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domenica 31 ottobre 2021

Speciale Halloween: gli spettri nella cultura asiatica e Storie di fantasmi del Giappone di L. Hearn e B. Lacombe.

Ben ritornati adorati Coffeeaholics!
Cosa state organizzando per il tanto atteso Halloween? Vi piace come festività? Io l'adoro e apprezzo il mood festoso e i preparativi con zucche e simili. A questo si aggiunge che da sempre sono un'appassionata di folklore, leggende e miti di ogni nazione, dietro i quali si nascondono spesso figure dell'immaginario fantastico ed orrorifico. Perciò, oggi in occasione della settimana tenebrosa che Coffee&Books dedica al "mostruoso e allo spaventoso", io vi parlerò dei fantasmi nella letteratura asiatica e in particolar modo in quella coreana e giapponese.

Storie di fantasmi del Giappone
di Lafcadio Hearn, a cura di Ottavio Fatica

Prezzo: 25,00 € (cop. rigida)
Pagine: 208
Genere: letteratura giapponese, mitologia, racconti
Illustrazioni: Benjamine Lacombe
Editore: L'ippocampo
Data di pubblicazione: 9 aprile 2021

Illustrando il celebre compendio del folklore giapponese, Benjamin Lacombe offre un tributo al lavoro di Lafcadio Hearn. All’inizio del Novecento, lo scrittore irlandese fu uno dei primi occidentali a ottenere la cittadinanza giapponese: l’amore per la cultura della sua nuova patria lo portò a percorrere le varie province del Paese, al fine di trascrivere le storie di fantasmi e le leggende tramandate di generazione in generazione. In "Storie di fantasmi del Giappone" Benjamin Lacombe sceglie lo stile adatto a ogni racconto, reinterpretando l’ampia gamma del bestiario tradizionale con la sua inimitabile arte. In appendice al volume, alcuni giochi ispirati a quelli tradizionali permettono d’inventare la propria leggenda di yokai. La presente edizione, a cura di Ottavio Fatica, riprende parte dei testi da lui tradotti per Adelphi nella raccolta Ombre giapponesi, completandola con altri, qui proposti per la prima volta al pubblico italiano.

I fantasmi nell'immaginario fantastico occidentale, sono sempre stati pensati come qualcosa di spaventoso, da evitare. Qualcosa collegato alla morte e al fatto che fossero spiriti negativi ritornati o rimasti sulla Terra per tormentare i viventi. Nel mondo orientale invece, la figura del fantasma ha una connotazione diversa e possiamo suddividerla in due parti: una più vicina ad una visione malinconica, triste e di rimpianti; l'altra più tragica, esasperante, vendicativa che può spesso infestare oggetti e luoghi. Sia nel caso della cultura coreana, sia in quella nipponica, i fantasmi spesso sono legati alla natura o a posti particolari, strettamente connessi con la loro morte. E proprio a proposito della cultura orientale, oggi vi parlo di un libro spettacolare contenente storie scritte da Lafcadio Hearn e illustrato nientepopodimeno che da Benjamin Lacombe: sto parlando di Storie di fantasmi del Giappone, volume rifinito nei più piccoli dettagli e pregno di folklore nipponico, frutto degli studi dell'autore vissuto nell'Ottocento. Diverse sono le storie che compongono la raccolta e che ci trasportano in un mondo al limite tra il paranormale e il quotidiano, e diversi sono i personaggi che sotto forma di fantasmi si presentano in scenari a volte onirici, e a volte realistici. 
Personalmente, tra i racconti, quelli che mi hanno colpito in particolar modo sono: Il ragazzo che dipingeva i gatti, dove un ragazzo dipinge gatti su un paravento di un tempio abbandonato e questi ultimi, prendono magicamente vita animati da spiriti buoni; e La storia di Ito Norisuke, narrante le vicende di una donna deceduta in tempi antichi che, in un presente irrealistico, diventa moglie di un vivente samurai che si innamorerà di lei. Ciò che colpisce realmente di questo libro sono le magnifiche illustrazioni di Lacombe che come sempre, con un tratto che richiama ora un mood surreale, ora un mood tipico di Tim Burton, rappresenta egregiamente tutti i fantasmi nella loro malinconia. Sentimento che, nonostante siamo abituati a vedere nelle sue opere e come firma delle sue illustrazioni, in questo frangente viene accentuato dalle atmosfere cupe e da colori che spaziano nella scala dei grigi e dei blu. Inoltre, l'artista rende omaggio alla patria del Sol Levante e dei samurai con uno stile che richiama i disegni del famoso maestro Miyazaki dello Studio Ghibli e degli antichi dipinti giapponesi. 
In conclusione è un libro che oserei definire una piccola opera d'arte che trasporta il lettore, attraverso parole e immagini, in un mondo che assomiglia ad un Grand Guignol tenebroso popolato da fantasmi di ogni risma. 
Voto: 5 tazzine di black camo latte. 
Fonte immagini: Google.

lunedì 2 agosto 2021

Recensione: "Le cronache dell'acero e del ciliegio. La maschera di Nō" di Camille Monceaux (a cura di Eleonora)

Buongiorno, lettori! ^^
Oggi approdiamo in Giappone con la recensione di Eleonora a una delle uscite più interessanti de L'Ippocampo, "Le cronache dell'acero e del ciliegio. La maschera di Nō". Un romanzo affascinante e poetico, lo conoscete? Leggete la sua opinione per saperne di più e lasciate un commento. A presto! ;)

Le cronache dell'acero e del ciliegio. La maschera di Nō
di Camille Monceaux

Prezzo: 15,90 € (cop. flessibile)
Pagine: 416
Genere: historical fantasy
Editore: L'Ippocampo
Data di pubblicazione: 13 maggio 2021

Le cronache dell’acero e del ciliegio formano una tetralogia ambientata nel Giappone del XVII secolo. Seguiamo due eroi, Ichirō, giovane samurai dal favoloso destino, e la misteriosa Hiinahime, una sconosciuta che si nasconde dietro una maschera nō. Nei primi due volumi l’io narrante è Ichirō, negli altri due toccherà all’eroina Hiinahime raccontare la vicenda. Il primo tomo, intitolato "La maschera di No", ripercorre la vita di Ichirō dall’infanzia all’adolescenza. Abbandonato, Ichirō viene cresciuto come un figlio da un ignoto samurai che gli insegna la via della spada. Il ragazzo vivrà un’esistenza solitaria tra le montagne, nel cuore di una natura selvaggia e al ritmo delle stagioni, tra momenti di beatitudine e spensieratezza e un apprendistato che richiede costanza e coraggio. Ma in una tragica notte, la vita di Ichirō viene sconvolta dall’attacco di loschi samurai. Il destino lo porterà allora a Edo (l’antica Tokyo), dove inizierà a esibirsi nei teatri kabuki; lì stringerà le prime amicizie e incontrerà Hiinahime, la sconosciuta con la maschera Nō.

Le cronache dell’acero e del ciliegio - La maschera di Nō” è il primo libro di una trilogia ambientata nel Giappone del XVII secolo, firmato da Camille Monceaux. Il protagonista di questa storia è un ragazzino di nome Ichirō, abbandonato da piccolo sulla porta di un tempio ormai inutilizzato vicino alla vetta di una montagna. Il piccolo viene trovato da un misterioso samurai “in pensione” che insieme ad Oba, la sua vecchia governante, lo alleva come se fosse suo figlio in una piccola abitazione isolata da tutto e da tutti. L’infanzia del piccolo Ichirō si svolge all’insegna della serenità e della spensieratezza tra la natura incontaminata, gli spazi aperti della montagna e l’affetto sempre costante di Oba e del maestro, anche se glielo dimostra nel suo tipico modo un po’ burbero e silenzioso; nonostante sia un orfano la sua si può definire un’infanzia privilegiata, ce ne si rende conto andando avanti nel libro quando l’autrice ci introduce alla vita e alla società dei villaggi, infatti non solo Ichirō è libero di giocare a suo piacimento ma viene anche istruito nella lettura, nella scrittura e soprattutto viene introdotto alla via della spada, il percorso di allenamento fisico e mentale che è alla base della disciplina samurai, cosa che all’epoca era permesso solo ad una ristrettissima classe sociale. Tutto cambia però quando il passato del maestro si fa di nuovo vivo e invade la quotidianità e la vita del nostro protagonista, da quel momento in poi comincia l’epopea che lo introdurrà, in modo alquanto brutale, nella cultura e nella vita di città, prima come “hinin” (reietti della società che non potevano che essere criminali o mendicanti) e poi come più attivo partecipante.
In questo punto della storia l’autrice ci fa fare conoscenza con alcuni personaggi che svolgeranno un ruolo chiave nelle avventure del nostro giovane orfano: Daichi, poeta squattrinato e spregiudicato ma dall’animo buono, Shin, figlio di un odioso artigiano e venditore di ventagli che diventerà per Ichirō quasi una sorta di fratello e ultima ma non per importanza Hiinahime, la misteriosa ragazza che indossa sempre una maschera del Nō (il teatro tradizionale giapponese).
Camille Monceaux si rivela fin da subito una scrittrice bravissima e molto abile, in grado con la sua narrazione semplice ma allo stesso tempo poetica di far prendere vita, colore e forma alle scene che mette su carta grazie a delle descrizioni particolareggiate ma mai eccessive; sin dall’inizio infatti il lettore può vedere davanti ai sui occhi i paesaggi della montagna dove cresce Ichirō, può quasi percepire i suoni e gli odori che sente il piccolo ed è perfettamente in grado di immaginarsi al suo fianco quando va al tempio dove è stato ritrovato per tenerlo in ordine e prendersi cura delle piccole statuine della dea Volpe. In questo romanzo il lettore riesce ad empatizzare senza sforzi e ad un livello molto profondo con questo ragazzino dalla vita difficile, proprio grazie alla capacità narrativa dell’autrice che, nonostante la necessità di spiegare i dettagli della cultura giapponese, fondamentali per capire al meglio le varie situazioni, riesce a non essere mai banale, “di troppo” e soprattutto comprensibile per chiunque, anche per i più inesperti della tradizione orientale, le varie peculiarità e sfumature che caratterizzano la società giapponese dell’epoca infatti hanno un ruolo chiave nella catena di eventi che coinvolgono il giovane protagonista e man mano che si avanza nella lettura ci si rende conto di come senza di esse la storia non avrebbe avuto lo stesso impatto sul lettore.
Il libro dunque si rivela essere un bellissimo e poetico primo capitolo di una saga che sicuramente riserverà ancora molte emozioni e altrettante tribolazioni sia per il povero Ichirō che per noi lettori che non possiamo far altro che prendere a cuore le sorti sue e dei vari personaggi; a tal proposito prima di iniziare questo libro è meglio se ci si procura una corazza da samurai mentale, ce ne sarà bisogno...


Eleonora


Foto credit: @eleonoranicoletto

sabato 17 luglio 2021

Recensioni: "5 libri da attesa per viaggiare in Giappone" (a cura di Elena)

Buongiorno, lettori! ^^
Oggi spazio ad Elena - una delle nuove collaboratrici - che ci porta in Giappone! In questo articolo/recensione ci parla di 5 piccoli libricini, che lei definisce "da attesa" (nel post scoprirete perché), e ci fa davvero emozionare. Per chi non conosce la letteratura giapponese, ma ne è affascinato e vorrebbe iniziare a leggerla, beh, perché non partire  proprio dai libri che vi consiglia lei?
Buona lettura! ^^


5 LIBRI DA ATTESA PER VIAGGIARE IN GIAPPONE

Quanto possono lasciare dei libricini con meno di 160 pagine?

In coda sotto il sole, in macchina con il rumore della pioggia di sottofondo, alla fermata dell’autobus, seduti tra mille sedie prima del vostro turno, sul treno mentre il paesaggio scorre… Vi è mai capitato di trovarvi improvvisamente bloccati in un luogo semi sconosciuto, lontano da casa e in un tempo che sembra prolungarsi senza fine? L’unica salvezza per me è armarmi di un “libro da attesa”, sempre presente nella mia immensa borsa, un romanzo breve o una serie di racconti, che mi tenga compagnia e, quasi per magia come in una sequenza che sfuma, trasformi quel luogo e quel tempo d’attesa in un’avventura, grazie alle parole che mi scorrono davanti agli occhi.

Oggi queste parole ci porteranno in Giappone e vi consiglio cinque (con bonus!) romanzi brevi, tra le 100 e le 160 pagine, di autrici ed autori giapponesi natii, di origine o di seconda generazione. Romanzi che consiglio anche a chi vuole approcciarsi alla letteratura giapponese contemporanea, con stili, generi e tematiche per tutti i gusti.

Pronti? Partiamo!

Azami, Hōzuki, Suisen di Aki Shimazaki

Azami, Hozuki, Suisen sono i primi tre romanzi brevi che compongono la pentalogia de L’ombra del cardo ad oggi in corso di pubblicazione (il quarto dovrebbe uscire ad ottobre mentre il quinto a febbraio dell’anno prossimo): possono essere letti separatamente, in ordine sparso e/o in modo autonomo ma la lettura integrale della serie arricchirà la storia, scorgendo dettagli e svelando intrecci inattesi. Le note delle ninne nanne e i significati dei fiori sono le chiavi che uniscono e aprono all’altro, ai segreti e ai passaggi da una storia all’altra.

“Traccio mentalmente una catena e ogni maglia porta un nome. […] Sono tutti legati tra loro, in modo diretto o indiretto. L’inizio e la fine sono uniti senza conoscersi.”

In poche pagine e con il suo stile asciutto, la scrittrice gioca con noi, ci inganna e ci svela piccoli indizi, ci permette di percorrere i fili della vita dei protagonisti e delle protagoniste, di scoprire i legami, le parole e le azioni, ma allo stesso tempo ci sgrida, ci ricorda che non ci riguarda.

“Anche stasera il tuo cuscino è bagnato di lacrime.

Chi sogni? Vieni, vieni a me.

Mi chiamo Azami. Sono il fiore che culla la notte.

Piangi, piangi fra le mie braccia. L’alba è ancora lontana.”

Iniziamo con Azami, romanzo di 135 pagine, che ho apprezzato per lo stravolgimento dei pregiudizi e per il racconto della quotidianità. Facciamo la conoscenza di Mitsuo, un uomo che si divide tra il lavoro che inizia a sentire stretto, la sua famiglia e una relazione intima con una donna che emerge dal suo passato e che chiamava “azami”, come il fiore bellissimo e pericoloso del cardo, un fiore che non si regala mai per le sue spine, un fiore che nasconde dei misteri. Ci immergiamo in uno scorrere di coincidenze, giochi di parole, menzogne, presente e passato che si intrecciano tra ricordi, speranze e un finto equilibrio. Una rinascita e una svolta che lascia con una chiusura e qualcosa di incompiuto: in effetti, come anticipato, tra salti temporali, la storia fa parte di una pentalogia, una struttura narrativa a spirale, che la scrittrice predilige, come si può leggere nelle raccolte complete già uscite “Il peso dei segreti” e “Nel cuore di Yamato”. Sono dei romanzi che racchiudono in sé cinque romanzi brevi, le cui storie sono profondamente legate tra loro, come un filo rosso, trovando un significato nelle vite e nei gesti dei singoli personaggi. Sono come delle isole a cui manca la visione d’insieme del suo arcipelago: occorre insieme un’osservazione da vicino per l’indagine psicologica dei personaggi ma anche una visione distante per il ripercuotersi delle scelte, ma il tutto perfettamente equilibrato per una lettura autoconclusiva.

“Hōzuki, hōzuki, l’amore in gabbia.

Arancio come il giglio tigrato.

Splendente come il sole.

Che gioia! Sei la mia luce!”

Passiamo a Hōzuki, romanzo di 138 pagine. Qui troviamo una libreria che conserva dietro alla carta e l’inchiostro la storia di una donna determinata, coraggiosa e misteriosa. Incontriamo Mitsuki che vive la sua vita e sistema libri, finché il passato ritorna, si presenta con interrogativi e visite inaspettate tramite una donna che entra semplicemente alla sua porta. La protagonista, così, si ritrova a snocciolare ricordi, ad affrontare i fili del suo passato, a capirlo. Tra accenni di conversazioni quotidiane, sulla filosofia e sulla religione, sulla vita e sulla morte, sulla disabilità e la “normalità”, ci ritroviamo coinvolti nella ricerca della verità, semplice e pura, senza pregiudizi né giudizi. La risposta a tutto questo è un’entità superiore, “il mondo è proprio piccolo” oppure si tratta di casualità o si cela dietro qualcosa? C’è una catena che lega le persone che si sfiorano per caso? Ogni anello un nome, un’azione, una parola che ci lega in modo diretto o indiretto. Non siamo isole. Nulla è ciò che appare, bisogna sempre girare le pagine, svelare, risvelare. E l’hozuki, con la sua forma a lanterna, simbolo di luce, speranza e salvezza, ci guiderà in questa ricerca.

“Nel campo di suisen, balli cullandomi.

Tra le tue braccia amorevoli, guardo il tuo dolce sorriso.

Il tuo volto è come il sole.

Mamma, non lasciarmi mai!”

Infine Suisen, romanzo di 160 pagine, in cui conosciamo Gorō, un degno rappresentante del moderno mito greco di Narciso, il giovane innamoratosi di se stesso che finisce per morire specchiandosi per ammirare la sua immagine riflessa. Gorō è egocentrico, opportunista, individualista, egoista, arrogante, ipocrita, maschilista. Tutti aggettivi che gli accostiamo durante la lettura degli episodi e delle vicende e ne traiamo un disegno lucido e preciso di un’analisi quasi clinica e psicologica, che proviene dai pensieri e dai ricordi dello stesso protagonista. Un protagonista camaleonte che irrita ma che la scrittrice, con la sua scrittura oggettiva, essenziale e precisa, a tratti cruda, non giudica mai ma narra così come è: descrive comportamenti ed azioni, la discesa di un uomo, e nel sottotesto lancia messaggi e denunce molto importanti nel contesto sociale in cui viviamo oggi, come la violenza psicologica e domestica. Non troviamo una redenzione ma uno spaccato, un momento di caduta, un insieme di fatti che hanno portato alla solitudine, ma allo stesso tempo esploriamo e cerchiamo di capire senza mai giustificare o perdonare. Non posso che ammettere che Gorō mi abbia fatta arrabbiare ed indignare ma allo stesso tempo volevo capire questo uomo ferito e che ferisce, un uomo che fa pietà e che forse ha una speranza e un nuovo inizio di consapevolezza.

L’anulare di Yoko Ogawa

“<Allora a cosa servono?>

<Difficile generalizzare. Le persone che vengono qui a chiedere un esemplare sono spinte da motivazioni che variano per ciascuno di esse. Si tratta sempre di questioni personali, che non hanno nulla a che vedere con la politica o l’economia, né con la scienza o l’arte. Con la preparazione degli esemplari rispondiamo esclusivamente a esigenze private. Capisce?>”

Il più piccino di questa selezione, con le sue 103 pagine, è L’anulare di Yoko Ogawa che lascia con il fiato sospeso, il desiderio di conoscere ma con l’ansia di scorrere le parole, le pagine fino alla fine. È una storia destabilizzante, ai confini della realtà, sospesa ma ancorata sulla riflessione e sulla ricerca di più di un significato, sulla realtà stessa delle cose: cosa sono gli esemplari, come si preparano e si conservano, perché? Separarsi e rinchiudere i ricordi per sempre, senza far loro più visita? Dimenticati, custoditi con nostalgia, paura, ansia o con sollievo? Una storia narrata con calma, finta rassicurazione e comprensione ma incalzante e fluida. Una storia che parte quasi come un percorso terapeutico di riscoperta e di accettazione ma che si trasforma in qualcosa di disturbante. Troviamo una protagonista senza nome, pochi ed importanti personaggi, una relazione morbosa. Descrizioni funzionali. Oggetti che sono più che composizioni di materiali. Un racconto scorrevole e claustrofobico che lascia sconvolti, inquieti e desiderosi di rileggerlo per svelare ancora i misteri. Si fonda, infatti, tutto sul mistero: non sappiamo l’anno, il luogo, la vita dei personaggi che entrano e scompaiono. Tutto ruota sull’inspiegato, sulla libertà di interpretazione, come ad esempio il legame tra ricordo, memoria ed ossessione. La trama fa da sfondo, le emozioni, le vostre emozioni, governeranno questa lettura!

Il gatto venuto dal cielo di Hiraide Takashi

“Quella casa attraversata da gradevoli correnti d’aria rasserenava i nostri animi come una camera ottica che proietti solo l’indispensabile.”

Il gatto venuto dal cielo di Hiraide Takashi è un romanzo di 132 pagine, nato come articoli/romanzo a puntate. È tra un racconto-resoconto, quasi una telecronaca, e un flusso di coscienza della vita del narratore, della moglie e anche di una gattina. Perfetto per le e gli amanti degli animali a quattro zampe sfuggenti e miagolanti. Questo diario ci presenta una coppia che vive i suoi incontri in un quartiere di periferia: le circostanze temporali sono molto precise, vanno dal 1987 al 1989, e rievocano un tempo vissuto e rielaborato con nostalgia e malinconia. Precise sono anche le indicazioni geografiche, dal macro al micro, con le strade, la stazione, gli alberi e le foglie e i suoi punti di riferimento, che sono descritti con uno stile molto realistico e particolareggiato, con un tocco di poesia da cui emergono come dei fermi immagine la fotografia della luna di notte o di una libellula in volo. Suggestive ed immaginifiche sono, infatti, le descrizioni della natura che fanno vivere a chi legge il trascorrere del tempo, delle stagioni e degli anni. I tempi verbali sono al passato, in quanto la voce narrante rievoca qualcosa che è successo, inserendo delle affermazioni e riflessioni sempre valide, presenti con richiami sorprendenti alla letteratura occidentale e in particolare anche a quella italiana. Il filo conduttore della storia è la comparsa quasi aliena di una gatta, che diventa una frequentatrice abituale fino a far parte della famiglia. L’incontro è qualcosa dettato dalla fortuna, intesa come virtù, qualcosa che con il tempo arricchisce e dona. Anche la casa, in cui sembra a chi legge di trovarsi ad esplorarne le stanze, diviene un’essenza viva, non solo elemento architettonico, ma un’entità che accoglie e aiuta nei momenti di crisi. Le relazioni con Ia gatta e la casa superano i confini della proprietà, senza rispettare i limiti: per l’autore lo stesso significato è anche attribuibile alla scrittura nel momento in cui essa viene condivisa e diventa qualcosa di vivo, che insegna e si insinua. Si può ritrovare, così, una ricerca di senso della vita nel ripetersi nei movimenti di ogni giorno che generano un flusso, connesso da qualche parte con un grande fiume. Esso contiene svariati temi, che potrebbero risultare sconnessi tra di loro ma fanno parte della vita di ogni essere umano: il legame, l’affetto, come affrontare una perdita e ripartire da essa, costruire qualcosa di nuovo, con quel tocco di realismo magico tipico della letteratura giapponese. Alla fine il diario ritorna in un’atmosfera sospesa, che potrebbe far pensare ad una chiusura fiabesca alla “c’era una volta”, che si può ritrovare grazie alle descrizioni accurate della strada e della casa, ma queste non saranno mai quelle ricordate. Il quartiere, le foglie e le persone non ci sono più, tutto scorre e cambia.

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

“Sii umile. Sii gentile. Mostrati desiderosa di accontentarli. Di’ solo <Sissignore> o <Nossignore>, e fai quello che ti ordinano. Meglio ancora, non dire niente del tutto. Adesso appartieni al mondo invisibile.”

Venivamo tutte per mare
di Julie Otsuka è un libro denuncia di 140 pagine, il libro più crudo di questa selezione. Narra, come ci riporta nei ringraziamenti la scrittrice, ritagli di vita delle biografie delle e degli immigrati giapponesi che arrivarono in America agli inizi del Novecento. In generale tratta della condizione migrante e in particolare della condizione delle donne, attuale ancora oggi: nel susseguirsi dei capitoli non è specificata una data perché potrebbe rappresentare qualunque epoca e luogo, come denota la scelta della scrittrice di usare la prima persona plurale, la potenza del “noi”. Non c’è una voce narrante, c’è un coro, un gruppo d’appartenenza che interpella un “voi” spesso cieco ed ipocrita. Nonostante la persona atipica, la struttura delle frasi è breve, semplice e scorrevole ma allo stesso tempo incisiva e diretta. Ho vissuto queste storie e questa narrazione in prima persona plurale al punto da diventare voce e testimone, come succede quando si ascolta uno spaccato di storia spesso nascosto. Tante esperienze e vicende diverse ma unificate dalle sensazioni ed emozioni provate e condivise. Così si presenta un gruppo di ragazze giapponesi, che attraversa l’Oceano Pacifico per arrivare nella costa ovest degli Stati Uniti, esattamente in California. Queste giovani, ricche e povere provengono da diverse zone e realtà del Giappone, dalla città alla campagna. Lasciano la loro casa, proprio per volere delle famiglie con l’illusione di trovare un marito. Iniziano un lungo viaggio tra le onde dell’Oceano, mosso e tranquillo, che culla sogni ed incubi. Una nave che trasporta giovani donne e dondola speranze di un buon matrimonio, una vita migliore e paure di un nuovo mondo. Nonostante le differenze di classe, provenienza, origine, sono accomunate dalla melanconia e dalla felicità di allontanarsi dal disagio. Con loro bauli grandi e piccini, pieni di ricordi e pezzi di cuore ed anima, kimoni, specchietti e porta fortuna. Con il viaggio ognuna deve fare delle scelte e scontrarsi con le bugie, i dolori e una realtà molto più dura e difficile da accettare fatta di soprusi, crimini ed ingiustizie.

“La lingua era dieci volte più difficile della nostra e le usanze erano imperscrutabili. I libri si leggevano dalla fine al principio e la gente si insaponava dentro la vasca […] Il contrario di bianco non era rosso, ma nero. Che ne sarà di noi, ci chiedevamo, in una terra così estranea?”

Le domande implicano risposte sottointese. Lo sguardo dei “bianchi” nei confronti di queste persone venute dal mare è un occhio dall’alto al basso, discriminante, giudicante, escludente. Molto difficile il confronto e l’integrazione. L’unica soluzione è imparare ad estraniarsi, a diventare invisibili. Anche i figli e le figlie sono discriminati e le donne vedono il ripetersi nei loro confronti di comportamenti ed azioni che le hanno tenute lontane dalla società. Le madri vedono questa nuova generazione diversa, che vive sospesa nel mezzo di due culture, che pratica l’arte dell’acrobata, in bilico tra due culture che non la accetta mai del tutto. I figli e le figlie costruiscono una terza cultura, lontana dai miti, dalle tradizioni, dalle parole, dal modo di camminare e dal cibo della colazione. Le madri invidiano la facilità di far propria una lingua che per loro rimarrà per sempre sconosciuta, innescando nuovo dolore e nuovi shock culturali. E poi un giorno diventano il nemico, le e i traditori di un paese che non conoscono e da cui sono stati sfruttati. Ai vecchi pregiudizi e agli atti di razzismo si aggiunge l’odio e la paura, gli arresti e le deportazioni (argomento trattato ed approfondito dalla scrittrice in Quando l’Imperatore era un dio, un altro perfetto titolo da attesa). Una nuova vita di ansia e privazioni dettate dalle leggi, solo per essere nate e nati in un paese diverso e colpevoli di venire dal mare. Julie Otsuka sposta il faro su un altro “noi” e pone domande e costringe alla riflessione. Dà voce e ridà dignità a donne, uomini, bambine e bambini: storie e voci che non saranno più scomparse tra i flutti del mare e tra la polvere del deserto, non più figure evanescenti, ma reali con nomi e cognomi, non più fantasmi ma esseri umani.

Ed eccoci qui alla fine del nostro viaggio tra storie quotidiane, misteriose e di denuncia; dolci, ansiogene e profonde; inventate e storiche; lontane e vicine. Storie che diventano compagne di vita.

Non mi resta che augurarvi buon viaggio e buone letture,



Elena

Foto: @tsundoku_bookstyle

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