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mercoledì 4 febbraio 2026

Coffee&Ciak: "Marty Supreme" (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, car* lettor*! ^^
Oggi arriva la recensione di un film uscito da poco e molto chiacchierato, soprattutto per la campagna di promozione ma anche per l'interpretazione del protagonista. Si tratta di Marty Supreme, con Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow. Lo ha visto per noi Ms Rosewater e ce ne parla con entusiasmo. Scoprite di più nella sua recensione e non dimenticate di lasciarci un commentino ;) A presto!

Marty Supreme

Ognuno di noi può avere quello che vuole purché sia disposto a pagarne il prezzo”. Il motto di Rupert Pumpkin di Re per una notte, scorre nelle vene di Marty Mauser: rapina, imbroglia, manipola, ruba, implora, mente, si umilia pur di raggiungere i suoi obiettivi. Abile commesso nel negozio di scarpe dello zio, dotato di una prodigiosa parlantina, è determinato a diventare un campione di ping pong. È bravo e incredibilmente sicuro di sé, dotato di un fascino trascinante, in grado di coinvolgere chiunque nei propri progetti. Ma per partecipare ai tornei ci vogliono soldi, che nemmeno lo zio - che glieli deve - vuole dargli. E allora se li prende, dando il via a una fuga vertiginosa dalla mediocrità, dalla famiglia, da una madre che lo ricatta affettivamente e dall'amante, sua vicina di casa, verso il successo e la celebrità.

Col suo aspetto da beffardo, giovanissimo Groucho Marx, è inarrestabile nella sua discesa e nei suoi trionfi; orgoglioso e arrogante, supplichevole e sottomesso, non c'è nulla di cui non sia capace pur di realizzare il suo sogno. È sempre sul limite, pronto a saltare da un altissimo trampolino con una traiettoria imprevedibile. E, mentre gioca a ping pong, cerca di trovare il denaro per finanziare i suoi viaggi e mette incinta la propria amante, travolge la vita di coloro che incontra sulla sua strada. È così non solo per gli amici che cercano di aiutarlo, ma anche per gli sconosciuti che incontra per caso (come Abel Ferrara, in un cameo cucito su misura) o aggancia: è il caso dell'attrice in declino Kay Stone (la sempre legnosa Gwyneth Paltrow) e del ricchissimo marito Milton Rockwell.

La relazione con la coppia è d'interesse economico, ed è emblematica del capitalismo americano (più attuale che mai) che fa del denaro un valore morale, non solo per dichiarare la propria superiorità, ma anche per umiliare e distruggere (un esempio assai più drammatico lo troviamo in The brutalist). Ma i due rappresentano anche una sorta di famiglia adottiva, in cui se la “madre” cede alla corte interessata di Marty per colmare il proprio vuoto, il contrasto col “padre” è inevitabile e definitivo.

L'antisemitismo dell'America post-bellica è un elemento quasi inaspettato ma sottolineato più volte, a partire dal risentimento di Rockwell per la morte del figlio nel Pacifico, che non risparmia a un reduce dai campi di concentramento.

Il tradimento e la menzogna sono le fondamenta delle relazioni: tutti tradiscono tutti, imbrogliano alla ricerca di un vantaggio truffaldino, un guadagno in denaro, amore, controllo. In fondo, Marty Mauser sfrutta gli unici mezzi che gli sono concessi e - al contrario degli altri - è consapevole delle proprie azioni e dei motivi che lo portano a compierle.

Se in A complete unknown Timothée Chalamet, nonostante l'impegno, risultava stucchevole nella ricostruzione quasi didascalica di un personaggio reale, trova in Marty Mauser, ispirato alla figura del pongista Marty Reisman, un ruolo entusiasmante, esagerato e divertente che gli dà maggiore libertà espressiva e che riesce a fare veramente suo. In scena dall'inizio alla fine, la sua interpretazione energica mantiene alta l'attenzione e contribuisce all'unità e alla fluidità narrativa. La regia riesce a esaltare questa elettricità mantenendo un ritmo sostenuto che non cala praticamente mai, culminando nel finale, abbastanza inaspettato e ironico, la fine della fuga di Marty.

Merita una menzione anche la colonna sonora, composta da canzoni degli anni '80 (troverete nella sigla d'apertura una citazione da un noto film del periodo), '50 e altro, come recitano i titoli di coda, una scelta eclettica che funziona alla grande in un film che sorprende dall'inizio alla fine.

Per chi volesse scoprire qualcosa di più sul personaggio che ha ispirato la storia di Marty Supreme, ecco un link.

Ms Rosewater


Fonte immagini: Google immagini

giovedì 20 febbraio 2025

Rubrica: Coffee&Ciak - A Complete Unknown (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno lettor*! ^^
Oggi la nostra MsRosewater ha deciso di riesumare la rubrica Coffee&Ciak, dedicata a film e serie tv, per parlarci di A Complete Unknown, film biografia su Bob Dylan, del regista James Mangold, interpretato da Timothée Chalamet. Il film è uscito nelle sale il 23 gennaio, qualcuno ne ha parlato benissimo, qualcun altro malissimo. Scoprite l'opinione di Ms Rosewater che, ve lo dico da subito, è una grande fan di Bob Dylan. Avrà apprezzato A Complete Unknown? 
E a voi è piaciuto? Fatecelo sapere nei commenti! ;)

A Complete Unknown
di James Mangold, con Timothée Chalamet


Quando ho scoperto Bob Dylan ascoltavo continuamente le cassette dei suoi album mentre leggevo la storica biografia di Antony Scaduto e guardavo (e riguardavo) Don't Look Back, il documentario di D.A. Pennebaker sulla tournée londinese di Bob Dylan e Joan Baez del 1965. Devo aver consumato la videocassetta presa in prestito in biblioteca, osservavo ogni mossa, ogni atteggiamento, ogni posa del giovane Bob fino a che mi accorsi che cominciavo a sorridere e ad atteggiare le mani come lui.

Ecco, Timothée Chalamet deve aver fatto più o meno la stessa cosa, solo di più, molto di più. Troppo, quasi. Ce l'ha messa veramente tutta per diventare Bob Dylan, e per chi conosce abbastanza l'iconografia dylaniana è facile ritrovare i singoli riferimenti fotografici e sonori (i dialoghi in studio sono assolutamente simili ad alcuni che si trovano nei dischi), le unghie lunghe e la camicia a pois che sfoggia in alcune foto, è tutto noto. È quasi disturbante guardarlo in certe inquadrature e ascoltare la voce schiacciata e stridulina perfettamente simile a quella di Bob; quando si toglie gli occhiali da sole ti aspetti di vedere Dylan, ma, ahimé, è Chalamet.

Bisogna ammetterlo, si è veramente impegnato, ma il risultato per quanto curato è puramente estetico: se quando entriamo in sala non sappiamo nulla di Dylan e della sua musica, altrettanto ignoranti ne usciamo. Certo, il nostro eroe non ha mai amato rendere noti i suoi stati d'animo, ma - come ci aveva dimostrato I'm not there - ci sono molti modi per raccontare Dylan: attraverso le canzoni, i testi fantasmagorici, cornucopie di immagini che hanno ribaltato il mondo, Maggie, Queen Jane, i personaggi che vivono in Desolation Row, le metafore, i riferimenti letterari e linguistici sempre abbondanti, soprattutto nei primi dischi (anche quelli folk). Materia ricchissima per tracciare un ritratto in sospeso tra il poco che è dato sapere e il tanto che possiamo ascoltare. Invece tutta la pellicola resta su un piano didascalico, le canzoni sono appena accennate, arrivano a sottolineare un momento in cui Bob seduce Joan Baez o in cui una piagnucolosa Suze Rotolo (che non viene mai chiamata col suo vero nome, immagino per volontà degli eredi) si rende conto che la storia col menestrello di Duluth è finita. Il mistero dunque non sarà svelato, dentro al guscio non c'è alcun pulcino.

Tutto il film è costruito su questa vuota mimesi, non c'è climax e anticlimax, l'eccitazione, l'elettricità di quel periodo così eccezionale, non solo per la musica ma anche per il mondo, la politica, non si percepisce. Non c'è nessuna urgenza di scrivere canzoni e le relazioni romantiche del nostro sono rappresentate in modo superficiale: lui si aggira con un'espressione da giovane zombie e fa soffrire Joan Baez e Suze Rotolo, ma non c'è fuoco, no, no. Come può un personaggio del genere aver scritto Girl from the North Country o Farewell Angelina o It Ain't Me Babe? Qualcosa non torna. Come non torna l'assoluta mancanza di “vizio”: Dylan/Chalamet vive in un Village degli anni 60 più virtuoso di Disneyland, senza droghe e senza alcol; fuma parecchio, ma solo sigarette col filtro giallo e non beve, giusto un sorso di vino. Solo un musicista nero si permette in una delle scene più divertenti del film (e non sono molte) di bere alcol e dichiarare di apprezzarlo, i bianchi tutti santi.

Ci sono però omissioni più gravi. Mi riferisco alle personalità di Pete Seeger - quello sì splendidamente interpretato da Edward Norton, tanto spontaneo quanto rigido e artificioso è Chalamet- e Woody Guthrie, il grande eroe del giovanissimo Bob. Il primo è dipinto come un hippie ante-litteram, un caro vecchietto che scopre per primo il grande talento di Bobby Zimmerman, ma di cui vengono taciuti gli enormi meriti musicali e di lotta per i diritti civili, riducendolo a un cantante tradizionale che anima innocui programmi televisivi per famiglie.
Peggio ancora va a Guthrie, il motore immobile di tutto il primo periodo della carriera di Bob Dylan, ricoverato in ospedale, praticamente incapace di parlare, ma del quale davvero non sappiamo niente, nonostante la pellicola si apra proprio con Bob che si fa un viaggio dal Minnesota a New York per andarlo a trovare.

Nonostante ciò il regista ha comunque cura di mostrarci in una scena la sua chitarra, che riporta la storica frase “This guitar kills fascists”, così che CHI SA possa uggiolare nel riconoscerla. Ecco, alla fine è questa la furbata, fare un film non per ispirare i giovani con la seppur inquietante interpretazione di Chalamet, ma solleticare i ricordi di noi dinosauri, noi che l'elettricità l'avremmo sentita in ogni caso perché quella storia la conosciamo bene e possiamo aggiungervi i pezzi mancanti.

Mi sento di promuovere la scelta dei brani che compaiono nel film, si tratta soprattutto dei classiconi che lo resero famoso (Hard Rain, Blowin in the wind...), ma ci sono anche canzoni meno note e altrettanto belle, Girl from the North Country, Farewell Angelina e soprattutto Masters of war. Sono versi che risuonano ancora oggi, sottolineando un altro momento drammatico dell'umanità dopo la Guerra Fredda.
Il racconto di Bob Dylan però merita di più: creatività, follia, sorpresa, surrealtà, merita imprevedibilità e cattiveria, perché è questo, da sempre.

Se amate Bob Dylan vi sconsiglio caldamente la visione e se non lo conoscete, idem. 

Ms Rosewater



Fonte immagini: Google Immagini

martedì 7 novembre 2023

Coffee&Ciak: "Asteroid City" di Wes Anderson (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio! ^^
Oggi appuntamento con una delle rubrichette del blog, quella dedicata a film e serie tv. La nostra Ms Rosewater ha visto Asteroid City, il nuovo film di Wes Anderson, presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes il 23 maggio e distribuito nelle sale italiane il 28 settembre. Se siete fan del regista troverete sicuramente qualche elemento nel suo stile unico, se invece non lo conoscete affatto potete farvi un'idea con questo articolo. Buona lettura! 

Asteroid City 
di Wes Anderson


1955. I visitatori della cittadina di Asteroid City assistono a un incredibile incontro ravvicinato. A seguito di ciò, l'esercito americano costringe tutti i testimoni a una quarantena in città, durante la quale seguiamo vari personaggi, alcuni che cercano di fuggire, altri che passano il tempo tentando di tornare alla realtà dopo l'apparente visita aliena, riflettendo sulle proprie credenze esistenziali e religiose dopo avere appreso di non essere soli nell'universo. Fonte trama: Wikipedia.org

In qualunque film di Wes Anderson troverete: la famiglia, i rapporti tra genitori e figli, la perdita, la nostalgia. Ogni volta il regista cambia storia, palette di colori, ambientazione, mantenendo saldi i temi che costituiscono il nucleo del suo stile narrativo. Asteroid City pur muovendosi nella consueta orbita stilistica, inaspettatamente, introduce una serie di novità.

Come sempre ci troviamo nel passato, la data - il 1955 - è immediatamente dichiarata, e come sempre decine di personaggi s'incontrano in un luogo catalizzatore che per una volta non è uno spazio chiuso (una casa, un albergo, un treno...), bensì il deserto dell'Arizona in cartapesta. Si tratta dichiaratamente di uno scenario teatrale, minuziosamente descritto nelle prime scene dallo scrittore autore della commedia che vi si svolge: la realtà è dunque una trasmissione televisiva degli anni 50 in un bianco e nero che fa pensare ai Fratelli Cohen, da cui parte la rappresentazione a colori. Uno sdoppiamento di piani narrativi, stabiliti in due luoghi di finzione - il teatro e la televisione - che si alternano e i cui confini si alterano e confondono, fino a che la realtà diventa la finzione.

Asteroid City è un piccolo agglomerato che comprende una stazione di servizio, un motel, un cratere prodotto dalla caduta di un asteroide, un misterioso centro scientifico dove è conservato l'asteroide, uno svincolo di autostrada (non ultimato); musica country vi risuona tutto il giorno. È una minuscola scialuppa in uno sconfinato spazio a cui approdano Augie Steenbeck, fotografo neo vedovo, e i quattro figli, tre gemelle dai nomi mitologici e stellari - Pandora, Andromeda e Cassiopea - e un figlio, Woodrow, vincitore di un premio scientifico. L'evento richiama anche gli altri visitatori, Midge Campbell, famosa attrice, insieme alla figlia, un gruppo scolastico, una band di musica bluegrass e country.

Le loro storie si legano attraverso dialoghi surreali e casuali, episodi bizzarri e continue incursioni della (presunta) realtà in bianco e nero in cui viene raccontata la genesi della commedia, come è stata concepita, com'è stato scelto il protagonista, la malinconia dello scenografo attrezzista: è sempre Wes Anderson, ma questa volta non osserva più i suoi personaggi da lontano, non li inscatola in grandi edifici dove può osservarli come formiche. Si avvicina, scende tra loro dilatando i monologhi che mai prima sono stati tanto espliciti e dolorosi, lasciando che alcune vicende si compiano e altre restino sospese, inconcluse. Realtà e finzione sono entrambe fittizie, calate in luoghi che non sono tali e per questo anche l'assenza e la separazione possono diventarlo.

In questo senso monologo tagliato della moglie di Augie è l'istante in cui i due mondi si ricongiungono momentaneamente, il tentativo di abbracciare l'esperienza del lutto senza vie di fuga, è quel momento impossibile, irreale, desiderato da chiunque per poter parlare, ancora una volta, con una persona amata.

Ma in Asteroid City ci sono un sacco di altre cose - molte divertenti, alcune tristi - tra cui gli alieni (di cui non posso parlare per non fare spoiler) che rientrano ampiamente nel discorso fatto sopra. Non manca il solito folto gruppo di star hollywoodiane in ruoli inconsueti, tra loro Brian Cranston, Scarlett Joahnsson, e - abbastanza sorprendentemente - Tom Hanks; e poi veterani come Tilda Swinton, Jeff Goldblum, Adrien Brody, Edward Norton, Willem Defoe... manca solo Bil Murray (tragedia), bloccato dal covid a pochi giorni dall'inizio delle riprese e sostituito da Steve Carrell.

I fan di Wes Anderson non resteranno delusi, ritroveranno le atmosfere a cui sono abituati e alcune novità, soprattutto nella struttura narrativa, e qualche vaga eco di personaggi shakespeariani. Chi invece non lo ama probabilmente non cambierà idea...

Infine vi segnalo una mostra dei modellini e di alcuni costumi usati nel film aperta alla Fondazione Prada di Milano fino al 7 gennaio 2024: https://www.fondazioneprada.org/project/wes-anderson-asteroid-city/
Ms Rosewater


Fonte immagini: cineblog.it, Tiff.ro, Golem.de, Cinematographe.it

martedì 25 luglio 2023

Rubrica: Coffee&Ciak - "Barbie" (a cura di Melz)

Buon pomeriggio! ^^
Oggi riesumiamo una rubrichetta che amiamo tanto, quella dedicata a film e serie TV, per parlare del film del momento, Barbie, da pochissimo nelle sale e già super chiacchierato. Barbie è diventato in pochissimo tempo un fenomeno di culto, monopolizzando social e non solo. Lo ha visto per noi Melz e ce ne parla nella sua recensione. Voi lo avete visto? Vi aspettiamo nei commenti! ;)

Barbie
di Greta Gerwing



Con: Margot Robbie, Ryan Gosling
Distribuito da: Warner Bros
Nelle sale dal: 21 luglio 2023

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Ne ho sentite di ogni, prima che il film Barbie di Greta Gerwig (conosciuta come regista di Lady Bird o la trasposizione cinematografica di Piccole Donne con Saoirse Ronan e Florence Pugh) approdasse nelle sale. “Ma dai, anche te con questo Barbie”; “Sarà sicuramente una schifezza colossale”; “Ma cosa potrà mai dire un film su Barbie?” Per tutti voi che avete fatto queste osservazioni, dopo aver letto di chi si occupava della scrittura e della regia, e dopo aver saputo di Margot Robbie e Ryan Gosling come protagonisti, davvero pensavate potesse essere un pessimo prodotto?

Parliamo un po’ della trama senza spoiler. Barbieland è il mondo perfetto, dove ogni giornata è perfetta. Le Barbie sono al comando, ognuna con il loro mestiere ben definito: la Barbie presidentessa si occupa della politica, la Barbie dottoressa di curare gli altri, la Barbie scrittrice di scrivere e così via... il mondo di Barbie creato da Greta e Noah è reale nell’essere finto, tutto è fatto come se qualcuno stesse giocando con loro. Mentre Barbie fa colazione, la tazza è vuota (nessuna bambina mette del latte vero per far finta che la bambola stia mangiando), sotto la doccia non c’è acqua, così come nella piscina finta. Insomma, nel posto dove vive Barbie Stereotipo, ovvero Margot Robbie, è tutto a misura di donna. E poi ci sono i Ken, che vivono solo in funzione di Barbie. Viene più volte ribadito infatti che è “Barbie e Ken”, mai solo Ken. Riassumendo: Barbieland è un matriarcato. Le giornate perfette, però, cessano quando Barbie Stereotipo inizierà a pensare alla morte e i suoi piedi toccheranno il suolo (come sappiamo, le Barbie sono costruite per stare sempre sulle punte) e sarà costretta a recarsi da Barbie Stramba, cioè quella Barbie con i capelli tagliati male e vestita peggio (la rappresentazione delle Barbie che vengono sciupate dalle bambine a furia di sperimentare mentre giocano). Proprio quest’ultima dirà a Barbie Stereotipo che i suoi pensieri di morte sono dettati dalla bambina che sta giocando con lei e che la soluzione a tutto sarà andare nel mondo reale, trovarla e rimettere tutto a posto. Accompagnata, seppur controvoglia da Ken, Barbie si accorgerà che il mondo reale non è per nulla come crede...

Non dirò altro sulla trama perché dovete scoprire da soli quanto può esserci dietro a una premessa del genere. Già dalle prime righe di copione, nella intro ispirata a 2001 - Odissea nello spazio, viene introdotto quello che sarebbe dovuto essere da sempre il ruolo di Barbie: una bambola per ispirare le ragazzine a essere qualsiasi cosa avrebbero voluto essere. E Barbie Stereotipo è convinta che questa sia la verità, si aspetta di arrivare nel mondo reale ed essere ringraziata per l’influenza che ha avuto. Ma non è così, e lei ne sarà devastata. Ken, invece, scoprirà che il mondo reale è quasi il contrario di Barbieland e troverà il patriarcato qualcosa di affascinante tanto da informarsi su come fare per metterlo in atto.

I Ken sono gli “antagonisti” della storia, cosa che dal trailer poteva sembrare il presidente della Mattel. Ma non si tratta mai di antagonisti veri e propri perché i Ken di Barbieland siamo noi donne nel mondo vero! Vogliono ribaltare la situazione perché non gli sembra di avere rispetto, non gli sembra di avere considerazione e sono stanchi di vivere in un mondo dove non possono avere potere, né una casa dei sogni. Ryan Gosling è sublime nel ruolo di Ken Spiaggia, ha fatto suo il personaggio, fa morire dal ridere e quando canta beh... penso che intonerò I’m just Ken per tutta l’estate in ogni momento. Ah, e già che ci siamo, vi tranquillizzo... ci sono delle canzoni, ma non è un musical.

Dall’altro lato, Barbie avrà una sorta di crisi d’identità perché le verrà fatto notare un dettaglio importante: Barbie è nata per ispirare, ma è finita per essere un modello troppo perfetto. Chi è perfetto come Barbie? Assolutamente nessuno. Forse per questo Barbie Stramba è il personaggio preferito di chiunque abbia visto il film. Margot Robbie con la sua mimica facciale e fisica è riuscita a rendere umana Barbie anche in una sorta di rigidità dovuta al fatto di essere una bambola.

Il monologo di America Ferrera (appena vedrete il film capirete e se l’avete visto avete già capito) è lo sfogo classico di tutte noi donne, ma colpisce sempre in maniera sorprendente. E colpirà in modo positivo anche tutte a Barbieland.

Per quanto riguarda il finale mi sento di dire che è azzeccato. Per me Barbie Stereotipo doveva avere proprio quell’arco, e anche i Ken a Barbieland proprio per far capire ancora meglio la nostra società odierna. Altra menzione speciale va alla collaborazione della Mattel che si è messa in gioco in modo così esplicito da essere una sorpresa: le battute sul marketing, sui soldi, tutto perfetto.

Ho amato tutto di questo film: i colori, la musica, le parole, il significato, le tematiche, le risate che ha fatto fare a tutta la sala. Non è assolutamente un film per bambini, o meglio... è godibile anche fatto vedere a un bambino, ma è un film scritto per adulti! Io dico solo che tutti dovrebbero vedere Barbie anche se, lo ammetto, può essere un po’ ridondante di concetti. Però fa sempre bene ribadire alcune cose...

Andate al cinema!

Melz


Fonte immagini: Google immagini

martedì 12 luglio 2022

Rubrica: Coffee&Ciak - "Miss Marx" (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio! ^^
Oggi un nuovo appuntamento con la rubrica Coffee&Ciak! La nostra Ms Rosewater ha visto Miss Marx, film con Romola Garai di produzione italo-belga. La storia della figlia del famoso Karl Marx, personaggio che ho lottato per i diritti dei lavoratori, dei bambini e delle donne. Scopritela nella recensione che segue e fateci sapere la vostra opinione ;) A presto!

Miss Marx
di Susanna Nicchiarelli, con Romola Garai

Uno dei complimenti migliori che si possano fare a un buon film italiano è che non sembra un film italiano, manca cioè di quella patina provinciale, melensa e buonista che rende spesso i prodotti cinematografici nostrani indigeribili a un pubblico appena più esigente della media (con qualche significativa eccezione). Miss Marx, tra le altre cose, ha questo pregio, non solo grazie al volto della protagonista, Romola Garai (Emma nell'omonimo sceneggiato della BBC ispirato al libro di Jane Austen) e al tema, di recente abbastanza inconsueto: Susanna Nicchiarelli affronta la biografia di Eleanor Marx, terzogenita del filosofo Karl, schivando abilmente le trappole che facilmente trasformano una storia con protagonista una donna, meglio se tragica, in una colata di buoni sentimenti ed esaltazione dello stoicismo femminile (!) evitando anche la celebrazione a senso unico di una “barricadera” priva di debolezze, che sarebbe facile bollare come un'opera puramente politica e militante. Invece, è sia la storia di un personaggio pubblico che ha lottato per i diritti dei lavoratori, dei bambini e per la parità femminile, sia di una donna dalla difficile vita privata, cresciuta con un padre che le fu di grande ispirazione e influenzò le sue scelte future, circondata da una famiglia allargata della quale si prese cura per anni, e fedele a una relazione con un uomo molto poco affidabile. 

La cifra prevalente è quella di una narrazione intensa ma priva dei climax ai quali ci ha abituato il cinema americano, in cui il piano personale e quello pubblico sono costantemente mescolati, senza che uno dei due prevalga: ci si rende conto che coloro che facevano parte del gruppo di intellettuali con cui Karl Marx e poi la stessa Eleanor lavorarono, erano anche i loro amici più stretti e gli affetti più forti. E' un flusso in cui il quotidiano e la Storia si intrecciano, la rivoluzione industriale con il degrado sociale che generò resa attraverso una serie di foto dell'epoca e poche scene significative che vedono Eleanor mentre ispeziona fabbriche e raccoglie le testimonianze dei lavoratori, le vicende delle tre sorelle Marx e la difficile unione con Edward Aveling, un commediografo impegnato nel partito socialista che Eleanor, pur consapevole dei suoi comportamenti scorretti e della sua infedeltà, non fu mai in grado di troncare.

La ricostruzione è corretta, credibile, realistica e priva di eccessiva enfasi
, al limite con lo stile documentaristico; talvolta va oltre, interviene il sogno o l'incubo, sono questi i momenti in cui la verità più cruda, sia esteriore che interiore, è data quasi con distacco, per sottolinearla senza diventare didascalici, un pudore mantenuto anche nell'ellissi del finale.

Romola Garai incarna perfettamente lo spirito di Eleanor, con la sua bellezza così particolare e gentile, quasi infantile, la sua recitazione entusiasta e vera, mai affettata. Alla forza di questo film contribuisce anche la colonna sonora punk di Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e dei Downtown Boys, una distopia visionaria che interpreta perfettamente la modernità di un personaggio straordinario per il suo lavoro e la sua vita, soprattutto in tempi (la fine del1800, nell'Inghilterra vittoriana) in cui le donne erano destinate a un ruolo ornamentale, praticamente segregate, oppure sfruttate nelle fabbriche, come cameriere o prostitute, sottomesse a una morale punitiva. Eleanor Marx lavorò tutta la vita per portare più giustizia e uguaglianza, e quello che resta è la sensazione di una grande fiducia nel futuro, nonostante la grandezza delle ingiustizie contro cui si trovò a combattere.

Ms Rosewater


Fonte immagini: Viennale, Flicks.com

martedì 7 giugno 2022

Rubrica: Coffee&Ciak - Stranger Things. Vol. 4. I (a cura di Melz)

Buon pomeriggio! ^^
Oggi un nuovo appuntamento con Coffee&Ciak. La nostra Melz ci parla dei nuovi episodi di Stranger Things, usciti da poco su Netflix. La serie si concluderà a luglio con gli ultimi due episodi, ma intanto scoprite cosa vi aspetta in questa nuova stagione. 
Attenzione: possibili SPOILER! ⚠️ 

STRANGER THINGS 
Volume 4, parte 1


Sono passati anni da quando, per la prima volta, una piccola Millie Bobby Brown fa breccia nel nostro cuore, interpretando la piccola Undici. Anni da quando abbiamo rivalutato Steve (personaggio preferito di quasi tutti i fan, me compresa), shippato Nancy e Jonathan, sognato di abbracciare Dustin e combattuto contro il Demogorgone. Nel corso di questi anni abbiamo conosciuto Max e Robin, visto crescere i protagonisti e siamo giunti alla quarta stagione dello show.

Dove eravamo rimasti? La stagione 3 di Stranger Things finiva con Joyce che si trasferiva da Hawkins, portando con sé Undici e il resto della famiglia, probabilmente per la loro sicurezza. Nel frattempo, in una sorta di prigione Russa scoprivamo che tra i prigionieri c’è un certo americano, che poi abbiamo avuto la conferma essere Hopper creduto morto, e che esiste ancora nel nostro mondo un democane.

Tralasciando lo shock nel ritrovare tutti così cresciuti e cambiati (WILL!), ci ritroviamo tempo dopo la chiusura della terza. Undi vive con Will, Jonathan, Joyce e continua la sua relazione a distanza con Mike, passandosela invece molto male a scuola dove viene bullizzata da Angela e i suoi amici. Il bullismo è un tema caro a Stranger Things, ambientato in un’epoca in cui essere nerd non faceva figo. Quella nei confronti di Undici, però, sfocia nella cattiveria e lei non riesce bene a gestire le emozioni dovute alla perdita di Hopper, dei suoi poteri e a tutta la situazione così da farla ritrovare più volte nei guai. Undi, per quanto matura è pur sempre una ragazzina e si comporta in quanto tale. Ma il tempo per fare la persona normale scade quasi subito per lei e deve tornare ad essere l’eroina di sempre per salvare Hawkins da una minaccia peggiore delle precedenti.

Questa volta vengono narrate storie apparentemente separate che convergono verso la stessa direzione nell’ultimo episodio andato in onda. Da una parte Joyce che, dopo aver ricevuto un messaggio in una bambola, cerca Hopper; dall’altro Undi che cerca di recuperare i suoi poteri in un modo scomodo e doloroso; dall’altro ancora i ragazzi di Hawkins devono vedersela con il nuovo nemico: Vecna. Quest’ultima, la storyline di Hawkins che vede come protagonisti Nancy, Steve, Robin, Max, Dustin, Lucas e il nuovo arrivato Eddie, è la più forte ed emozionante con momenti calzanti, ansiosi e spaventosi tanto da farmi rimanere incollata allo schermo e, nel mio caso, farmi venire voglia di skippare la storia di Joyce e Hopper, più debole secondo me o che comunque sarebbe potuta durare meno.

Il personaggio della stagione, dopo Vecna, è stato per me sicuramente Max. Innanzitutto, date un premio a Sadie Sink. La sua recitazione, soprattutto nella famosa 4x04 (colonna sonora eccelsa), ha reso questo personaggio completo. La sua evoluzione è una delle migliori in assoluto. Max ha dentro sé un dualismo difficile da sciogliere. Billy non era certo un fratello modello, ma gli avvenimenti della stagione scorsa l’hanno segnata e non poco. Per quanto cresciuti, stiamo parlando di ragazzini che hanno visto sventrare e saltare in aria varia gente. Max è forte, ma le tragedie sanno esserlo di più. Ed è proprio per questo che le scelte di Vecna fanno così paura. Giocare con le emozioni umane e, selettivamente, prendere la debolezza di quei ragazzi per distruggerli fa spavento perché avrebbe annientato chiunque. Ma se la sofferenza vince molte volte la forza interiore, i sentimenti possono tutto e questo è uno dei messaggi che Stranger Things ha sempre voluto dare: l’importanza dell’amicizia. L’unico modo per salvarla era conoscerla davvero.

Vecna è in assoluto il cattivo migliore di Stranger Things finora. Non è forzato, è solo, nuovamente, il frutto del Sottosopra. Vecna non fa le cose a caso e ci fa capire che l’umanità, a volte, è più cattiva della fantasia. Sicuramente Undici riuscirà a sconfiggerlo, ma penso anche che questa volta vedremo qualcuno andarsene e spero non sia Steve, ma non ci metterei la mano sul fuoco.

Stradivertente la parte della famiglia di Suzie, ma quello che ho più amato è stato veder nascere l’amicizia tra Nancy e Robin, due poli opposti della bussola che si completano. Ho amato le loro strategie, il loro unirsi e formare una stupenda squadra. Quello che proprio non mi è andato giù, invece, è stato trattare Jonathan come un soprammobile. In questa prima parte è totalmente inesistente, quasi quanto la mia simpatia per Mike. Il personaggio di Argyle poteva tranquillamente non esistere per me, mentre Eddie... sei un amore.

Arriviamo ora alla domanda che tutti ci siamo posti: Will è gay? Sicuramente è innamorato di Mike, questo è ovvio, ma è possibile ci sia qualcosa di ancora più profondo che piano piano si radica in lui. Will è il più puro, è cresciuto più tardi degli altri, ma qualcosa era già lì quando, alle soglie dell’adolescenza, preferiva giocare a D&D con i suoi amici. Non vedo l’ora di scoprire cosa rappresenti il suo disegno e no, non è Mike nudo. Forse.

Non vedo l’ora di scoprire cosa succederà negli ultimi due episodi, vi aspetto qui.
Melz

martedì 24 maggio 2022

Rubrica: "Coffee&Ciak" - How I Met Your Father (a cura di Melz)

Buon pomeriggio, lettor*!
Ritorna la rubrica Coffee&Ciak con una recensione sulla freschissima serie comedy "How I Met Your Father", disponibile su Disney+ e con protagonista la sempre splendida Hilary Duff. Volete sapere cosa ne pensa la nostra Melz che l'ha vista? Leggete il suo articolo e diteci se l'avete già vista anche voi e se vi è piaciuta ;) A presto!

How I Met Your Father


Fan di How I Met Your Mother a rapporto! Finalmente, dopo parecchio tempo dall’annuncio, la serie con protagonista Hilary Duff è su Disney+ e aspetta solo di essere vista. 10 episodi, 6 protagonisti e l’obiettivo di raccontare l’amore ai giorni nostriHow I Met Your Father, infatti, si differenzia quasi subito dalla sua controparte, con un’inquadratura, questa volta, della Sophie adulta e un primo episodio che lascia intendere molto. Se nell’avventura che vede Ted come protagonista trovavamo i suoi figli mentre ascoltano la storia di come lui ha conosciuto la loro madre, in questo caso è lei (interpretata da Kim Cattrall, la nostra Samantha di Sex & the City) che racconta le mirabolanti avventure di come ha conosciuto il padre di suo figlio, figlio di cui non vediamo mai il volto. Una scelta assolutamente voluta per lasciare un alone di mistero, molto più di quello sui figli di Ted. Un escamotage interessante per non dirci chiaramente quale sia la nazionalità dell’amore della sua vita.

Tutto nasce da un incontro su Tinder. E come, altrimenti? Nel 2022, in un mondo fatto di app per fare letteralmente qualsiasi cosa, sarebbe stato strano il contrario. Ho apprezzato tanto questa scelta di modernizzare la faccenda (ormai un “loooo conosci Ted?” sarebbe risultato forzato), mi ha fatto sentire parte integrante della loro vita perché Sophie potevo essere io qualche anno fa. E potevo anche essere tutti gli altri, con le stesse vicende, le stesse delusioni e gli stessi pensieri e paure.


“Wow, bella casa vostra!”
“Grazie, è stato un vero affare, lo abbiamo preso da una coppia che la vendeva su un gruppo di ex alunni. Ci hanno anche lasciato le spade”

Il primissimo Easter Egg ci fa capire che How I Met Your Father non è in un mondo a parte rispetto a quello di Ted, ma è esattamente lo stesso. La casa che condividono Sid e Jesse è la stessa che Marshal e Ted hanno condiviso per molto tempo, spade incluse. Ci sono altre sorprese legate alla serie madre, ma non sto qui a spoilerarvele.

La vera forza di questa serie è non portare una copia dei personaggi della serie madre. Non abbiamo un moderno Barney, o i soliti Lily e Marshall. Per quanto possano ricordare i vecchi protagonisti, questi sono diversi, evoluti, nuovi. Ellen, dopo un divorzio, inizia ad avere una vita sentimentale turbolenta, ma con una sensibilità lontana dal Barney delle prime stagioni. Sid e Hannah si amano alla follia, ma hanno una relazione a distanza, cosa che Lily e Marshall non penso sarebbero riusciti a reggere. Valentina e Charlie non mi ricordano nessuno, hanno qualcosa in comune con Robin, ma sarebbe un paragone decisamente forzato. Infine, ma non per importanza, Sophie e Jesse, gli unici che ricordano parecchio una persona: Ted. Lei perché non smette di credere che l’uomo della sua vita arriverà; lui, impacciato, dolce e tremendamente sentimentale, segnato terribilmente da una storia passata.

Eppure, per quanto i protagonisti siano diversi, la storia si ripete: la storia dei sogni di ognuno di loro a livello lavorativo, come quello di Sophie per diventare fotografa; una storia di crescita personale, come quella di Charlie, cresciuto in ricchezza e catapultato nel mondo dei sacrifici; una storia di cadute e il conseguente rialzarsi, come Ellen che deve superare il divorzio.

Tutto questo è contornato dalla solita ilarità tipica del genere comedy, devo dire però meno marcata e prorompente che in How I Met Your Mother. Questa serie prende tempo per entrare meglio nei personaggi, seppur in pochi episodi e la battuta è meno d’impatto. Se per qualcuno questo è stato un problema, a me non è dispiaciuto affatto.


“E fu quella sera che conobbi tuo padre”

La bomba è stata lanciata così, seguita da un’inquadratura di tutti e quattro gli uomini che Sophie ha incontrato quella sera, la serata della passeggiata sul ponte di Brooklyn. Allora non è più un generico “chi sarà il padre?”, ma un “quale di loro sarà il padre?”. Sarà Jesse, o è troppo semplice?

I primi dieci episodi di questa serie lanciano il sasso e nascondono la mano. Riusciamo già a intravedere le nuove coppie che potrebbero nascere e le nuove intese. Io ho parecchie teorie a riguardo, ma se le dicessi dovrei spoilerare tutto. Vi dico solo che per me è promossa. Mi ha sorpreso davvero molto vedere come hanno giocato con vecchi e nuovi elementi, ma soprattutto come hanno trascinato ai giorni nostri quelle vicende, facendo in modo risultassero ancora attuali.

Ho guardato How I Met Your Father senza occhio critico, come se fosse una serie tv nuova senza precedenti e ha funzionato. Credo vada proprio guardata così: senza far paragoni e godendosi i rimandi e le sorprese. Per quanto mi riguarda, non vedo l’ora arrivi la seconda stagione, in cui gli episodi saranno il doppio.
Voto: tre tazzine e mezzo, senza infamia e senza lode.


Melz


Fonti: TV Sorrisi e Canzoni
Leganerd.com
Glamour.com

martedì 26 aprile 2022

Rubrica: Coffee&Ciak - "Prodigal Son" (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio! ^^
Oggi per la rubrica Coffee&Ciak, Ms Rosewater ci dà la sua opinione sui primi episodi di una serie tv thriller-poliziesca, "Prodigal Son", con Tom Payne e Michael Sheen, che pare essere molto promettente. Leggete il commento e fateci sapere cosa ne pensate! ;) 

Prodigal Son
con Tom Payne e Michael Sheen, disponibile su Premium Crime


Ultimamente, con lo scivolare in avanti degli orari della prima serata e la scarsità di pellicole interessanti trasmesse dalla tv generalista, mi sono trovata sempre più spesso a guardare i canali dedicati alle serie poliziesche, che offrono una programmazione in perenne replica (Mentalist, Colombo e soprattutto L'Ispettore Barnaby) che posso anche smettere di guardare se si fa troppo tardi, con la promessa di recuperare la puntata il giorno dopo, in un altro orario oppure tra qualche mese.

Non mancano serie recenti, anche se, purtroppo, vengono spesso relegate alla seconda serata (e non si capisce perché, dato che non sono più trucide o perverse di CSI) che si conclude a notte fonda e non vengono ritrasmesse tanto frequentemente. Fu così lo scorso anno per Strike, miniserie britannica tratta dai romanzi di Robert Galbraith (J.K. Rowling) trasmessa da Top Crime (e che non mi sarebbe dispiaciuto rivedere) e temo sarà lo stesso per Prodigal Son, appena cominciata sullo stesso canale, che promette di essere inquietante e delirante.

Mentre in Dexter il punto di vista era quello interno del serial killer, qui è quello di un'intera famiglia di cui uno dei suoi componenti è un assassino
. A scoprirlo è Malcom, figlio maggiore del dottor Martin Whitly, che quando era solo bambino ha permesso alla polizia di catturare il padre, identificato come il serial killer noto col soprannome de“il chirurgo” (un paffuto Michael Sheen con l'occhietto spiritato alla Jack Nicholson). Le conseguenze sui legami familiari sono prevedibili, ma chi subisce il colpo più duro è proprio Malcom, il quale, al contrario della sorella (molto piccola ai tempi dell'arresto del padre) e della madre (che reagisce troncando ogni contatto, provando a dimenticare) continua a far visita al padre per diversi anni, fino a quando decide di far domanda per entrare nell'FBI e troncare quel contatto ormai troppo ingombrante.

Dieci anni dopo Malcom è un agente dell'FBI che non riesce a uniformarsi agli standard, è geniale ma anche privo di freni inibitori, imprevedibile e capace di azioni estreme. Malcom dorme legato perché soffre di incubi e di una pericolosa forma di sonnambulismo, oltre che di stress post traumatico; prende abbondanti medicinali e ha memorie confuse dell'arresto del padre (particolare che credo prenderà importanza col proseguire della storia). Quando viene licenziato, la polizia di New York lo ingaggia come profiler e nel corso di questo lavoro è costretto, con disappunto della madre e della sorella, a riprendere i contatti col padre, il quale non ha mai smesso di aspettare il ritorno del figlio.

La serie promette di incentrarsi essenzialmente su questa relazione padre-figlio fatta di sensi di colpa, repulsione e attaccamento; Malcom, interpretato da un pirotecnico Tom Payne, prova orrore e sente su di sé il peso delle azioni del padre, ma non si perdona di averlo tradito consegnandolo alla polizia; la madre e la sorella sono contrarie a che continui la sua carriera di profiler (soprattutto se ciò comporta la frequentazione del dottor Whitly), quella che gli permetterebbe un riscatto dei peccati paterni, e d'altronde è proprio il padre l'unico a sostenerlo, grazie a lui e alle conoscenze che gli ha trasmesso, è diventato abilissimo e può risolvere i casi più complessi.
Questo rapporto shakesperiano è di gran lunga più interessante delle stesse investigazioni, talmente invischiate di visioni, ricordi, dei deliri di Malcom da non esserci quasi distinzione fra il reale e il sogno, il passato e il presente. All'instabilità del figlio corrisponde la monumentalità del padre, serial killer sì, ma con un'identità apparentemente definita, un luogo che lo ospita dove è sempre possibile trovarlo, una presenza certa anche quando non c'è. I casi stessi coinvolgono parenti stretti (addirittura, nel secondo episodio un'intera famiglia viene avvelenata) evidenziando ulteriormente la matrice familiare con i suoi conflitti, i segreti. Si può leggere un'influenza de Il silenzio degli innocenti e di Shining, quel rapporto che nel film con Nicholson s'interrompe qui prosegue, influenzando l'esistenza del figlio.

Il primo episodio ha un montaggio forse un po' troppo serrato, ma già nel secondo i ritmi si fanno leggermente meno rutilanti e, nonostante il tono abbastanza cupo e schizofrenico, non mancano momenti di isterica ironia, soprattutto quando seguiamo lo schizzatissimo Tom Payne nelle sue investigazioni. Michael Sheen è inquietante, ma tutto sommato nei primi episodi appare un po' sottoutilizzato, sono certa che si rifarà.
Promettente.

Ms Rosewater



Fonte immagini: Google immagini

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