coffee_books
Visualizzazione post con etichetta rubriche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rubriche. Mostra tutti i post

mercoledì 11 marzo 2026

Milk, Cookies&Books: "Orso che sonno!" di Nick Bland e "Il dodo raffreddado" di Haider Bucar

Buongiorno, lettor*!^^
È da un po' che non vi porto qualche recensione di libri per bambini. Come sapete, tra le varie rubrichette di Coffee&Books, ce n’è una carinissima che io amo, Milk, Cookies&Books, dedicata proprio alla letteratura per l'infanzia e alle letture per i più piccoli. Per farmi perdonare, oggi vi parlo di ben due volumi che mi sono arrivati nei mesi scorsi e che ho adorato. Li ha amati molto anche mio figlio, infatti i due libri erano diventati suoi ostaggi, ormai :P Si tratta di Orso che sonno!, di Nick Bland, e Il Dodo raffreddado, di Haider Bucar, entrambi editi Caissa Italia Editore.
 Ringrazio l’ufficio stampa La Chicca e la casa editrice Cassia per le copie omaggio in cambio di una recensione onesta.

Orso che sonno!, di Nick Bland e 
Il Dodo raffredado, di Haider Bucar


È sempre giorno di festa a casa quando arrivano libri per bambini. Nonostante la mia libreria stia straripando e quella di mio figlio altrettanto, ci sono titoli troppo curiosi a cui non sappiamo proprio resistere. Caissa Italia Editore ha pubblicato ultimamente dei libri davvero deliziosi, che vi consiglio di recuperare al più presto, sapranno farvi divertire come pochi e faranno ridere da matti i vostri bimbi. Oggi vi parlo di due libri in particolare: Orso che sonno!, di Nick Bland, e Il Dodo raffreddado, di Haider Bucar.

Orso che sonno!
è un volumetto spassosissimo che ha per protagonisti un orso in procinto di andare in letargo e una volpe furbetta. L'atmosfera invernale è quella che ci accoglie da subito, calma e morbida in un primo momento, spezzata poi dall'euforia dei toni spigliati della volpe malandrina. L'orso, con i suoi occhi socchiusi e la sua aria stanca, ci infonde tenerezza e ci fa empatizzare con il suo desiderio di mettersi al riparo e riposare. Ma la volpina non sembra volerlo lasciare in pace. Attratta dalla sua accogliente caverna, decide di convincere l’orso a cambiare dimora, portandolo a valutare soluzioni alternative per il suo lauto riposo. L’orso, che è davvero molto stanco, si lascia abbindolare e la segue ovunque lo conduca, ma nessun riparo sembra adatto come lo è la sua casetta. La nostra volpina, che qui ha l’aria di essere un agente immobiliare dalle doti molto persuasive, è ricca di entusiasmo nel mostrare luoghi che, secondo lei, potrebbero fare al caso dell’orso: la galleria di un treno, anche se un po'... rumorosa, un buco in un albero pieno di pipistrelli naturalmente inoffensivi, una grotta sulla spiaggia con qualche problemino di umidità. Così tanti imprevisti coglieranno l’orso stanco, che alla fine deciderà di tornare alla sua vecchia dimora... per poi ritrovarsi davanti un’inaspettata sorpresa. Non vi svelo quale per non rovinarvi la lettura, ma ovviamente ci sarà da ridere. 

La lettura è scorrevole, tra narrazione e dialoghi, il tutto condito da rime che danno alla storia un ritmo cadenzato e musicale che funziona benissimo. Talvolta i testi sono più grandi di carattere, per enfatizzare suoni e parole e questo rende la lettura ancora più dinamica e mai noiosa. 
Entrambi i personaggi hanno dei caratteri ben definiti. La vera simpatia del libro sta nelle espressioni degli animali, ogni illustrazione riesce a trasmettere lo spirito ironico della storia, dalle facce buffe e assonnate di Orso a quelle birbanti della volpe. Non riuscirete a resistere a questa storia. I colori sono tenui, pastellosi, delicati, a trasmettere anche loro dolcezza come i toni dell'intero libro.

E se siete curios* di conoscere altre avventure di Orso, Nick Bland ha scritto altri libri per questa serie con protagonista il nostro caro Orso imbronciato. Sono disponibili sempre per Caissa Editore, io sicuramente li recupererò tutti. 

Una storia spigliata, che saprà regalarvi il buonumore e vi farà anche chiedere quanta pazienza e tolleranza riesca ad avere il nostro Orso, che nonostante i giochetti di Volpe riesce a essere a suo modo solidale e accondiscendente con lei. Ma come non empatizzare con la volpina, che come tutti gli animali del bosco, vuol solo trovare riparo per l'inverno? Il finale lo adorerete!

Di tutt’altro genere è il libro di Haider Bucar, Il Dodo raffredado, una storia che unisce umorismo a divulgazione. L’autrice e illustratrice, che aveva già pubblicato Il vombato dal sedere quadrato, sempre per Caissa, si dedica a un nuovo animale estinto e strano, il dodo. Secondo questo racconto, il dodo all’inizio si chiamava Toto, poi un brutto temporale gli causa il raffreddore e così si ritrova a rispondere “Dodo” a chiunque gli chieda qual è il suo nome. Ahi, ahi, che guaio! 
Come se non bastasse, il Dodo è famoso anche per avere un corpo un po’ particolare… a forma di pera! E questa cosa lo mette un bel po’ a disagio, soprattutto perché le sue ali son piccoline e lui troppo pesante per poter volare. Ma col suo famigerato raffreddore, alla fine, troverà il modo di volare...

Anche qui non vi racconto tutto nel dettaglio per lasciarvi il piacere di leggere la storia e scoprire cosa combinerà il dodo. Sappiate che anche con questo libro ci si diverte molto (credo sia quello che mio figlio ha amato di più). È facile sentirsi in sintonia con il protagonista, che col suo raffreddore epico riesce a far diventare simpatico qualcosa che molti bambini magari detestano. In più, la figura del dodo è rappresentata in tutti i suoi pregi e difetti e questo non fa che renderla ancora più vicina a chi legge. Non abbiamo i tipici animali protagonisti delle storie per bambini, in questa serie, ma animali poco conosciuti, insoliti e strani. Una trovata molto apprezzata, a mio parere, e che fa in modo che i bambini si rapportino anche con la diversità e le imperfezioni, con tutto ciò che, alla fine, ci rende speciali e ci distingue dagli altri.

Anche qui abbiamo una narrazione molto fluida, ma più d'impatto, con frasi brevi e rimate a dare un ritmo ancora più rapido alla lettura. I caratteri sono molto grandi, e si prestano perfettamente per le prime letture. I colori delle illustrazioni risultano accesi, ricchi di contrasti, con un tratto molto forte e contorni scuri e decisi. 

Il Dodo è un personaggio tanto strambo e ironico quanto sfortunato. L'autrice ci fa conoscere vari aspetti che lo riguardano e ci offre una sua divertente visione sull'estinzione dell'animale.

È un libro che si legge velocemente, ma che lascia un delizioso ricordo di sé grazie a un protagonista assai curioso. Una lettura riuscitissima e perfetta per i bambini e le bambine che amano conoscere gli animali più stravaganti. 

Non mi resta che augurarvi buone letture! 
A presto!
Photo credit: @francikarou @coffee&books

mercoledì 4 febbraio 2026

Coffee&Ciak: "Marty Supreme" (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, car* lettor*! ^^
Oggi arriva la recensione di un film uscito da poco e molto chiacchierato, soprattutto per la campagna di promozione ma anche per l'interpretazione del protagonista. Si tratta di Marty Supreme, con Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow. Lo ha visto per noi Ms Rosewater e ce ne parla con entusiasmo. Scoprite di più nella sua recensione e non dimenticate di lasciarci un commentino ;) A presto!

Marty Supreme

Ognuno di noi può avere quello che vuole purché sia disposto a pagarne il prezzo”. Il motto di Rupert Pumpkin di Re per una notte, scorre nelle vene di Marty Mauser: rapina, imbroglia, manipola, ruba, implora, mente, si umilia pur di raggiungere i suoi obiettivi. Abile commesso nel negozio di scarpe dello zio, dotato di una prodigiosa parlantina, è determinato a diventare un campione di ping pong. È bravo e incredibilmente sicuro di sé, dotato di un fascino trascinante, in grado di coinvolgere chiunque nei propri progetti. Ma per partecipare ai tornei ci vogliono soldi, che nemmeno lo zio - che glieli deve - vuole dargli. E allora se li prende, dando il via a una fuga vertiginosa dalla mediocrità, dalla famiglia, da una madre che lo ricatta affettivamente e dall'amante, sua vicina di casa, verso il successo e la celebrità.

Col suo aspetto da beffardo, giovanissimo Groucho Marx, è inarrestabile nella sua discesa e nei suoi trionfi; orgoglioso e arrogante, supplichevole e sottomesso, non c'è nulla di cui non sia capace pur di realizzare il suo sogno. È sempre sul limite, pronto a saltare da un altissimo trampolino con una traiettoria imprevedibile. E, mentre gioca a ping pong, cerca di trovare il denaro per finanziare i suoi viaggi e mette incinta la propria amante, travolge la vita di coloro che incontra sulla sua strada. È così non solo per gli amici che cercano di aiutarlo, ma anche per gli sconosciuti che incontra per caso (come Abel Ferrara, in un cameo cucito su misura) o aggancia: è il caso dell'attrice in declino Kay Stone (la sempre legnosa Gwyneth Paltrow) e del ricchissimo marito Milton Rockwell.

La relazione con la coppia è d'interesse economico, ed è emblematica del capitalismo americano (più attuale che mai) che fa del denaro un valore morale, non solo per dichiarare la propria superiorità, ma anche per umiliare e distruggere (un esempio assai più drammatico lo troviamo in The brutalist). Ma i due rappresentano anche una sorta di famiglia adottiva, in cui se la “madre” cede alla corte interessata di Marty per colmare il proprio vuoto, il contrasto col “padre” è inevitabile e definitivo.

L'antisemitismo dell'America post-bellica è un elemento quasi inaspettato ma sottolineato più volte, a partire dal risentimento di Rockwell per la morte del figlio nel Pacifico, che non risparmia a un reduce dai campi di concentramento.

Il tradimento e la menzogna sono le fondamenta delle relazioni: tutti tradiscono tutti, imbrogliano alla ricerca di un vantaggio truffaldino, un guadagno in denaro, amore, controllo. In fondo, Marty Mauser sfrutta gli unici mezzi che gli sono concessi e - al contrario degli altri - è consapevole delle proprie azioni e dei motivi che lo portano a compierle.

Se in A complete unknown Timothée Chalamet, nonostante l'impegno, risultava stucchevole nella ricostruzione quasi didascalica di un personaggio reale, trova in Marty Mauser, ispirato alla figura del pongista Marty Reisman, un ruolo entusiasmante, esagerato e divertente che gli dà maggiore libertà espressiva e che riesce a fare veramente suo. In scena dall'inizio alla fine, la sua interpretazione energica mantiene alta l'attenzione e contribuisce all'unità e alla fluidità narrativa. La regia riesce a esaltare questa elettricità mantenendo un ritmo sostenuto che non cala praticamente mai, culminando nel finale, abbastanza inaspettato e ironico, la fine della fuga di Marty.

Merita una menzione anche la colonna sonora, composta da canzoni degli anni '80 (troverete nella sigla d'apertura una citazione da un noto film del periodo), '50 e altro, come recitano i titoli di coda, una scelta eclettica che funziona alla grande in un film che sorprende dall'inizio alla fine.

Per chi volesse scoprire qualcosa di più sul personaggio che ha ispirato la storia di Marty Supreme, ecco un link.

Ms Rosewater


Fonte immagini: Google immagini

martedì 13 gennaio 2026

Recensione Inclusion Books: "Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione" di Amanda Leduc

Buongiorno, lettor*! ^^
Rieccoci sul blog, dopo un piccolo stacco per le vacanze natalizie, a parlarvi di libri e molto altro. Ci auguriamo abbiate trascorso tutt* delle splendide feste e siate stat* bene <3 Questo 2026 lo inauguriamo con una recensione di Ms Rosewater per la rubrica Inclusion Books. Nottetempo le ha inviato un testo molto interessante, ovvero Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione, di Amanda Leduc. Una lettura che analizza il mondo della disabilità a partire dalle fiabe popolari più conosciute, e non solo! Scoprite di più nella recensione e lasciateci il vostro parere nei commenti. Vi aspettiamo :) 


Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione
di Amanda Leduc

Prezzo: 12,49 € (eBook) 17,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 264
Genere: saggistica
Editore: Nottetempo
Data di pubblicazione: 12 settembre 2025
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Dai Fratelli Grimm a Perrault, da Andersen a Disney, le fiabe plasmano il nostro sguardo sul mondo, e ci insegnano che la felicità è riservata ai corpi perfetti. Ma cosa succede quando ti ritrovi a identificarti più con la Bestia che con la Bella? Se ogni personaggio disabile è deriso o punito, come può sperare in un “e vissero felici e contenti”? Amanda Leduc, ripercorrendo la sua esperienza di bambina, ragazza e poi donna con paralisi cerebrale, indaga con occhio critico queste narrazioni fondative della nostra cultura e i loro archetipi. Deforme mostra come bellezza e abilità fisica siano da sempre sinonimo di virtù, mentre i corpi non conformi – il gobbo di Notre Dame, i sette nani, le sorellastre di Cenerentola – vengono emarginati e sono meritevoli al massimo di una redenzione incompleta. Anche nell’universo Marvel, dove eroi come Hulk, Daredevil e Iron Man partono da una condizione di vulnerabilità per trasformarsi in qualcosa di “superiore”, si perpetua ancora oggi l’idea che la felicità e l’accettazione sociale siano possibili solo attraverso una metamorfosi che cancella o oltrepassa l’imperfezione originaria. Ma è arrivato il tempo di fare spazio anche a nuove narrazioni. Deforme è un appassionato manifesto che lega la lotta per i diritti delle persone disabili all’apprezzamento del patrimonio storico della fiaba. E all’immaginazione di nuove storie che spezzino la consuetudine, non nascondendo la differenza e mostrando, finalmente, la magia che abita ogni corpo.

Chi non ha il potere sulla storia che domina la sua vita, il potere di raccontarla, ripensarla, decostruirla scherzarci sopra e cambiarla secondo il mutare dei tempi, è davvero impotente.

Salman Rushdie

La mattina del mio accecamento cominciò come tutte le altre. (...) Poi l'uomo mi accecò. Il modo in cui mi accecò fu questo:
Mi accecò con una storia.

Le storie sono potenti.

Shalom Auslander, “Feh”

Le fiabe sono parte fondamentale della nostra architettura mentale, vengono da lontano e ci danno un'immagine del mondo quando ancora non ne abbiamo esperienza; creano standard e aspettative verso gli altri, insegnano comportamenti, definiscono il bene e il male, il bello e il brutto. La loro influenza non si limita ai racconti destinati ai bambini, si perpetua in tutte le narrazioni, così che in romanzi, cartoni animati, serie televisive e film possiamo rintracciare i medesimi schemi e stereotipi.

Tutte le streghe sono brutte e le principesse sono belle, tutte le principesse trovano il loro principe. Di conseguenza tutte le bambine sognano d'incontrare un principe (anche se forse all'inizio neanche sanno cosa sia) e di vivere per sempre felici e contente. Cosa succede però alle bambine disabili, che non possono ballare col principe, non possono salire in carrozzina fino alla cima della torre di Raperonzolo o che hanno un dismorfismo facciale che le rende brutte? Che ne è di queste principesse?

Combinando ricerca letteraria e storia personale, Amanda Leduc esplora i modelli della fiaba classica, le loro origini e la loro riproposizione contemporanea in nuove forme narrative dal punto di vista della disabilità. La sua analisi procede di pari passo con la sua biografia, avvicinando le fiabe classiche di Andersen e dei Fratelli Grimm e la sua infanzia di bambina disabile tra la scuola e l'ospedale, i sogni di ragazzina e le avventure delle principesse Disney, la vita da adulta e i super eroi Marvel e Trono di Spade.

Nelle fiabe tradizionali viene esplicitato un legame tra bellezza, abilità e bontà e bruttezza e cattiveria. Le streghe, gli orchi, i giganti, presentano quasi sempre una disabilità (sono zoppi, orbi, gobbi...) che rende insolito (e descritto come sgradevole) il loro aspetto, e molto spesso è la causa della loro crudeltà e cattiveria. La continua ripetizione di questi modelli - trasversali a molte tradizioni, ma particolarmente radicati nell'Occidente erede della cultura classica - il cui pensiero filosofico coniugava bellezza a bontà - genera un'immagine ideale che esclude o stigmatizza il corpo disabile, non solo caricandolo di valori negativi, ma punendolo, deridendolo e distruggendolo nei gloriosi finali che vedono la fine del cattivo.
In alternativa (ad esempio ne La Sirenetta), la disabilità è posta come un ostacolo alla felicità e all'accettazione da parte degli altri, da superare attraverso prove che dimostrino quanto il protagonista sia meritorio di un intervento magico/divino che lo liberi dal fardello della sua inadeguatezza.

Ma se è questo il trattamento riservato ai disabili nelle fiabe che fondano la nostra immaginazione, come è possibile che nel mondo reale vi sia un atteggiamento equilibrato e positivo nei confronti della disabilità? E come superare l'atteggiamento pietoso nei confronti dei disabili quando vengono continuamente narrati come persone inermi, non in grado di provvedere a loro stesse? (Aggiungo che, se questo vale per tutti i disabili, vale ancora di più per le donne, che pure senza una disabilità subiscono da sempre un giudizio basato sulla loro apparenza fisica e sono ancora ritenute fragili e bisognose di protezione).

Leduc contestualizza le sue ricerche in rapporto col periodo storico, l'esperienza di vita e la cultura degli autori, valuta gli effetti che le proiezioni delle favole hanno prodotto e producono sulla società, il messaggio che trasmettono al pubblico
e le azioni (vissute sulla propria pelle) che generano. Le conseguenze sono a lunghissimo termine e vanno ben oltre il problema della semplice rappresentazione. La stigmatizzazione inizia con le fiabe e prosegue nella socializzazione scolastica e anche nella vita adulta, perché un disabile - a differenza di quanto avviene nelle favole - non subisce una trasformazione magica, e l'ambiente, con le difficoltà fisiche e culturali, continua a essere modellato dallo sguardo generato da quelle storie.

Questa consapevolezza cresce nell'autrice con l'età, i primi passi nel mondo, attraverso un'esperienza all'estero e il drammatico ritorno a casa. Fino a concretizzarsi definitivamente nell'affermazione di Capitan Marvel Io non devo dimostrarti niente, diretta al mondo (e a se stessa), nei confronti del quale si è sempre sentita inferiore, dichiarazione della positività che porta essere sé stessa.

Una delle conclusioni di questo cammino attraverso il bosco incantato delle favole è che i racconti classici rappresentano modelli sociali superati (e, personalmente, trovo non solo dal punto di vista della disabilità) e sono necessarie nuove narrazioni che includano i corpi disabili come un aspetto della varietà della vita, né cattivi né vittime, personaggi che possono aspirare come tutti a essere protagonisti, a un lieto fine non nonostante la disabilità, ma con essa. Nella postfazione è la stessa Leduc a raccontare del Trono di Spade e di re Bran lo Spezzato, evidenziando i lati discutibili e il passo avanti rappresentato dalla crescita del ruolo di questo personaggio, senza cadere mai in un eccessivo ottimismo, ma tenendo conto di ogni possibile risvolto.

Anche se si tratta di un libro non recentissimo (2020), Deforme offre una serie di spunti estremamente interessanti per chiunque voglia studiare le origini culturali della visione della disabilità che ancora sopravvive nella cultura contemporanea e non mancano riferimenti ad altri saggi per approfondire ulteriormente. Anche grazie alla scelta autobiografica è una letttura che appassiona e coinvolge, lo finirete in men che non si dica.

Devo segnalare due inciampi nella traduzione, relativi al settore di cui mi occupo professionalmente: non si parla di linguaggio dei segni ma di Lingua dei Segni (in Italia è stata riconosciuta nel 2021); inoltre, affetto da sordità è un termine medico, fuori da questo ambito normalmente si usano i termini sordo o persona sorda, più adeguati e accettati dalla comunità sorda stessa.
Mi sarebbe anche piaciuto che quel “making space” del titolo originale fosse stato in qualche modo mantenuto nella traduzione, è il nucleo del libro, in fondo.

Ringrazio Nottetempo per avermi inviato il libro.
Grazie anche alla traduttrice Martina Benoni per il suo aiuto.

Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

lunedì 1 settembre 2025

Recensione: "Come una maledizione" di Elle McNicoll (a cura di Ms Rosewater)

Buon lunedì, lettor*! ^^
Primo giorno della prima settimana di un nuovissimo mese, quant* come me emozionat* per le vibes autunnali che iniziano a sentirsi nell'aria? Io appena termina agosto sono già in modalità zucche e zucchette e letture dark academia :P Ma vediamo oggi cosa ha letto la nostra Ms Rosewater, che come sempre ci regala una delle sue accurate recensioni. Elle McNicoll è un'autrice di cui ha parlato spesso qui sul blog e della quale penso abbia letto tutto. Come una maledizione è il suo ultimo romanzo, nonché il seguito di Come un incantesimo. L'avrà conquistata come i precedenti? Vi lascio alla sua opinione e, se vi va, ricordatevi di lasciarci un commentino, ci fa sempre tanto piacere leggerli :) A presto!

Come una maledizione
di Elle McNicoll

Prezzo: 16,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 272
Genere: libri per ragazzi, fantasy
Editore: uovonero
Data di pubblicazione: 28 marzo 2025

Dopo le magiche avventure narrate in Come un incantesimo, è in arrivo l'atteso secondo volume di una dilogia fantasy con protagonista una coraggiosa ragazzina neurodivergente. Edimburgo è una città piena di creature magiche. Nessuno può vederle... tranne Ramya Knox. Bloccata a Loch Ness mentre Edimburgo cade sotto il controllo di una sirena terribilmente potente, Ramya Knox è frustrata. Dovrebbe imparare la magia da sua zia Opal, ma non sta andando tutto liscio come sperava. Mentre cerca di salvare i suoi amici del Popolo Nascosto in città, segreti a lungo sepolti vengono alla luce e le leggende prendono vita. Ramya sa di essere diversa, sa di essere una strega. Ma ora deve imparare il vero significato dei suoi poteri... prima che tutto ciò che ama vada perduto.

Elle McNicoll
ha probabilmente cercato attraverso i suoi precedenti (ottimi) romanzi un carattere al quale affidare più avventure e lo ha giustamente individuato in Ramya, la giovane strega neurodivergente, disprassica, stilosa e dal carattere impulsivo che avevamo conosciuto qualche mese fa in Come un incantesimo: Ramya viene da una famiglia di streghe e riesce a vedere oltre il Glamour, ovvero il travestimento che le creature magiche assumono per non essere viste dagli umani.

Il volume precedente si chiudeva con una rivelazione per la bambina e la scoperta del proprio potenziale nonché lo scioglimento di un segreto a lungo tenuto in famiglia. Questo si apre in un luogo isolato, lontano dalla città, Loch Ness. È evidente che a Edimburgo è successo qualcosa di inquietante e pericoloso e Ramya col cugino Marley si trovano a casa della nonna, mentre le tre sorelle (Cassandra, la madre di Ramya e le due zie Leanna e Opal) e la nonna preparano in gran segreto una contromossa. Opal, anche lei neurodivergente e per questo molto vicina alla protagonista, dà alla nipote lezioni di magia e di vita che però Ramya comprende solo in parte, ansiosa com'è di mettersi alla prova come strega e dimostrare quanto è speciale.

È bello ritrovare i personaggi di Come un incantesimo (sia buoni che cattivi), anche se l'atmosfera è decisamente diversa, più cupa: sfruttando una location misteriosa e magica per antonomasia (Loch Ness, appunto), l'autrice aumenta la gradazione fantasy ripassando l'intero repertorio, unicorni esclusi. Ecco allora Ramya volare a cavallo di un drago, lanciare incantesimi che ricordano alcune battaglie magiche dei cartoni animati giapponesi, e arrivare addirittura all'interno di un vulcano spento dove si dice avesse sede la Tavola Rotonda di Re Artù. Mancano solo i templari. Scherzi a parte, è il mio gusto, ma a volte c'è un po' di sovraccarico da fantasy.

Ramya ha una personalità complessa, a volte perfino un po' irritante, ma poter trovare un difetto in un personaggio positivo e viceversa un lato amabile in uno negativo è, non solo ciò che distingue un carattere da una funzione, ma ciò che (scoprirà la stessa Ramya) permette di mettersi nei panni dell'altro. In lei si riconoscono atteggiamenti che chi lavora con la disabilità osserva spesso, ad esempio la ricerca di scorciatoie e un impegno altalenante anche verso obiettivi che la attraggono; stremata dalle logiche della scuola che la costringono a inseguire il gruppo facendo inutili e ripetitivi esercizi piuttosto che imparando con i suoi tempi e sfruttando le proprie capacità, Ramya non ha energie residue neanche per sviluppare il proprio talento di strega e spera di farcela senza fare troppa fatica.

Ma questa volta abbiamo anche l'occasione di conoscere meglio Marley, il cugino conforme e studente modello che un po' soffre di non essere incluso nel circolo della magia di famiglia, ma darà il suo contributo, supportando la cugina e dandole talvolta dei limiti razionali. Compaiono poi nuovi amici, come Alona, una driade affine al mondo vegetale, e nuovi nemici, ad esempio il druido o la geniale increspatura, una creazione che smuove le emozioni più profonde e rappresenta quasi un concetto filosofico.

Protagoniste assolute, nel bene e nel male, sono comunque le donne, che siano streghe o sirene, bambine, ragazze o adulte, a loro l'autrice affida le forze della Natura, l'acqua, il fuoco, la flora, la voce. Sono il nucleo della famiglia a cui appartiene anche Ramya, le custodi della magia e le protettrici del Popolo Nascosto e del mondo. Alla maggiore consapevolezza della protagonista corrisponde una nuova complessità psicologica e morale delle situazioni e dei livelli di lettura; le tematiche di Come un incantesimo, alcune trasversali a tutta la produzione di McNicoll, vengono ulteriormente sviluppate e Ramya impara a comprendere meglio i sentimenti delle persone che la circondano (primo tra tutti Marley), spostando progressivamente la propria attenzione dal solo sé a includere gli altri.

La partenza è lenta, per rielaborare gli eventi del romanzo precedente e introdurre la nuova situazione, costruendo una storia che non è un semplice un proseguimento né tanto meno una copia, il ritmo e l'intensità del racconto aumentano col procedere della vicenda, diventando sempre più appassionanti (le ultime 50 pagine le ho lette in una sola sessione).

Se amate quest'autrice ancora una volta non sarete delusi, e se non la conoscete riuscirete a perdonarle anche il sovraccarico fantasy.

Mrs Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

Copia omaggiata dalla casa editrice Uovonero, che ringraziamo di cuore.

mercoledì 16 luglio 2025

Inclusion Books: "Semplicemente Maria" di Jay Hardwig (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Oggi rispolveriamo questa bella rubrichetta, nata per parlare di letteratura e disabilità (se volete saperne di più, vi rimando al primo post dedicato QUI) e scopriamo insieme alla nostra Ms Rosewater un romanzo edito Uovonero, che come saprete è una casa editrice che ha a cuore tematiche inclusive. La storia si intitola Semplicemente Maria e sono certa che in qualche modo, anche solo leggendo la recensione che segue, troverà il modo di colpirvi. Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate ;)

Semplicemente Maria
di Jay Hardwig

Prezzo: 16,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 192
Genere: narrativa ragazzi
Editore: Uovonero
Data di pubblicazione: 28 febbraio 2025

Maria non vuole apparire strana o indifesa. Non vuole essere fantastica né una fonte di ispirazione. Maria vuole essere semplicemente normale. Questa è la storia di Maria Romero, un'undicenne cieca che cerca in tutti i modi di essere normale. Ma è difficile essere normale quando i tuoi occhi sono di vetro e impugni un bastone bianco. Ed è ancora più difficile passare inosservata quando hai un vicino e compagno di classe come JJ Munson, un ragazzino asmatico e sovrappeso un po' stravagante che coinvolge la riluttante Maria in una serie di sfide per dimostrare le loro abilità come dilettanti investigatori privati. Quando una giovane ragazza scompare, questa nuova amicizia e il coraggio di Maria saranno messi a dura prova in modi del tutto inaspettati.

La vita di un'adolescente cieca è dura e Maria Romero ne sa qualcosa. Nata con tumori agli occhi, non ha mai visto e non sa cosa sia, anche se - a giudicare da come ne parla la gente intorno a lei - deve essere una gran bella cosa. Per questo non ha rimpianti o recriminazioni, ma certo, essere cieca rende più complicato dimostrare di essere autonoma e carica sua madre di ansia - non la lascia mai sola in casa per più di 10 minuti. Nella durissima competizione scolastica per la notorietà, Maria parte svantaggiata, oggetto di pietismo ma anche insofferenza da parte delle compagne “in” che la usano per mettersi in buona luce con i professori, ma sostanzialmente la ignorano. Pur essendo consapevole delle dinamiche che la coinvolgono, come ogni adolescente desidera essere accettata e far parte di un gruppo, e per ottenere ciò vuole uniformarsi alle aspettative sociali, restare nel solco di quella che è ritenuta la normalità.

Maria ci crede veramente alla normalità, ma quando il suo vicino JJ, un ragazzo bizzarro e poco popolare (ma anche l'unico che la tratta davvero alla pari), arriva alla sua veranda con l'idea di fondare un'agenzia d'investigazioni, scompiglia i suoi programmi e la trascina alla scoperta di sé stessa.

Jay Hardwig assume il punto di vista di un'adolescente disabile con le stesse aspettative dei suoi coetanei, ma che desidera ancora più degli altri indipendenza, autonomia, accettazione. Tra prove bizzarre, incomprensioni, momenti di tensione e situazioni comiche, Maria smonta gli stereotipi zuccherosi e abilisti che vorrebbero le persone disabili eterne bambine, incapaci di sbagliare, di ferire, di crescere, persone speciali, un'etichetta che Maria rifiuta dalle prime pagine. La naturalezza con la quale parla della cecità, risponde alle curiosità che le persone vedenti potrebbero avere e racconta di come impara, si muove e conosce il mondo che la circonda, è l'antidoto ai tabù che ancora avvolgono la disabilità e che perfino oggi creano pericolosi imbarazzi in chi non l'ha mai incontrata.

Al termine delle sue avventure con JJ, Maria sarà cresciuta, avrà scoperto una nuova parte di sé e avrà imparato ad accettarsi più profondamente, semplicemente Maria non per essere “normale”, ma per essere sé stessa.

Maria e JJ sono personaggi complessi, per niente scontati, coinvolgenti, riescono a cogliere le sfumature - positive o negative - dell'adolescenza e anche se privo di colori e descrizioni visive, il mondo della dodicenne cieca è vivido e palpabile, concreto. Mancano la vittimizzazione e la pietà, mancano le lacrime e i buoni sentimenti da due soldi, gli argomenti “scottanti” vengono affrontati in modo diretto e sincero e anche questo farà sentire i lettori più vicini ai giovani protagonisti.

Uovonero (che ringrazio per avermi inviato una copia del libro), ha aggiunto un altro titolo che racconta in modo originale e moderno la disabilità (non solo la cecità), scardina credenze e pregiudizi, scritto per i ragazzi ma decisamente adatto anche agli adulti. Bel colpo.
Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

giovedì 20 febbraio 2025

Rubrica: Coffee&Ciak - A Complete Unknown (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno lettor*! ^^
Oggi la nostra MsRosewater ha deciso di riesumare la rubrica Coffee&Ciak, dedicata a film e serie tv, per parlarci di A Complete Unknown, film biografia su Bob Dylan, del regista James Mangold, interpretato da Timothée Chalamet. Il film è uscito nelle sale il 23 gennaio, qualcuno ne ha parlato benissimo, qualcun altro malissimo. Scoprite l'opinione di Ms Rosewater che, ve lo dico da subito, è una grande fan di Bob Dylan. Avrà apprezzato A Complete Unknown? 
E a voi è piaciuto? Fatecelo sapere nei commenti! ;)

A Complete Unknown
di James Mangold, con Timothée Chalamet


Quando ho scoperto Bob Dylan ascoltavo continuamente le cassette dei suoi album mentre leggevo la storica biografia di Antony Scaduto e guardavo (e riguardavo) Don't Look Back, il documentario di D.A. Pennebaker sulla tournée londinese di Bob Dylan e Joan Baez del 1965. Devo aver consumato la videocassetta presa in prestito in biblioteca, osservavo ogni mossa, ogni atteggiamento, ogni posa del giovane Bob fino a che mi accorsi che cominciavo a sorridere e ad atteggiare le mani come lui.

Ecco, Timothée Chalamet deve aver fatto più o meno la stessa cosa, solo di più, molto di più. Troppo, quasi. Ce l'ha messa veramente tutta per diventare Bob Dylan, e per chi conosce abbastanza l'iconografia dylaniana è facile ritrovare i singoli riferimenti fotografici e sonori (i dialoghi in studio sono assolutamente simili ad alcuni che si trovano nei dischi), le unghie lunghe e la camicia a pois che sfoggia in alcune foto, è tutto noto. È quasi disturbante guardarlo in certe inquadrature e ascoltare la voce schiacciata e stridulina perfettamente simile a quella di Bob; quando si toglie gli occhiali da sole ti aspetti di vedere Dylan, ma, ahimé, è Chalamet.

Bisogna ammetterlo, si è veramente impegnato, ma il risultato per quanto curato è puramente estetico: se quando entriamo in sala non sappiamo nulla di Dylan e della sua musica, altrettanto ignoranti ne usciamo. Certo, il nostro eroe non ha mai amato rendere noti i suoi stati d'animo, ma - come ci aveva dimostrato I'm not there - ci sono molti modi per raccontare Dylan: attraverso le canzoni, i testi fantasmagorici, cornucopie di immagini che hanno ribaltato il mondo, Maggie, Queen Jane, i personaggi che vivono in Desolation Row, le metafore, i riferimenti letterari e linguistici sempre abbondanti, soprattutto nei primi dischi (anche quelli folk). Materia ricchissima per tracciare un ritratto in sospeso tra il poco che è dato sapere e il tanto che possiamo ascoltare. Invece tutta la pellicola resta su un piano didascalico, le canzoni sono appena accennate, arrivano a sottolineare un momento in cui Bob seduce Joan Baez o in cui una piagnucolosa Suze Rotolo (che non viene mai chiamata col suo vero nome, immagino per volontà degli eredi) si rende conto che la storia col menestrello di Duluth è finita. Il mistero dunque non sarà svelato, dentro al guscio non c'è alcun pulcino.

Tutto il film è costruito su questa vuota mimesi, non c'è climax e anticlimax, l'eccitazione, l'elettricità di quel periodo così eccezionale, non solo per la musica ma anche per il mondo, la politica, non si percepisce. Non c'è nessuna urgenza di scrivere canzoni e le relazioni romantiche del nostro sono rappresentate in modo superficiale: lui si aggira con un'espressione da giovane zombie e fa soffrire Joan Baez e Suze Rotolo, ma non c'è fuoco, no, no. Come può un personaggio del genere aver scritto Girl from the North Country o Farewell Angelina o It Ain't Me Babe? Qualcosa non torna. Come non torna l'assoluta mancanza di “vizio”: Dylan/Chalamet vive in un Village degli anni 60 più virtuoso di Disneyland, senza droghe e senza alcol; fuma parecchio, ma solo sigarette col filtro giallo e non beve, giusto un sorso di vino. Solo un musicista nero si permette in una delle scene più divertenti del film (e non sono molte) di bere alcol e dichiarare di apprezzarlo, i bianchi tutti santi.

Ci sono però omissioni più gravi. Mi riferisco alle personalità di Pete Seeger - quello sì splendidamente interpretato da Edward Norton, tanto spontaneo quanto rigido e artificioso è Chalamet- e Woody Guthrie, il grande eroe del giovanissimo Bob. Il primo è dipinto come un hippie ante-litteram, un caro vecchietto che scopre per primo il grande talento di Bobby Zimmerman, ma di cui vengono taciuti gli enormi meriti musicali e di lotta per i diritti civili, riducendolo a un cantante tradizionale che anima innocui programmi televisivi per famiglie.
Peggio ancora va a Guthrie, il motore immobile di tutto il primo periodo della carriera di Bob Dylan, ricoverato in ospedale, praticamente incapace di parlare, ma del quale davvero non sappiamo niente, nonostante la pellicola si apra proprio con Bob che si fa un viaggio dal Minnesota a New York per andarlo a trovare.

Nonostante ciò il regista ha comunque cura di mostrarci in una scena la sua chitarra, che riporta la storica frase “This guitar kills fascists”, così che CHI SA possa uggiolare nel riconoscerla. Ecco, alla fine è questa la furbata, fare un film non per ispirare i giovani con la seppur inquietante interpretazione di Chalamet, ma solleticare i ricordi di noi dinosauri, noi che l'elettricità l'avremmo sentita in ogni caso perché quella storia la conosciamo bene e possiamo aggiungervi i pezzi mancanti.

Mi sento di promuovere la scelta dei brani che compaiono nel film, si tratta soprattutto dei classiconi che lo resero famoso (Hard Rain, Blowin in the wind...), ma ci sono anche canzoni meno note e altrettanto belle, Girl from the North Country, Farewell Angelina e soprattutto Masters of war. Sono versi che risuonano ancora oggi, sottolineando un altro momento drammatico dell'umanità dopo la Guerra Fredda.
Il racconto di Bob Dylan però merita di più: creatività, follia, sorpresa, surrealtà, merita imprevedibilità e cattiveria, perché è questo, da sempre.

Se amate Bob Dylan vi sconsiglio caldamente la visione e se non lo conoscete, idem. 

Ms Rosewater



Fonte immagini: Google Immagini

venerdì 9 agosto 2024

Inclusion Books: "Malintesi" di Bertrand Leclair (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio, lettor*! ^^
Siamo nel periodo più caldo dell'anno, decisamente, e anche la più semplice delle attività sembra un'impresa immane. Come state affrontando voi questo mese di agosto e queste temperature da record? Intanto, la nostra Ms Rosewater ci regala una nuova recensione, un libro intenso, che tratta di disabilità e che finisce dritto dritto nella nuova rubrica Inclusion Books. Scopritelo qui sotto e lasciateci un commento, se vi va ;)

Malintesi
di Bertrand Leclair

Prezzo: 9,49 € (eBook) 16,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 176
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Quidlibet
Data di pubblicazione: 17 ottobre 2019

Nato sordo negli anni Sessanta in una cittadina della provincia francese, Julien Laporte viene educato secondo i precetti del metodo "oralista": lunghe sedute di logopedia, complicati apparecchi acustici, e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni fugge di casa e in un bar di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, scopre l’esistenza della lingua dei segni. Questa è la storia della sua liberazione: da un padre che si ostina a volerlo "guarire", da una madre ammutolita dai sensi di colpa e da tutta una famiglia devastata – non dalla sordità ma dai più banali malintesi, appunto, tra genitori e figli, per l’incapacità dei primi ad amare i figli così come sono. Nella vicenda di Julien la sordità non è solo l’elemento deflagratore di meccanismi solitamente invisibili nel romanzo famigliare, ma è anche il pretesto per raccontare una grande e sconosciuta storia: quella dei sordi e della loro liberazione attraverso la lingua dei segni. Pochi sanno che questo magnifico e inventivo linguaggio, elaborato in pieno Illuminismo, è stato di fatto bandito in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Padre a sua volta di una ragazza sorda, Leclair rivela anche l’impasse in cui è finito: sono i suoi stessi personaggi a tirarlo in ballo, ora per accusarlo, ora per assolverlo. A metà strada tra autofiction, inchiesta e romanzo, Malintesi è dunque anche il racconto della difficoltà di scrivere, di essere genitore, di sopravvivere a quei pericolosi e pericolanti castelli di carte che sono tutte le famiglie.

Bisogna prenderne atto, quando si scrive di sordità i francesi lo fanno meglio. Francese era il primo libro sull'argomento che lessi, Il grido del Gabbiano, di Emmanuelle Laborit, e francese è questo romanzo, in cui lei, adulta, ormai direttrice dell' IVT di Parigi, torna in un breve frammento che collega quell'autobiografia (che raccontava la sua infanzia, la scoperta della Lingua dei Segni e la nascita dei movimenti degli anni 80 che in Francia hanno portato alla crescita di una comunità Sorda culturalmente attivissima e avanzata) a questo romanzo del 2019.

Bertrand Leclair, udente, genitore di una ragazza sorda, sceglie di parlare dell'altra faccia di questa condizione, cioè della famiglia, attraverso la storia di un altro padre, non sappiamo se reale o immaginaria, ambientata qualche generazione prima.

Yves Laporte è il suo temibile alter ego: ex partigiano, ambizioso, un uomo che ha sognato e programmato una vita di successo tutto sommato non dissimile da quella di un borghese di inizio secolo: la moglie relegata alla crescita dei figli, due maschi che avrebbero preso il suo posto e proseguito il lavoro nella tipografia di famiglia, lui occupato a crescere economicamente, a farsi una posizione, a diventare. Finché, la scoperta della sordità del secondogenito Julien scuote i suoi sogni, cambia le simmetrie, sovverte l'esistenza di Yves. Il suo futuro non è più legato al successo professionale e, ispirato dalla controversa figura di Graham Bell, ingaggia la sua battaglia personale contro la sordità.

La vita di Julien segue così un sentiero che fino a poche decine di anni fa, prima che gli studi linguistici di Stokoe che portarono al riconoscimento della Lingua dei Segni come una lingua appunto, con la cultura che porta con sé, sembrava inevitabile: un calvario all'inseguimento dell'emissione vocale, ossessione degli udenti per cancellare il silenzio, come se parlare eliminasse la sordità; la fatica a imparare la lingua degli udenti, a leggere e scrivere, una condizione di iperprotezione, il destino segnato di una scuola professionale mentre il fratello udente studia all'università.

Ma, come per Emanuelle Laborit, anche Julien un giorno scopre i Segni e la sua vita cambia sconvolgendo, ancora una volta, i Laporte e portandoli al declino, erodendo i legami con i genitori e i fratelli.

Leclair affonda le mani nelle dinamiche di un nucleo famigliare che sposta il suo centro di gravità sulla disabilità di un figlio e si disfa nel momento in cui il povero disabile smette di essere tale, smette di sentirsi debole, scoprendo così di essere più forte di coloro che lo circondano. Lo scrittore conosce questo territorio e nei fragili, insopportabili genitori di Julien specchia le proprie paure e sentimenti inconfessabili, come la delusione, l'ansia di rendere il proprio figlio come tutti gli altri perché non si riesce a immaginare una vita indipendente e piena per un disabile.

Pensieri difficilissimi da esternare, da accettare, che fanno sentire “cattivi” e soli ancora troppi genitori. Pensieri da non nascondere ma ai quali non abbandonarsi, pena la resa della realtà a impossibili fantasie e malintesi che finiscono per distruggere e avvelenare i rapporti, anche i più importanti.

Con il suo stile denso Bertrand Leclair riesce a rappresentare in queste poche pagine il mondo delle madri e dei padri, a riconoscere le loro angosce senza giustificare gli errori che portano a pensare che i figli debbano somigliargli per essere felici, invece di accettarli come sono, una visione che si allarga ben oltre il tema della disabilità.

Ms Rosewater

venerdì 29 marzo 2024

Milk, Cookies & Books: libri a merenda - "Lo strampalatissimo diario di Cenerentola" di Marco Rosso (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio, lettor*! ^^
Oggi ritorna la nostra (e vostra) amata rubrica dedicata a bambini e ragazzi. Ms Rosewater ha letto il terzo volume degli Strampalatissimi Diari di Marco Rosso, questa volta dedicato a Cenerentola. Dopo le esilaranti avventure di Dracula e di Babbo Natale, cosa ci aspetterà in questo nuovo volume edito Storybox? Scopriamolo insieme nella recensione che segue. Non dimenticate di lasciare un segno del vostro passaggio, un commento a voi non costa nulla e per noi è infinitamente importante <3

Lo strampalatissimo diario di Cenerentola
di Marco Rosso

Prezzo: 6,23 € (eBook) 15,90 € (cop. rigida)
Pagine: 164
Genere: albo illustrato, narrativa bambini
Editore: Storybox
Illustrazioni: Elena Triolo
Data di pubblicazione: 29 febbraio 2024
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Tutte le disavventure e i retroscena della storia di Cenerentola in un nuovo esilarante (e strampalatissimo) diario! Mi presento: sono Cenerentola e ho una fata per madrina. Credete che così la vita sia facile? Beh, non lo è affatto! Soprattutto quando un piccione impiccione pasticcia i libri di magia con le sue zampette e scombina tutti gli incantesimi! Devo trovare il modo di liberarmi da quel pennuto così ingombrante. E naturalmente, anche della presenza delle mie sorellastre.

Ci stiamo abituando alle sorprese degli Strampalatissimi Diari di Storybox, ogni volta ci raccontano storie divertenti di personaggi notissimi, rivoluzionando l'idea che ci eravamo fatti di loro. Così, quando ho scoperto che per il mese della Festa Internazionale della Donna era stato scelto quello di Cenerentola, ero molto curiosa.

Come nella favola classica, la nostra protagonista si trova confinata tra cucina e faccende domestiche, bullizzata da due terribili sorellastre e dalla loro genitrice, la matrigna di Cenerentola. Meno male che c'è la zia Carlotta, amorevole e premurosa madrina in possesso di formule magiche fin troppo potenti, con le quali cerca di far sloggiare le sgradevoli parenti acquisite da casa. Coadiuvata da un simpatico piccione aiutante, zia Carlotta ordisce piani terribili che però, più che aiutare Cenerentola, la mettono in una serie infinita di guai, dai quali riesce a uscire solo grazie alla sua intelligenza e praticità. Detesta quelle donne, è vero, e loro sono proprio insopportabili, tuttavia non desidera sinceramente il loro male e si trova più di una volta a dover porre rimedio ai risultati estremi delle magie della zia madrina.

In un turbine di avventure che non conosce davvero sosta, tra rune magiche e mefitici carretti di formaggi, emerge una Cenerentola davvero inaspettata, capace di far fronte a qualsiasi sorpresa e difficoltà e per niente impressionata dal fascino del principe del regno, Camillodoro, desiderosa di una libertà che va ben oltre il riappropriarsi della propria casa e di un ruolo sociale, allergica al classico lieto fine da fiaba e molto vicina alle ragazze di oggi.

Non mancano i personaggi originali, come i tre briganti trasformati in funghetti o Mastro Cacacacio, titolare del carretto di cui sopra e protagonista di una delle vicende più rutilanti ed esagerate del libro, per non parlare del pedantissimo principe che una mattina compare magicamente nella cucina di Cenerentola, tutti insieme formano un gruppo ben assortito che non vi farà annoiare neanche per una pagina.

Le allegre illustrazioni di Elena Triolo sottolineano con leggerezza i momenti topici della storia di questa Cenerentola indipendente e decisa che, a giudicare dalle immagini, somiglia un po' alla disegnatrice.

Se devo trovare un piccolo difetto nella narrazione, devo dire che avrei volentieri fatto a meno della perenne ripetizione dei soprannomi dei vari personaggi, che alla lunga appesantisce un po' la lettura, anche se immagino che un lettore più giovane trovi questo particolare piuttosto divertente.

Questo è forse - per ora - lo Strampalatissimo Diario più originale della serie, senza nulla togliere agli altri due, già recensiti su questo blog (recensioni QUI e QUI), e come gli altri è stampato con font ad alta leggibilità. Consiglio la lettura dagli 8 anni in su e ringrazio Storybox per avermi inviato il libro.

Ms Rosewater


Photo credit: @lisapavesi

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...