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lunedì 16 marzo 2026

Recensione: "Il Regno scritto col fuoco" di John e Kristen Confalor

Buongiorno, lettor*! ^^
Ritorno oggi con la recensione di Il Regno scritto col fuoco, un fantasy che mi ha sorpresa parecchio e di cui vi avevo già parlato su Dracones. È stata una lettura che mi ha conquistata poco a poco, con parecchie idee originali e uno stile secco ma tagliente. Un esordio che vi consiglio, se cercate una storia avventurosa e divertente. Spero John e Kristen Confalor ci regalino presto qualche altra storia o il seguito di questa, perché sarei curiosissima di leggerli.

Il Regno scritto col fuoco
di John e Kristen Confalor

Prezzo: 19,80 € (cop. flessibile)
Pagine: 336
Genere: fantasy, dark-fantasy, epic-fantasy
Editore: Youcanprint
Data di pubblicazione: 18 febbraio 2025

In un regno sul filo della distruzione in cui draghi e umbrat disseminano il terrore, la religione che salvaguarda l'umanità è messa in dubbio da ribelli fou, eretici seguaci del dio dei racconti. Una ragazza segnata dall'artiglio di un drago, diventerà una delle Sacrem, un gruppo di elette prescelte dal culto per frequentare la scuola che le preparerà ad Ascendere e salvare tutti dalla distruzione. Ma le cose non sono sempre come sembrano. Tra il fragore delle armi e sacri rituali, il dubbio si insinuerà, corrodendo dall'interno l'impalcatura su cui si fonda il sacro regno di Columnae. In questa enigmatica realtà dove nulla è come sembra i fratelli John & Kristen daranno voce a tematiche mai come ora attuali: la ricerca di sé stessi ed una via di fuga in un mondo che incatena l'individuo a schemi preimposti. Ma la vera chiave di lettura la si lascia al lettore, che attraverso l'ascolto guidato che il duo ha appositamente selezionato, potrà lasciarsi trasportare e vivere intimamente questa meravigliosa avventura.

C’erano una volta (e ci sono ancora)... un fratello e una sorella, appassionati di mondi fantasy, che hanno deciso di dar vita a una storia tutta loro, partendo da una canzone. Wheightless dei Washed Out è il brano che li ha stregati e da cui tutto ha avuto inizio, come ci tengono a far sapere nei ringraziamenti del loro romanzo d’esordio, Il Regno scritto col fuoco. Una canzone che, effettivamente, riesce a trasmettere forti emozioni all’ascolto e che per John e Kristen Confalor ha rappresentato un punto di partenza. La musica, infatti, non è solo al centro del romanzo come moltissimi altri elementi, ma ne è la colonna portante, poiché i due autori hanno stilato una vera e propria playlist a corredo della lettura, con tanto di QRcode per accedervi. Un accompagnamento importante e onnipresente che riesce a dare risalto alle scene più epiche o ad accordarsi ad altre ugualmente potenti.

Non è la prima volta che resto sorpresa da autor* italian* che scrivono fantasy degni di nota e anche questa volta ho avuto l’occasione di ritrovarmi tra le mani un romanzo che mi ha stupita. John e Kristen Confalor hanno creato un mondo stupefacente, riuscendo a dargli un tocco di originalità che non mi era ancora capitato di leggere. Ci troviamo in un regno popolato da draghi, un regno in rovina che puntualmente si ritrova a sacrificare una Regina affinché venga protetto dalla Dea. Il culto della Dea è molto diffuso a Columnae e tutte coloro che vengono “toccate” dall’artiglio del drago sono destinate a diventare delle Sacrem e avere l’onore, un giorno, di divenire Regine e di “ascendere” per salvare il proprio regno. 

"Il tocco del drago non strappa la mia vita ma la cristallizza nel tempo, come punizione infinita. E, così, sono io a dover espiare la sua colpa… Ma il mio sacrificio non sarà vano. Sarò la fiamma che caccia le ombre, speranza eterna come solida pietra e allora il male sarà sconfitto e il mio popolo sarà salvo."

L’Ascensione è qualcosa che Eve non conosce così bene, ne sente parlare alla madre, come una storiella che si tramanda di generazione in generazione, ma lei è ancora una bambina e certi argomenti non attirano la sua attenzione. Fin quando, un giorno, non si ritrova a perdere ogni cosa. Tutto il suo mondo crolla davanti ai suoi occhi e Eve è costretta a rivalutare la propria vita, il proprio futuro, e ad accogliere quelle tradizioni che mai avrebbe creduto le sarebbe toccato conoscere così da vicino. Un drago terribile devasta il suo villaggio e solo grazie all’intervento di alcuni valorosi cacciatori di draghi riesce a salvarsi. Ma Eve non è più la stessa, adesso è marchiata dall’artiglio del drago. Inizia così un viaggio impervio, insieme a quei cacciatori che l’hanno protetta una volta e che sembrano disposti a farlo ancora per chissà quale motivo. Lei è destinata a diventare una Sacrem e, forse un domani, a diventare Regina e ascendere, ma questo cosa significa per lei? Ed è davvero l’unica scelta che il destino può riservarle?

"Certe scelte non sono né giuste né sbagliate ma solo… necessarie. E possono cambiare il cuore degli uomini."

Eve non vuole ancora pensarci, finché è solo una bambina, ma sembra che la sua storia sia stata scritta e che, inevitabilmente, sappia già che risvolti di trama imboccare…

Ed eccoci all'elemento più originale del libro, ovvero a un tipo di culto che si affianca a quello della Dea e che vede alcuni esseri umani, definiti “Fou” (folli), che credono esista un dio Narratore, uno scrittore che gioca a muovere le fila dei destini dei protagonisti del regno. Un espediente narrativo molto affascinante, questo, che, confesso, mi ha tenuta incollata alle pagine, legandomi alle vicissitudini di tutti i personaggi.

"Loro credevano che esistesse un Dio dei Racconti. Egli era il guardiano e creatore dell’esistenza di ogni cosa, perché era con la sua penna e il calamaio che scriveva ciò che sarebbe dovuto accadere. Uno scrittore con il compito di dare forma e destino ad ogni cosa. Uno scrittore col peso di dover filare una trama credibile e coerente, uno scrittore con delle regole da seguire che spesso lo mandavano in crisi, creando sconvolgimenti nel mondo… uno scrittore in cerca del finale perfetto, proprio come tutti gli scrittori."

Nel corso della lettura, ognuno di loro ha avuto modo di affrontare un proprio percorso di formazione, soprattutto Eve che, da bambina impaurita e triggerata dalla vita, è riuscita a tirar fuori un coraggio inaspettato, ad opporsi a un destino già segnato, a cercare una soluzione che potesse salvare se stessa e il regno senza più inutili sacrifici umani. Una ricerca non facile, che richiede tempo e che giunge a qualcosa di concreto solo quando è il momento giusto, al trascorrere dei capitoli necessari affinché si compia ciò che il Narratore ha in serbo per lei. Dovrà prima fare la conoscenza di Soren e Avraham, all’interno della scuola per Sacrem, due personaggi che risulteranno indispensabili per portare a compimento il suo destino e quello dell’intero regno. Soren, la sua fidata spalla destra, la sua spada, colei che è pronta a difenderla anche a costo della propria vita, l’amica che mai avrebbe creduto di poter avere, i cui sentimenti per lei sono così potenti e cristallini che volerle bene le viene fin troppo naturale. E poi c’è Avraham, un Verbant con una luce negli occhi che, sin dal primo istante, è capace di farla sentire al sicuro e amata. Due amici che mai l’abbandoneranno e grazie ai quali riuscirà a portare a termine una missione apparentemente impossibile, quella di capovolgere le loro sorti e dar vita a qualcosa di nuovo.

"[…] avrebbero fatto tutto il possibile per proteggere ciò che amavano, a costo di perdere tutto."

Ogni cosa in questo romanzo riesce a far vibrare l'immaginazione de* lettor* e a mantenerla sempre accesa. Escludendo alcuni refusi, purtroppo presenti, e un po’ di ripetitività, il testo risulta avere una sua forma ben definita e, a differenza di molti romanzi scritti a quattro mani, non si percepisce alcun cambio di stile o discontinuità, come si trattasse di un'unica voce narrante. La trama è abbastanza complessa ma non tanto da non riuscire a comprenderla appieno. Con degli escamotage di tutto rispetto, che mai appesantiscono la storia, i Confalor hanno saputo inserire spiegazioni valide e plausibili sul funzionamento del regno, sulle sue leggi basate su un credo che governa ogni cosa e sull’affiancamento di un altro culto, meno praticato - più che altro sussurrato e ritenuto prerogativa di gente alienata - che potrebbe esistere come anche no. Il bello del romanzo è proprio la sua capacità di metterti di fronte a queste due realtà, ben distinte, che però sembrano far parte l’una dell’altra. Una realtà dentro una realtà, una sorta di metaracconto, che si apre come un fantasy classico per poi evolvere in qualcosa di totalmente diverso, lasciando l* lettor* al varco di una nuova storia, di un nuovo regno, un nuovo mondo pronto a sorprendere.

Il Regno scritto col fuoco regala momenti di puro divertimento, avventura e azione che comprendono battaglie contro draghi letali, incontri con creature leggendarie, ponti di arcobaleni, viaggi attraverso foreste angosciose in cui affrontare i propri demoni interiori e molto, molto altro. Ma ci sarà spazio anche per dei legami che riusciranno a tenere con il fiato sospeso, come quello tra Eve, Soren e Avraham, il cui sentimento reciproco è qualcosa che fa sicuramente scalpitare di più il cuore. Non si parla di romance vero e proprio ma di qualcosa a metà tra amicizia e amore che i Confalor hanno gestito molto bene senza mai scadere nel banale. Non mancheranno i colpi di scena, concentrati soprattutto nella parte finale del romanzo, con persino un plot twist così sconvolgente che servirà qualche minuto buono per riprendersi.

Altro punto a favore del romanzo, la presenza delle illustrazioni di Cinzia Capurso all’interno del volume, che sottolineano passaggi e momenti decisivi e accompagnano, insieme alla playlist delle canzoni - sempre presente nelle note a piè di pagina - lungo un viaggio che non è soltanto quello dei protagonisti, ma anche di chi legge. Vi sentirete davvero parte di questa storia, avvinti da tematiche anche molto attuali. La ribellione a un sistema politico che ti impone cosa accettare e cosa credere, un destino già scritto al quale sottrarsi, un'identità sessuale libera e senza pregiudizi. Il tutto condito da una buona dose di magia, creature inquietanti e sanguinarie, riti sacri, battaglie epiche, morti devastanti.

Il Regno scritto col fuoco ha tutte le carte in regola per imporsi nel mondo del fantasy italiano e restare impresso grazie a elementi innovativi e intriganti. Consiglio assolutamente di dargli un’opportunità, mentre per quanto mi riguarda, resterò in attesa del prossimo volume, augurandomi ancora più emozioni e sorprese.
Fonte immagini: Pinterest

mercoledì 11 marzo 2026

Milk, Cookies&Books: "Orso che sonno!" di Nick Bland e "Il dodo raffreddado" di Haider Bucar

Buongiorno, lettor*!^^
È da un po' che non vi porto qualche recensione di libri per bambini. Come sapete, tra le varie rubrichette di Coffee&Books, ce n’è una carinissima che io amo, Milk, Cookies&Books, dedicata proprio alla letteratura per l'infanzia e alle letture per i più piccoli. Per farmi perdonare, oggi vi parlo di ben due volumi che mi sono arrivati nei mesi scorsi e che ho adorato. Li ha amati molto anche mio figlio, infatti i due libri erano diventati suoi ostaggi, ormai :P Si tratta di Orso che sonno!, di Nick Bland, e Il Dodo raffreddado, di Haider Bucar, entrambi editi Caissa Italia Editore.
 Ringrazio l’ufficio stampa La Chicca e la casa editrice Cassia per le copie omaggio in cambio di una recensione onesta.

Orso che sonno!, di Nick Bland e 
Il Dodo raffredado, di Haider Bucar


È sempre giorno di festa a casa quando arrivano libri per bambini. Nonostante la mia libreria stia straripando e quella di mio figlio altrettanto, ci sono titoli troppo curiosi a cui non sappiamo proprio resistere. Caissa Italia Editore ha pubblicato ultimamente dei libri davvero deliziosi, che vi consiglio di recuperare al più presto, sapranno farvi divertire come pochi e faranno ridere da matti i vostri bimbi. Oggi vi parlo di due libri in particolare: Orso che sonno!, di Nick Bland, e Il Dodo raffreddado, di Haider Bucar.

Orso che sonno!
è un volumetto spassosissimo che ha per protagonisti un orso in procinto di andare in letargo e una volpe furbetta. L'atmosfera invernale è quella che ci accoglie da subito, calma e morbida in un primo momento, spezzata poi dall'euforia dei toni spigliati della volpe malandrina. L'orso, con i suoi occhi socchiusi e la sua aria stanca, ci infonde tenerezza e ci fa empatizzare con il suo desiderio di mettersi al riparo e riposare. Ma la volpina non sembra volerlo lasciare in pace. Attratta dalla sua accogliente caverna, decide di convincere l’orso a cambiare dimora, portandolo a valutare soluzioni alternative per il suo lauto riposo. L’orso, che è davvero molto stanco, si lascia abbindolare e la segue ovunque lo conduca, ma nessun riparo sembra adatto come lo è la sua casetta. La nostra volpina, che qui ha l’aria di essere un agente immobiliare dalle doti molto persuasive, è ricca di entusiasmo nel mostrare luoghi che, secondo lei, potrebbero fare al caso dell’orso: la galleria di un treno, anche se un po'... rumorosa, un buco in un albero pieno di pipistrelli naturalmente inoffensivi, una grotta sulla spiaggia con qualche problemino di umidità. Così tanti imprevisti coglieranno l’orso stanco, che alla fine deciderà di tornare alla sua vecchia dimora... per poi ritrovarsi davanti un’inaspettata sorpresa. Non vi svelo quale per non rovinarvi la lettura, ma ovviamente ci sarà da ridere. 

La lettura è scorrevole, tra narrazione e dialoghi, il tutto condito da rime che danno alla storia un ritmo cadenzato e musicale che funziona benissimo. Talvolta i testi sono più grandi di carattere, per enfatizzare suoni e parole e questo rende la lettura ancora più dinamica e mai noiosa. 
Entrambi i personaggi hanno dei caratteri ben definiti. La vera simpatia del libro sta nelle espressioni degli animali, ogni illustrazione riesce a trasmettere lo spirito ironico della storia, dalle facce buffe e assonnate di Orso a quelle birbanti della volpe. Non riuscirete a resistere a questa storia. I colori sono tenui, pastellosi, delicati, a trasmettere anche loro dolcezza come i toni dell'intero libro.

E se siete curios* di conoscere altre avventure di Orso, Nick Bland ha scritto altri libri per questa serie con protagonista il nostro caro Orso imbronciato. Sono disponibili sempre per Caissa Editore, io sicuramente li recupererò tutti. 

Una storia spigliata, che saprà regalarvi il buonumore e vi farà anche chiedere quanta pazienza e tolleranza riesca ad avere il nostro Orso, che nonostante i giochetti di Volpe riesce a essere a suo modo solidale e accondiscendente con lei. Ma come non empatizzare con la volpina, che come tutti gli animali del bosco, vuol solo trovare riparo per l'inverno? Il finale lo adorerete!

Di tutt’altro genere è il libro di Haider Bucar, Il Dodo raffredado, una storia che unisce umorismo a divulgazione. L’autrice e illustratrice, che aveva già pubblicato Il vombato dal sedere quadrato, sempre per Caissa, si dedica a un nuovo animale estinto e strano, il dodo. Secondo questo racconto, il dodo all’inizio si chiamava Toto, poi un brutto temporale gli causa il raffreddore e così si ritrova a rispondere “Dodo” a chiunque gli chieda qual è il suo nome. Ahi, ahi, che guaio! 
Come se non bastasse, il Dodo è famoso anche per avere un corpo un po’ particolare… a forma di pera! E questa cosa lo mette un bel po’ a disagio, soprattutto perché le sue ali son piccoline e lui troppo pesante per poter volare. Ma col suo famigerato raffreddore, alla fine, troverà il modo di volare...

Anche qui non vi racconto tutto nel dettaglio per lasciarvi il piacere di leggere la storia e scoprire cosa combinerà il dodo. Sappiate che anche con questo libro ci si diverte molto (credo sia quello che mio figlio ha amato di più). È facile sentirsi in sintonia con il protagonista, che col suo raffreddore epico riesce a far diventare simpatico qualcosa che molti bambini magari detestano. In più, la figura del dodo è rappresentata in tutti i suoi pregi e difetti e questo non fa che renderla ancora più vicina a chi legge. Non abbiamo i tipici animali protagonisti delle storie per bambini, in questa serie, ma animali poco conosciuti, insoliti e strani. Una trovata molto apprezzata, a mio parere, e che fa in modo che i bambini si rapportino anche con la diversità e le imperfezioni, con tutto ciò che, alla fine, ci rende speciali e ci distingue dagli altri.

Anche qui abbiamo una narrazione molto fluida, ma più d'impatto, con frasi brevi e rimate a dare un ritmo ancora più rapido alla lettura. I caratteri sono molto grandi, e si prestano perfettamente per le prime letture. I colori delle illustrazioni risultano accesi, ricchi di contrasti, con un tratto molto forte e contorni scuri e decisi. 

Il Dodo è un personaggio tanto strambo e ironico quanto sfortunato. L'autrice ci fa conoscere vari aspetti che lo riguardano e ci offre una sua divertente visione sull'estinzione dell'animale.

È un libro che si legge velocemente, ma che lascia un delizioso ricordo di sé grazie a un protagonista assai curioso. Una lettura riuscitissima e perfetta per i bambini e le bambine che amano conoscere gli animali più stravaganti. 

Non mi resta che augurarvi buone letture! 
A presto!
Photo credit: @francikarou @coffee&books

martedì 10 marzo 2026

Recensione: "La Voce di Balavat" di Francesca Zuccato

Buongiorno, lettor*! 
Come state? Io ancora in piedi, nonostante vari malanni (miei e di mio figlio). Sono state giornate un po' pesanti e devo dire che mi è mancato un sacco il mio angolino libroso, non avrei voluto starci lontano così a lungo, ma per dei giorni non ho avuto la forza di fare nulla, credetemi. Per fortuna mi sono ripresa e torno con tanto entusiasmo a parlarvi delle mie amate letture.
Oggi vi porto qui sul blog una recensione uscita per Dracones. Per chi non lo sapesse, scrivo recensioni anche per il magazine di questa bellissima associazione dedicata al fantasy italiano (se non la conoscete ancora, andate subito a dare un'occhiata!). Vi ho parlato proprio lì del primo volume della serie military fantasy di Francesca Zuccato, La Voce di Balavat. Per chi si fosse perso quella recensione, ve la ripropongo anche qui. Intanto il 13 marzo uscirà, finalmente, il secondo, attesissimo volume, Il falco di Balavat, perciò #staytuned, perché vi parlerò anche di lui *-*

La Voce di Balavat
di Francesca Zuccato

Prezzo: 4,99 € (eBook) 15,90 € (cop. flessibile)
Pagine: 350
Genere: fantasy politico, military-fantasy, fantasy
Editore: Triskell Edizioni
Data di pubblicazione: 13 dicembre 2024

Remmy è una Vendifumo, grazie alla sua voce, riesce ad alterare i pensieri delle persone. Non ricorda il suo passato, forse è l’ultima della sua gente, quelli come lei sono stati sterminati dall’esercito del generale Ivanov. Scaltra e svelta, vive alla giornata, sempre in fuga da una città all’altra per far perdere le sue tracce. Complice un attimo di distrazione, Remmy cade nelle mani di Yoel Braun e Albios Crane, due soldati appartenenti all’ordine dei Quietatori, i nemici giurati di tutti i Vendifumo. Remmy teme di avere le ore contate, ma i due uomini le rivelano che non la vogliono uccidere. Anzi, hanno bisogno del suo aiuto per una missione segreta da cui dipende la sicurezza di tutta la Nazione. Ha inizio un viaggio durante il quale il confine tra realtà e menzogna si fa labile. Remmy si ritrova a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto, persino se stessa.

"Se le tue bugie potessero salvare delle persone, molte, moltissime persone, non meriterebbero di essere raccontate?"

Tra i libri più interessanti usciti di recente in Italia vi è senza dubbio La Voce di Balavat, military fantasy scritto da Francesca Zuccato e pubblicato da Triskell Edizioni. La voce di Balavat si impone sin da subito come una storia potente, il cui punto forte è l’elemento politico, che l’autrice sviluppa non senza una certa abilità e stando sempre attenta a non appesantire la storia nonostante la materia ostica da gestire. Riuscire a far immergere i* lettor* nel mondo da lei creato e nelle sue dinamiche dal primo istante, senza sconfinare nell’eccessivo “telling”, fa guadagnare a Zuccato dei punti e rende il romanzo più scorrevole del previsto, con un ritmo narrativo costante, senza incagli di alcun genere. Il multipov, gestito altrettanto bene, è un altro fiore all’occhiello di questo romanzo. Se nella prima parte della storia impariamo a conoscere due dei personaggi principali, Remmy e Yoel, e a entrare in sintonia con loro, soltanto nell’ultima parte avremo modo di esplorare il punto di vista di Albios, personaggio emblematico, trincerato per quasi tutto il tempo nei suoi segreti e misteri. Lo scorcio di vissuto che l’autrice ci mostrerà di lui, ci darà modo di comprendere quanto dietro la sua scorza dura e impenetrabile vi sia un uomo con un cuore spezzato, che si porta addosso ferite del passato non ancora rimarginate (e se voleste approfondire ancora di più la sua storia, vi basterà leggere la novella Una causa persa, disponibile per gli iscritti alla newsletter dell’autrice).

I personaggi creati da Zuccato esulano dai soliti cliché. Non abbiamo i tipici eroi fantasy impavidi e pronti a tutto, ma personaggi con fragilità e caratteristiche rare da trovare. Albios, detto il Falco, è un uomo che apparentemente sembra non temere niente e nessuno, disposto a qualunque sacrificio per Balavat e la pace. Bravo a soffocare desideri ed emozioni, si lascia guidare soltanto dal dovere. Eppure, come scopriremo, sotto sotto non è sempre stato così e forse, ancora, c’è nascosto quel lato in lui che non è solo quello che mostra. Albios si presenta come un uomo dalla prestanza fisica notevole, alto e abile spadaccino. Si distingue per il colore chiaro dei suoi capelli. Il suo essere albino non lo rende meno affascinante o meno temibile agli occhi di chi lo incontra, piuttosto il contrario. E in più, vedremo come i suoi interessi amorosi non siano quelli canonici (un aspetto di lui che ne mette in risalto debolezze e umanità, a discapito della solida corazza dietro cui si trincera). 

Stessa cosa vale per Remmy, che non fa segreto della sua bisessualità – che coincide con una ricerca d'affetto costante, lì dove non ne ha mai ricevuto - e dotata di un potere tanto grande quanto pericoloso. Lei è l’ultima Vendifumo, con la sua voce può modificare la verità, può far credere alla gente qualsiasi cosa, può fare del bene ma allo stesso tempo del male. Con un potere simile è facile pensare che possa diventare un bersaglio, anzi, sarebbe meglio dire, una preda. Dopo che tutta la sua famiglia e il resto della stirpe di Vendifumo è stata sterminata, a lei non resta altro che nascondersi. Ma qualcuno è a conoscenza della sua esistenza e in nessun luogo sarà mai completamente al sicuro. Forse soltanto al seguito del Falco e del Corvo di Balavat. Insieme a loro intraprenderà un cammino che la porterà lontano, che la aiuterà a conoscere quella verità che da troppo tempo le viene celata e scoprirà di essere molto più di una semplice Vendifumo. Un nuovo e imprevedibile scopo la trasformerà in un’arma a doppio taglio e davanti ai suoi desideri dovrà mettere il sacrificio.

Ci sarà anche spazio per le emozioni in questo romanzo, emozioni dalle sfumature più disparate, che faranno capolino in più momenti, ma restando sempre un passo indietro rispetto ad altre tematiche. È da apprezzare come l’autrice abbia saputo dosare bene ogni elemento a sua disposizione, creando una storia dal potenziale enorme. Questo primo libro non è che un preambolo di ciò che la serie può regalare a* lettor*, contenuti complessi e talvolta oscuri, personaggi tutti da scoprire, avventura, misteri e in ultimo, ma non per importanza, riflessioni sulla verità. Quella verità a cui ognuno, all’interno della storia, si aggrappa come a qualcosa di sacro. Una verità che, però, per il bene comune, viene spesso celata, a favore di bugie capaci di creare l’illusione di un mondo più giusto e perfetto.

"Le bugie erano fondamentali per sopravvivere in un mondo duro, ma, per me, il valore della verità era superiore a ogni altra cosa."

Non troverete in questo libro molti personaggi, anzi si può dire che quasi tutto il romanzo ruoti intorno ai tre già menzionati. L’autrice ne sviscera qualità e difetti, portandoci a esplorarne ogni sfumatura grigia. Non ci risparmia nemmeno i colpi di scena, perché nel finale troverà il modo di lasciarci a bocca aperta e desideros* di avere già il seguito tra le mani.

Remmy è senza dubbio colei che più di tutti riesce a fare un percorso importante all’interno della storia, senza mai perdere la propria identità o dignità. È una ragazza che per forza di cose si vede costretta ad agire in una determinata maniera, conosce i suoi errori ma non i suoi limiti e questi dovrà metterli alla prova durante il suo viaggio. È una ragazza che sa bene cosa vuole e che sa imporre il proprio pensiero, ma ha anche paura di essere fino in fondo se stessa. Di ingannare, tradire, occultare la verità. Sa quanto sia pericoloso, ma soprattutto quanto possa esserlo lei, se solo accettasse di cambiare il passato per salvare Balavat.

Io sono una donna libera, non sono un soldato. Mentirò per voi solo se lo vorrò.

A fare da contraltare a Remmy, il personaggio di Yoel, un soldato ligio al dovere e fin troppo fiducioso riguardo il suo ruolo. Tramite Yoel, l’autrice approfondisce un tema molto delicato, ovvero quello di farsi plasmare l’esistenza da qualcun altro, un genitore, ad esempio. Yoel non ha mai potuto scegliere per sé, accontentandosi di far felice la madre lasciandole decidere tutto, fidandosi di lei, senza riuscire a far valere i suoi desideri. È diventato il soldato che lei voleva diventasse, sebbene, poi, ogni suo successo sia stato solo frutto della propria dedizione e dei propri sacrifici.

Non ho mai avuto il tempo o il coraggio di vivere per me stesso.

Yoel è un personaggio sensibile e questa sua sensibilità fa quasi a pugni con ciò che rappresenta all’interno della storia
, soprattutto con lo scopo per cui nasce il Corvo di Balavat. Ma la sua propensione a riprendere in mano il proprio destino, a fare le scelte più giuste dinanzi al futuro che lo aspetta, a sacrificarsi pur sapendo quanto perderà, lo rende uno dei personaggi più intriganti di sempre.

La voce di Balavat è una lettura che metterà a dura prova i vostri neuroni, chiedendovi cosa fareste voi al posto dei protagonisti. Entrare in empatia con loro, una volta conosciuti bene, sarà facile, ma non lo sarà altrettanto comprendere le dure scelte che si troveranno ad affrontare. Il loro è un destino fatto di menzogne, sotterfugi e segreti e “a volte, dimenticare è l’unico modo per continuare a vivere”. La guerra li porterà a compiere cose terribili, le loro spade “strumento nelle mani di un folle”. Ma anche di fronte al destino più avverso, avranno sempre la possibilità di cambiare ogni cosa, di ribaltare la situazione, non accettando ciò che viene loro imposto.

L’autrice è capace di tenere sulle spine grazie alla costruzione sapiente di una ragnatela di inganni. Fino all’ultimo non saprete di chi fidarvi, se chi avete davanti sia sincero o nasconda qualche segreto o doppio fine. È tutta una catena di conseguenze che porterà a un finale pazzesco, a scelte inaspettate, tanto da non riuscire a immaginare cosa possa inventarsi Zuccato per rimettere le cose in ordine nel volume successivo.

Se cercate una storia appassionante e intensa, personaggi grigi ai quali affezionarvi, tematiche lgbt+, inclusione, family found, momenti di riflessione, La voce di Balavat è il fantasy che fa per voi.
Fonte immagini: Pinterest

mercoledì 4 febbraio 2026

Coffee&Ciak: "Marty Supreme" (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, car* lettor*! ^^
Oggi arriva la recensione di un film uscito da poco e molto chiacchierato, soprattutto per la campagna di promozione ma anche per l'interpretazione del protagonista. Si tratta di Marty Supreme, con Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow. Lo ha visto per noi Ms Rosewater e ce ne parla con entusiasmo. Scoprite di più nella sua recensione e non dimenticate di lasciarci un commentino ;) A presto!

Marty Supreme

Ognuno di noi può avere quello che vuole purché sia disposto a pagarne il prezzo”. Il motto di Rupert Pumpkin di Re per una notte, scorre nelle vene di Marty Mauser: rapina, imbroglia, manipola, ruba, implora, mente, si umilia pur di raggiungere i suoi obiettivi. Abile commesso nel negozio di scarpe dello zio, dotato di una prodigiosa parlantina, è determinato a diventare un campione di ping pong. È bravo e incredibilmente sicuro di sé, dotato di un fascino trascinante, in grado di coinvolgere chiunque nei propri progetti. Ma per partecipare ai tornei ci vogliono soldi, che nemmeno lo zio - che glieli deve - vuole dargli. E allora se li prende, dando il via a una fuga vertiginosa dalla mediocrità, dalla famiglia, da una madre che lo ricatta affettivamente e dall'amante, sua vicina di casa, verso il successo e la celebrità.

Col suo aspetto da beffardo, giovanissimo Groucho Marx, è inarrestabile nella sua discesa e nei suoi trionfi; orgoglioso e arrogante, supplichevole e sottomesso, non c'è nulla di cui non sia capace pur di realizzare il suo sogno. È sempre sul limite, pronto a saltare da un altissimo trampolino con una traiettoria imprevedibile. E, mentre gioca a ping pong, cerca di trovare il denaro per finanziare i suoi viaggi e mette incinta la propria amante, travolge la vita di coloro che incontra sulla sua strada. È così non solo per gli amici che cercano di aiutarlo, ma anche per gli sconosciuti che incontra per caso (come Abel Ferrara, in un cameo cucito su misura) o aggancia: è il caso dell'attrice in declino Kay Stone (la sempre legnosa Gwyneth Paltrow) e del ricchissimo marito Milton Rockwell.

La relazione con la coppia è d'interesse economico, ed è emblematica del capitalismo americano (più attuale che mai) che fa del denaro un valore morale, non solo per dichiarare la propria superiorità, ma anche per umiliare e distruggere (un esempio assai più drammatico lo troviamo in The brutalist). Ma i due rappresentano anche una sorta di famiglia adottiva, in cui se la “madre” cede alla corte interessata di Marty per colmare il proprio vuoto, il contrasto col “padre” è inevitabile e definitivo.

L'antisemitismo dell'America post-bellica è un elemento quasi inaspettato ma sottolineato più volte, a partire dal risentimento di Rockwell per la morte del figlio nel Pacifico, che non risparmia a un reduce dai campi di concentramento.

Il tradimento e la menzogna sono le fondamenta delle relazioni: tutti tradiscono tutti, imbrogliano alla ricerca di un vantaggio truffaldino, un guadagno in denaro, amore, controllo. In fondo, Marty Mauser sfrutta gli unici mezzi che gli sono concessi e - al contrario degli altri - è consapevole delle proprie azioni e dei motivi che lo portano a compierle.

Se in A complete unknown Timothée Chalamet, nonostante l'impegno, risultava stucchevole nella ricostruzione quasi didascalica di un personaggio reale, trova in Marty Mauser, ispirato alla figura del pongista Marty Reisman, un ruolo entusiasmante, esagerato e divertente che gli dà maggiore libertà espressiva e che riesce a fare veramente suo. In scena dall'inizio alla fine, la sua interpretazione energica mantiene alta l'attenzione e contribuisce all'unità e alla fluidità narrativa. La regia riesce a esaltare questa elettricità mantenendo un ritmo sostenuto che non cala praticamente mai, culminando nel finale, abbastanza inaspettato e ironico, la fine della fuga di Marty.

Merita una menzione anche la colonna sonora, composta da canzoni degli anni '80 (troverete nella sigla d'apertura una citazione da un noto film del periodo), '50 e altro, come recitano i titoli di coda, una scelta eclettica che funziona alla grande in un film che sorprende dall'inizio alla fine.

Per chi volesse scoprire qualcosa di più sul personaggio che ha ispirato la storia di Marty Supreme, ecco un link.

Ms Rosewater


Fonte immagini: Google immagini

martedì 13 gennaio 2026

Recensione Inclusion Books: "Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione" di Amanda Leduc

Buongiorno, lettor*! ^^
Rieccoci sul blog, dopo un piccolo stacco per le vacanze natalizie, a parlarvi di libri e molto altro. Ci auguriamo abbiate trascorso tutt* delle splendide feste e siate stat* bene <3 Questo 2026 lo inauguriamo con una recensione di Ms Rosewater per la rubrica Inclusion Books. Nottetempo le ha inviato un testo molto interessante, ovvero Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione, di Amanda Leduc. Una lettura che analizza il mondo della disabilità a partire dalle fiabe popolari più conosciute, e non solo! Scoprite di più nella recensione e lasciateci il vostro parere nei commenti. Vi aspettiamo :) 


Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione
di Amanda Leduc

Prezzo: 12,49 € (eBook) 17,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 264
Genere: saggistica
Editore: Nottetempo
Data di pubblicazione: 12 settembre 2025
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Dai Fratelli Grimm a Perrault, da Andersen a Disney, le fiabe plasmano il nostro sguardo sul mondo, e ci insegnano che la felicità è riservata ai corpi perfetti. Ma cosa succede quando ti ritrovi a identificarti più con la Bestia che con la Bella? Se ogni personaggio disabile è deriso o punito, come può sperare in un “e vissero felici e contenti”? Amanda Leduc, ripercorrendo la sua esperienza di bambina, ragazza e poi donna con paralisi cerebrale, indaga con occhio critico queste narrazioni fondative della nostra cultura e i loro archetipi. Deforme mostra come bellezza e abilità fisica siano da sempre sinonimo di virtù, mentre i corpi non conformi – il gobbo di Notre Dame, i sette nani, le sorellastre di Cenerentola – vengono emarginati e sono meritevoli al massimo di una redenzione incompleta. Anche nell’universo Marvel, dove eroi come Hulk, Daredevil e Iron Man partono da una condizione di vulnerabilità per trasformarsi in qualcosa di “superiore”, si perpetua ancora oggi l’idea che la felicità e l’accettazione sociale siano possibili solo attraverso una metamorfosi che cancella o oltrepassa l’imperfezione originaria. Ma è arrivato il tempo di fare spazio anche a nuove narrazioni. Deforme è un appassionato manifesto che lega la lotta per i diritti delle persone disabili all’apprezzamento del patrimonio storico della fiaba. E all’immaginazione di nuove storie che spezzino la consuetudine, non nascondendo la differenza e mostrando, finalmente, la magia che abita ogni corpo.

Chi non ha il potere sulla storia che domina la sua vita, il potere di raccontarla, ripensarla, decostruirla scherzarci sopra e cambiarla secondo il mutare dei tempi, è davvero impotente.

Salman Rushdie

La mattina del mio accecamento cominciò come tutte le altre. (...) Poi l'uomo mi accecò. Il modo in cui mi accecò fu questo:
Mi accecò con una storia.

Le storie sono potenti.

Shalom Auslander, “Feh”

Le fiabe sono parte fondamentale della nostra architettura mentale, vengono da lontano e ci danno un'immagine del mondo quando ancora non ne abbiamo esperienza; creano standard e aspettative verso gli altri, insegnano comportamenti, definiscono il bene e il male, il bello e il brutto. La loro influenza non si limita ai racconti destinati ai bambini, si perpetua in tutte le narrazioni, così che in romanzi, cartoni animati, serie televisive e film possiamo rintracciare i medesimi schemi e stereotipi.

Tutte le streghe sono brutte e le principesse sono belle, tutte le principesse trovano il loro principe. Di conseguenza tutte le bambine sognano d'incontrare un principe (anche se forse all'inizio neanche sanno cosa sia) e di vivere per sempre felici e contente. Cosa succede però alle bambine disabili, che non possono ballare col principe, non possono salire in carrozzina fino alla cima della torre di Raperonzolo o che hanno un dismorfismo facciale che le rende brutte? Che ne è di queste principesse?

Combinando ricerca letteraria e storia personale, Amanda Leduc esplora i modelli della fiaba classica, le loro origini e la loro riproposizione contemporanea in nuove forme narrative dal punto di vista della disabilità. La sua analisi procede di pari passo con la sua biografia, avvicinando le fiabe classiche di Andersen e dei Fratelli Grimm e la sua infanzia di bambina disabile tra la scuola e l'ospedale, i sogni di ragazzina e le avventure delle principesse Disney, la vita da adulta e i super eroi Marvel e Trono di Spade.

Nelle fiabe tradizionali viene esplicitato un legame tra bellezza, abilità e bontà e bruttezza e cattiveria. Le streghe, gli orchi, i giganti, presentano quasi sempre una disabilità (sono zoppi, orbi, gobbi...) che rende insolito (e descritto come sgradevole) il loro aspetto, e molto spesso è la causa della loro crudeltà e cattiveria. La continua ripetizione di questi modelli - trasversali a molte tradizioni, ma particolarmente radicati nell'Occidente erede della cultura classica - il cui pensiero filosofico coniugava bellezza a bontà - genera un'immagine ideale che esclude o stigmatizza il corpo disabile, non solo caricandolo di valori negativi, ma punendolo, deridendolo e distruggendolo nei gloriosi finali che vedono la fine del cattivo.
In alternativa (ad esempio ne La Sirenetta), la disabilità è posta come un ostacolo alla felicità e all'accettazione da parte degli altri, da superare attraverso prove che dimostrino quanto il protagonista sia meritorio di un intervento magico/divino che lo liberi dal fardello della sua inadeguatezza.

Ma se è questo il trattamento riservato ai disabili nelle fiabe che fondano la nostra immaginazione, come è possibile che nel mondo reale vi sia un atteggiamento equilibrato e positivo nei confronti della disabilità? E come superare l'atteggiamento pietoso nei confronti dei disabili quando vengono continuamente narrati come persone inermi, non in grado di provvedere a loro stesse? (Aggiungo che, se questo vale per tutti i disabili, vale ancora di più per le donne, che pure senza una disabilità subiscono da sempre un giudizio basato sulla loro apparenza fisica e sono ancora ritenute fragili e bisognose di protezione).

Leduc contestualizza le sue ricerche in rapporto col periodo storico, l'esperienza di vita e la cultura degli autori, valuta gli effetti che le proiezioni delle favole hanno prodotto e producono sulla società, il messaggio che trasmettono al pubblico
e le azioni (vissute sulla propria pelle) che generano. Le conseguenze sono a lunghissimo termine e vanno ben oltre il problema della semplice rappresentazione. La stigmatizzazione inizia con le fiabe e prosegue nella socializzazione scolastica e anche nella vita adulta, perché un disabile - a differenza di quanto avviene nelle favole - non subisce una trasformazione magica, e l'ambiente, con le difficoltà fisiche e culturali, continua a essere modellato dallo sguardo generato da quelle storie.

Questa consapevolezza cresce nell'autrice con l'età, i primi passi nel mondo, attraverso un'esperienza all'estero e il drammatico ritorno a casa. Fino a concretizzarsi definitivamente nell'affermazione di Capitan Marvel Io non devo dimostrarti niente, diretta al mondo (e a se stessa), nei confronti del quale si è sempre sentita inferiore, dichiarazione della positività che porta essere sé stessa.

Una delle conclusioni di questo cammino attraverso il bosco incantato delle favole è che i racconti classici rappresentano modelli sociali superati (e, personalmente, trovo non solo dal punto di vista della disabilità) e sono necessarie nuove narrazioni che includano i corpi disabili come un aspetto della varietà della vita, né cattivi né vittime, personaggi che possono aspirare come tutti a essere protagonisti, a un lieto fine non nonostante la disabilità, ma con essa. Nella postfazione è la stessa Leduc a raccontare del Trono di Spade e di re Bran lo Spezzato, evidenziando i lati discutibili e il passo avanti rappresentato dalla crescita del ruolo di questo personaggio, senza cadere mai in un eccessivo ottimismo, ma tenendo conto di ogni possibile risvolto.

Anche se si tratta di un libro non recentissimo (2020), Deforme offre una serie di spunti estremamente interessanti per chiunque voglia studiare le origini culturali della visione della disabilità che ancora sopravvive nella cultura contemporanea e non mancano riferimenti ad altri saggi per approfondire ulteriormente. Anche grazie alla scelta autobiografica è una letttura che appassiona e coinvolge, lo finirete in men che non si dica.

Devo segnalare due inciampi nella traduzione, relativi al settore di cui mi occupo professionalmente: non si parla di linguaggio dei segni ma di Lingua dei Segni (in Italia è stata riconosciuta nel 2021); inoltre, affetto da sordità è un termine medico, fuori da questo ambito normalmente si usano i termini sordo o persona sorda, più adeguati e accettati dalla comunità sorda stessa.
Mi sarebbe anche piaciuto che quel “making space” del titolo originale fosse stato in qualche modo mantenuto nella traduzione, è il nucleo del libro, in fondo.

Ringrazio Nottetempo per avermi inviato il libro.
Grazie anche alla traduttrice Martina Benoni per il suo aiuto.

Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

sabato 27 dicembre 2025

Recensione: "Mostri" di Claire Dederer (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Come state trascorrendo queste festività natalizie? Noi molto bene e, tra un'occasione e l'altra, non smettiamo di leggere libri e regalarvi le nostre opinioni. Oggi si parla di un saggio molto interessante e, secondo me, dagli spunti attualissimi. Si tratta di Mostri. Distinguere o non distinguere le vite dalle opere: il tormento dei fan, di Claire Dederer. Lo ha letto e analizzato la nostra Ms Rosewater. Vi consiglio di non perdervi la recensione. Aspettiamo i vostri commenti!

Mostri
di Claire Dederer

Prezzo: 11,99 € (eBook) 20,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 320
Genere: saggistica
Editore: Altrecose
Data di pubblicazione: 10 aprile 2024
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

In un libro generato da un lungo pezzo pubblicato sulla Paris Review nel 2017, mentre nasceva il movimento #MeToo, e subito diventato virale e discusso, Claire Dederer coinvolge i lettori nel chiedersi: come dobbiamo convivere, oggi, con le opere di artisti (ma anche artiste) «mostruosi»? Possiamo e dobbiamo ancora amare le opere di Hemingway, Allen, Polanski, Miles Davis, o Picasso? I geni – che chiamiamo anche «mostri» di bravura – meritano un trattamento speciale? La responsabilità maschile è identica a quella femminile, e che cosa può far deragliare il giudizio quando l’artista è una donna, come nel caso di J.K. Rowling, o di Virginia Woolf? Dederer ammira con coinvolgimento certi film di Polanski ogni volta che li vede, ma non gli concede indulgenze o attenuanti sugli abusi: si può convivere con questa contraddizione? Sono tutte domande protagoniste di questi anni e di quelli che verranno, sui giornali e nei dibattiti in tv, ma anche negli uffici che frequentiamo ogni giorno, a cena con gli amici, e nelle nostre coscienze. Le risposte non sono mai nette, per Dederer, e proprio questo le rende delle risposte preziose e soddisfacenti. Illuminante, onesto e mai così attuale, "Mostri" è un libro scritto come una conversazione con chi legge, ricco di divagazioni interessanti, che aiuta a pensare e a discutere. Prefazione di Giulia Siviero.

“Perché non era vero quello che dicevano, e i giornalisti lo perseguitavano e lui gli offriva denaro, non perché fosse colpevole, ma perché la smettessero, non ne poteva più di essere seguito e voleva difendere il suoi figli...”
Improvvisamente il telefono della donna cominciò a squillare:”Smooth Criminal” di Michael Jackson, naturalmente.

Questa conversazione (realmente avvenuta) avrebbe potuto essere inclusa nel saggio di Claire Dederer come esempio di risposta alla domanda “Cosa ne facciamo dell'arte dei mostri?”, cioè come reagire di fronte ad azioni orribili perpetrate da grandi artisti, artisti che amiamo? Eliminarli dalle nostre vite o continuare ad ascoltare la loro musica, guardare i loro film e leggere i loro libri?

All'indomani della diffusione virale del movimento #Meetoo, Dederer riguarda perplessa i film di Roman Polansky: nonostante le note vicende penali che lo hanno coinvolto siano una macchia incancellabile, le sue opere mantengono la loro perfezione, sono l'espressione di un genio; continuare a guardare quelle immagini come se niente fosse è impossibile, ma rinunciarvi potrebbe esserlo altrettanto. Non si tratta di una situazione infrequente, tutti almeno una volta si saranno trovati a vivere questo tormento: scoprendo che Céline era antisemita, che Picasso faceva delle sue amanti le proprie muse finché non decideva di distruggerle; che Woody Allen ha sedotto la figlia adottiva quando era ancora una ragazzina e lui già uomo di mezza età, o il ruolo di J.K. Rowling nell'esclusione delle persone transgender dalla definizione di “donna” nell'Equality Act. Di recente, le rivelazioni su Neil Gaiman hanno scioccato il suo pubblico.

Chiunque può fare cose orribili, ma non ce lo aspettiamo dagli artisti, coloro che producono bellezza, ci leggono nel pensiero, sembrano conoscerci nel profondo, sono parte di noi. Eppure, non si tratta di eccezioni: i comportamenti predatori nei confronti di donne e bambini, il razzismo, l'omicidio addirittura, sono frequenti nel mondo dell'arte; il pubblico può prendere una decisione definitiva defenestrandoli dal proprio Pantheon, può scegliere d'ignorare le imputazioni (soprattutto se si tratta di uomini che giudicano altri uomini, come evidenzia l'autrice) o trovare delle giustificazioni, raccontarsi versioni alternative come la donna con la suoneria del telefono di Michael Jackson. Ma scegliere è difficile e doloroso, perché noi abbiamo bisogno di quella musica, di quei libri e di quelle parole.

La ricerca di Dederer prova a trattare quanti più aspetti possibile: si concentra non solo sulle reazioni emotive del pubblico, quanto sulla razionalizzazione di fronte all'opera sporcata dalle azioni dell'autore, la macchia che trasforma per sempre la nostra percezione; affronta il concetto di evoluzione, un meccanismo per il quale attribuiamo alla società del passato un grado inferiore di civiltà, così da giustificare - ad esempio - l'antisemitismo di Wagner (autore di un libello che non lasciava dubbi sulle sue inclinazioni) o di Virginia Woolf; trova in Nabokov lo scrittore in grado di spogliare la mostruosità di qualsiasi possibile fascino assumendone il punto di vista, facendosi lui stesso mostro.

Un'analisi particolare è rivolta alle artiste in un capitolo in cui spicca la scelta di rinuncia alla maternità che giganti come Doris Lessing e Joni Mitchel hanno compiuto per potersi dedicare al proprio talento; avvicina figure apparentemente lontanissime come Sylvia Plath e Valerie Solanas, autrice di un manifesto femminista radicale e ricordata quasi unicamente per aver sparato a Andy Wharol. Si sottopone lei stessa al proprio giudizio, condividendo parte della propria storia di depressione e alcolismo, la mostruosità è anche in chi guarda. La sua indagine progredisce da un piano emotivo personale fino a coinvolgere le basi stesse della società capitalista e il carico posto sulla moralità dell'individuo come consumatore, reso ingiustamente responsabile di qualcosa che non può controllare: “Il fatto è che, in una prospettiva etica, scegliere se guardare o ascoltare l'opera oppure no è sostanzialmente inutile” dice. (Infatti, solo alcuni di questi mostri sono stati effettivamente boicottati dall'industria, uno è Kevin Spacey, mentre altri continuano la loro carriera: Roman Polansky e Woody Allen sono due esempi).

La bellezza resta, nonostante la macchia, e risuona in chi guarda, legge, ascolta; la bellezza è quello che rende difficile rinunciare alle opere create da persone orribili e costringe continuare ad amarle, pur essendo arrabbiati con loro. Dice ancora Dederer: “Davanti a un'opera d'arte si incontrano due biografie: quella dell'artista, che può scardinare la prospettiva dell'opera, e quella dello spettatore, che può plasmare la prospettiva dell'opera”.

“Che cosa facciamo con l'arte dei mostri?” é una domanda senza possibilità di una vera risposta, non ce l'aspettiamo dall'inizio; è la consapevolezza della propria percezione, del proprio sentire a fare la differenza, conta costruire questa consapevolezza con la conoscenza e l'onestà intellettuale, per poter scegliere di fruire quell'arte.
Ms Rosewater


Photo credit: @lisapavesi

venerdì 12 dicembre 2025

Recensione: "I racconti della moda" di Maria Luisa Frisa (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! 
Oggi la nostra Ms Rosewater ci parla di un titolo un po' diverso dal solito, I racconti della moda, una raccolta di racconti curata da Maria Luisa Frisa. Se siete, come lei, appassionat* di moda, questa lettura potrebbe fare al caso vostro. Scopritela nella recensione e fateci sapere che ne pensate ;)

I racconti della moda
a cura di Maria Luisa Frisa

Prezzo: 9,99 € (eBook) 19,50 € (cop. rigida)
Pagine: 280
Genere: racconti
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 12 novembre 2024
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

È la forma d'arte più contraddittoria di tutte. Visionaria e insieme classica, pop ma anche snob, fieramente ignorata da molti eppure capace di muovere il mondo. La moda è un prisma: cultura e industria, sogno irraggiungibile e necessità quotidiana, haute couture e fast fashion. Ma in tutti questi anni, come l'ha raccontata la letteratura? E cosa ne sappiamo noi, veramente? Tra grandi nomi e riscoperte che non potremo più dimenticare, in questa raccolta scintillano voci, sguardi e immaginari diversissimi, cuciti in un disegno audace, eclettico e divertente, pieno di intelligenza. Un viaggio dai salotti sfarzosi di inizio Novecento fino alle passerelle e ai flash dei giorni nostri, dai fruscii dell'atelier ai corpi iconici di domani. La moda è un linguaggio universale, che ci parla di noi e del tempo in cui viviamo. Ogni giorno, ogni volta che usciamo di casa, stiamo decidendo come mostrarci al mondo: dobbiamo sapere che tutto ciò che indossiamo è una forma d’arte progettata per noi da chissà chi. Maria Luisa Frisa quest’arte la conosce benissimo, la teorizza e la narra da anni. E in questa raccolta si serve di alcuni grandi racconti per dar forma al suo moda-pensiero, usando la letteratura come strumento per parlare di corpi, e degli abiti con cui si mostrano, e delle società che attraversano. Immaginando la moda come un affaccio panoramico sul mondo. Troverete, tra gli altri, Joyce Carol Oates che racconta di ragazze, consenso e abuso nell’America profonda, Pier Vittorio Tondelli con una riflessione su musica, stile e cravatte, Bret Easton Ellis che mette in scena la ricca disperazione del jet set di Los Angeles. Mentre Stefano Pistolini parte dal mito fondativo di Woodstock per capire l’impatto delle ondate giovanili sulla società dei consumi, Flavia Piccinni ci mette in guardia sui pericoli delle sfilate per bambini e ci fa entrare in quell’universo parallelo che è la moda per l’infanzia. E poi scoprirete la parabola di un artista fuori dagli schemi come Leigh Bowery, mondi immaginari in cui gli abiti diventano grandi come interi palazzi e le donne ci si nascondono dentro; assisterete a spettacoli fetish con luci soffuse, lacci e forbici, e vi misurerete con testi rivelatori come quello di Jhumpa Lahiri sui tanti significati che assume l’uso della divisa nella scuola dell’obbligo. E ancora, una serie di recuperi d’eccezione: Irene Brin, Gianna Manzini e la moda maschile secondo Lucio Ridenti. Infine, un dono: un racconto disperso e ritrovato di Michela Murgia.

Perché la Moda? Di tutti i possibili comun denominatori per una raccolta letteraria forse è
uno dei più improbabili. Moda è sinonimo pluriforme: di eleganza, frivolezza, superficialità, ma anche provocazione, rivolta, affermazione di sé. Attraverso la moda si può raccontare il corpo da ogni punto di vista, sociologico, politico, economico, psicologico, antropologico e artistico. Gli indumenti che indossiamo sono il punto d'arrivo di decine di istanze e l'espressione delle abitudini e dei valori della nostra società, basti ricordare la questione della Fast Fashion, che esprime l'attuale modello economico occidentale e l'atteggiamento verso il lavoro e l'ambiente.

Maria Luisa Frisa, teorica della moda, accostando una serie di testi narrativi, articoli, brani tratti da pamphlet e riviste d'epoca, ha creato un quadro della moda ricco ed estremamente esteso, un mosaico personale da cui emerge una passione vintage per gli anni '80 e anche per un passato più lontano che arriva fino agli anni '20 del '900, ma che non esclude gli anni '70, momento di cambiamento, mutazione e di designificazione di simboli come l'uniforme, passata da sinonimo del potere militare a oggetto di ribellione o semplicemente di una condizione economica giovanile svantaggiata. Il risultato finale è un'analisi profonda dei molteplici significati della moda, che si rivela al di là dell'aspetto glamour e strettamente commerciale.

La raccolta si apre con Il culto dell'impersonalità, di Paola Colaiacomo, ritratto di Leigh Bowery, personaggio dei night club londinesi degli anni 80, credo quasi sconosciuto in Italia. Bowery si “esibiva” indossando incredibili costumi da lui stesso disegnati e realizzati, mettendo alla prova non solo la propria creatività ma anche il proprio corpo, estremizzando il lato performativo della moda. Diversi racconti poi colgono le sfumature erotiche del vestire, a partire da Una ragazza a cui il sesso piace di più coi vestiti addosso, di Bell Hooks, a Forbici, di Kim Fu, e I vestiti del notaio, di Michela Murgia, che attraverso i giochi di una coppia di sposi ironizza sottilmente sui riti d'iniziazione e i pregiudizi provinciali della nostra società.

Da Woodstock a Hollywood, di Stefano Pistolini, Tie Society, di Pier Vittorio Tondelli e I jeans baggy, di Tanisha C. Ford, si concentrano sulla nascita e i significati sociali delle mode giovanili; mentre i primi due narrano l'evoluzione degli usi e dei significati degli indumenti militari e della cravatta - passati a partire dagli anni '60 -'70 attraverso un processo che gli ha attribuito una nuova semantica, il terzo, attraverso la vicenda della giovane protagonista, tratta del periodo immediatamente successivo, quando l'esplosione del rap impose un nuovo linguaggio estetico, espressione della comunità nera americana, che si diffuse globalmente.

Steven Millhauser, in Couturier Superstar, racconta ironicamente l'avvicendarsi furioso e fantasmagorico delle creazioni di un fantomatico stilista, mentre La scala mobile, di Brett Easton Ellis, sembra, con la consueta quantità di corpi da spiaggia che lo animano, entrare nella raccolta per una sorta di regola dell'opposto.

Talvolta l'elemento filologico ha il sopravvento, come nei brani di Irene Brin (Il guardaroba delle donne) e Lucio Ridenti (Una selezione dal Petronio) che col loro sapore retrò e un tantino museale, probabilmente riscuotono l'interesse dell'esperto, un po' meno del lettore contemporaneo, poco avvezzo ai lunghi elenchi tipici della letteratura ottocentesca e del primo novecento e a rigide regole di stile.

La chiusura del libro è affidata a Joyce Carol Oates con Dove vai, dove sei stata, che introduce, alle ultime battute del libro, l'argomento dell'abbigliamento e del pregiudizio sociale in relazione alla violenza sulle donne, argomento che forse avrebbe necessitato di trovarsi più centralmente nel volume, lasciando magari trattazioni più effimere per il finale.

In conclusione I racconti della moda è interessante per chi sia curioso di approfondire la moda come fenomeno oltre le riviste patinate, pur soffrendo di un'impronta esageratamente accademica, come dimostrano i commenti della curatrice che accompagnano ogni singolo brano, estremamente interessanti ma forse troppo esplicativi. 
Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

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