si perpetua in tutte le narrazioni, così che in romanzi, cartoni animati, serie televisive e film possiamo rintracciare i medesimi schemi e stereotipi.

Tutte le streghe sono brutte e le principesse sono belle, tutte le principesse trovano il loro principe. Di conseguenza tutte le bambine sognano d'incontrare un principe (anche se forse all'inizio neanche sanno cosa sia) e di vivere per sempre felici e contente. Cosa succede però alle bambine disabili, che non possono ballare col principe, non possono salire in carrozzina fino alla cima della torre di Raperonzolo o che hanno un dismorfismo facciale che le rende brutte? Che ne è di queste principesse?

Combinando ricerca letteraria e storia personale, Amanda Leduc esplora i modelli della fiaba classica, le loro origini e la loro riproposizione contemporanea in nuove forme narrative dal punto di vista della disabilità. La sua analisi procede di pari passo con la sua biografia, avvicinando le fiabe classiche di Andersen e dei Fratelli Grimm e la sua infanzia di bambina disabile tra la scuola e l'ospedale, i sogni di ragazzina e le avventure delle principesse Disney, la vita da adulta e i super eroi Marvel e Trono di Spade.

Nelle fiabe tradizionali viene esplicitato un legame tra bellezza, abilità e bontà e bruttezza e cattiveria. Le streghe, gli orchi, i giganti, presentano quasi sempre una disabilità (sono zoppi, orbi, gobbi...) che rende insolito (e descritto come sgradevole) il loro aspetto, e molto spesso è la causa della loro crudeltà e cattiveria. La continua ripetizione di questi modelli - trasversali a molte tradizioni, ma particolarmente radicati nell'Occidente erede della cultura classica - il cui pensiero filosofico coniugava bellezza a bontà - genera un'immagine ideale che esclude o stigmatizza il corpo disabile, non solo caricandolo di valori negativi, ma punendolo, deridendolo e distruggendolo nei gloriosi finali che vedono la fine del cattivo.
In alternativa (ad esempio ne La Sirenetta), la disabilità è posta come un ostacolo alla felicità e all'accettazione da parte degli altri, da superare attraverso prove che dimostrino quanto il protagonista sia meritorio di un intervento magico/divino che lo liberi dal fardello della sua inadeguatezza.

Ma se è questo il trattamento riservato ai disabili nelle fiabe che fondano la nostra immaginazione, come è possibile che nel mondo reale vi sia un atteggiamento equilibrato e positivo nei confronti della disabilità? E come superare l'atteggiamento pietoso nei confronti dei disabili quando vengono continuamente narrati come persone inermi, non in grado di provvedere a loro stesse? (Aggiungo che, se questo vale per tutti i disabili, vale ancora di più per le donne, che pure senza una disabilità subiscono da sempre un giudizio basato sulla loro apparenza fisica e sono ancora ritenute fragili e bisognose di protezione).

Leduc contestualizza le sue ricerche in rapporto col periodo storico, l'esperienza di vita e la cultura degli autori, valuta gli effetti che le proiezioni delle favole hanno prodotto e producono sulla società, il messaggio che trasmettono al pubblico
e le azioni (vissute sulla propria pelle) che generano. Le conseguenze sono a lunghissimo termine e vanno ben oltre il problema della semplice rappresentazione. La stigmatizzazione inizia con le fiabe e prosegue nella socializzazione scolastica e anche nella vita adulta, perché un disabile - a differenza di quanto avviene nelle favole - non subisce una trasformazione magica, e l'ambiente, con le difficoltà fisiche e culturali, continua a essere modellato dallo sguardo generato da quelle storie.

Questa consapevolezza cresce nell'autrice con l'età, i primi passi nel mondo, attraverso un'esperienza all'estero e il drammatico ritorno a casa. Fino a concretizzarsi definitivamente nell'affermazione di Capitan Marvel Io non devo dimostrarti niente, diretta al mondo (e a se stessa), nei confronti del quale si è sempre sentita inferiore, dichiarazione della positività che porta essere sé stessa.

Una delle conclusioni di questo cammino attraverso il bosco incantato delle favole è che i racconti classici rappresentano modelli sociali superati (e, personalmente, trovo non solo dal punto di vista della disabilità) e sono necessarie nuove narrazioni che includano i corpi disabili come un aspetto della varietà della vita, né cattivi né vittime, personaggi che possono aspirare come tutti a essere protagonisti, a un lieto fine non nonostante la disabilità, ma con essa. Nella postfazione è la stessa Leduc a raccontare del Trono di Spade e di re Bran lo Spezzato, evidenziando i lati discutibili e il passo avanti rappresentato dalla crescita del ruolo di questo personaggio, senza cadere mai in un eccessivo ottimismo, ma tenendo conto di ogni possibile risvolto.

Anche se si tratta di un libro non recentissimo (2020), Deforme offre una serie di spunti estremamente interessanti per chiunque voglia studiare le origini culturali della visione della disabilità che ancora sopravvive nella cultura contemporanea e non mancano riferimenti ad altri saggi per approfondire ulteriormente. Anche grazie alla scelta autobiografica è una letttura che appassiona e coinvolge, lo finirete in men che non si dica.

Devo segnalare due inciampi nella traduzione, relativi al settore di cui mi occupo professionalmente: non si parla di linguaggio dei segni ma di Lingua dei Segni (in Italia è stata riconosciuta nel 2021); inoltre, affetto da sordità è un termine medico, fuori da questo ambito normalmente si usano i termini sordo o persona sorda, più adeguati e accettati dalla comunità sorda stessa.
Mi sarebbe anche piaciuto che quel “making space” del titolo originale fosse stato in qualche modo mantenuto nella traduzione, è il nucleo del libro, in fondo.

Ringrazio Nottetempo per avermi inviato il libro.
Grazie anche alla traduttrice Martina Benoni per il suo aiuto.

Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

lunedì 2 ottobre 2023

Recensione: "Il grande sonnellino" di Simon Rich (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Inauguriamo questa prima settimana di ottobre con la recensione di Ms Rosewater a Il grande sonnellino, di Simon Rich, un libro di racconti umoristici, la lettura ideale se cercate qualcosa di leggero che vi sollazzi senza annoiarvi. Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate. A presto! ;)

Il grande sonnellino
di Simon Rich

Prezzo: 8,99 € (eBook) 16,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 216
Genere: racconti, narrativa contemporanea, letteratura umoristica
Editore: Nottetempo
Data di pubblicazione: 29 settembre 2022
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Due spietati pirati prendono possesso di una nave, vorrebbero seminare morte e distruzione ma trovano a bordo una bambina adorabile e sono costretti a conciliare la ricerca del tesoro con i dilemmi della genitorialità. Uno sceneggiatore di successo, vanesio ed egoista, viene risucchiato, come per contrappasso, nel vortice dell’ossessione di sua figlia per “La Bella e la Bestia”. In un’esilarante reinvenzione del racconto noir, un detective di due anni si fa commuovere da una femme fatale (la sorellina) e si mette sulle tracce di un prezioso oggetto smarrito, scoprendo così i loschi intrighi di una banda capitanata dalla Mamma. Strappandoci a ogni frase una risata, queste storie raffinate e irresistibili raccontano l’approdo alla vita adulta, i cambiamenti di sensibilità del mondo che ci circonda e le assurdità che caratterizzano ogni famiglia. Definito “lo Stephen King della scrittura umoristica”, Simon Rich compone con la sua arte comica un indimenticabile mosaico della società contemporanea.

Dopo un periodo di letture cupe avevo bisogno di un po' di divertimento, così ho recuperato questa raccolta a opera di Simon Rich, autore che ha lavorato per il leggendario Saturday Night Live e per I Simpson: gli 11 racconti che racchiude, annunciati da una copertina coloratissima e molto originale, brillano di una comicità surreale, talvolta appuntita e altre malinconica, e ruotano in gran parte attorno al rapporto tra padri e figli.

La prima storia, I ferri del mestiere, vede la formazione di una famiglia non tradizionale composta da due pirati che adottano una bambina e sviluppano le prerogative di qualsiasi famiglia, anche se, ovviamente, con peculiarità piratesche. Il grande sonnellino è una parodia di Il grande sonno di Chandler, in cui un poppante nei panni di Marlowe cerca di risolvere il mistero della scomparsa di un peluche, nonostante le ingerenze di baby-sitter e genitori che tramano alle sue spalle. E poi, nell'esilarante La Bella e la Bestia un occupatissimo sceneggiatore hollywoodiano cade sotto un incantesimo ed è costretto a giocare con la figlia di quattro anni ossessionata dalle canzoni dei film Disney, mentre in Allevata dai lupi, una giovane, cresciuta appunto da una coppia di lupi, riceve con poco entusiasmo la visita dei genitori canidi, dei quali, come tutti i figli con tutti i genitori, ormai non condivide molte abitudini.

Rich riscrive le situazioni più note e i passaggi classici della crescita mettendosi nei panni ora del genitore, ora del figlio, facendo emergere una visione abbastanza ansiosa dei giovani papà e mamme, preoccupati di sbagliare, di non fare abbastanza, di non essere in grado di proteggere i figli, presi tra la prole e i loro stessi genitori (i nonni), che formano spesso temibili alleanze. Anche quando questo elemento famigliare sembra meno evidente, è tuttavia presente, come in Rivoluzione, in cui un giovanissimo principe si trova immerso nello stile di vita del suo popolo e decide di essere un re migliore del padre; oppure nel monologo immaginario di Babe Ruth Mina vagante, che pone la questione della meritocrazia e del nepotismo o ancora in Laser Disc, in cui il passaggio delle generazioni è rappresentato dagli oggetti che nel presente simboleggiano il culmine della tecnologia, per diventare col tempo souvenir malinconici di un passato migliore.

A un livello più profondo si scopre che la matrice della genitorialità è un altro filtro con cui interpretare le paure più diffuse nella società contemporanea, americana ma non solo: quella di perdere il proprio lavoro e con esso una parte della propria identità o di non riuscire a far crescere la relazione col proprio partner e mantenere il controllo sulla propria vita. Ma anche lo scorrere del tempo, questo tempo sempre meno gentile, nel quale uomini e macchine diventano obsolescenti, pronti a essere dismessi e sostituti da modelli più recenti. Questo tempo che si popola di mostri per niente immaginari facilmente identificabili nel collasso climatico, nelle guerre, in tutto ciò che minaccia la sicurezza e si nasconde negli armadi e sotto i letti dei bambini.

Leggero, divertente e non troppo scanzonato, Il grande sonnellino tiene buona compagnia. Peccato sia un po' breve, ma ho già scoperto (sempre di Rich e sempre edito da Nottetempo) Marmocchi Viziati, quasi quasi me lo prendo.

Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

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