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giovedì 16 luglio 2026

Recensione: "Il velo dipinto" di W. Somerset Maugham (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio, lettor*! 
Come state affrontando le giornate di caldo afoso di questo mese? Chi desidera (come me) che arrivi subito l'autunno? Meno male che, nonostante tutto, abbiamo i nostri amici libri a consolarci sempre. Farà anche caldo, ma leggere non ci stanca mai. Oggi vi lascio con la recensione di Ms Rosewater che, dopo aver visto Il velo dipinto, ha intrapreso anche la lettura del libro. Avrà riprovato le stesse emozioni? Cosa accomuna la versione cinematografica al testo di Maugham? Scopritelo leggendo la sua attenta analisi, vi aspettiamo nei commenti! ;)

Il velo dipinto
di W. Somerset Maugham

Prezzo: 5,99 € (eBook) 10,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 240
Genere: narrativa
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 1 aprile 2011
Acquista su: IBS, laFeltrinelli

Che ragione poteva avere l’incantevole Kitty – occhi splendenti, capelli alla garçonne – per sposare il gelido e inamabile dottor Fane – batteriologo alle dipendenze del governo inglese – se non il puro panico? Panico, soprattutto, di fronte alla prospettiva di deludere la madre, implacabile tessitrice di brillanti matrimoni. Non meraviglia allora che Kitty cada subito vittima del sorriso ammaliatore dell’uomo più popolare di Hong Kong, Charlie Townsend, a sua volta regolarmente sposato. Ma nei romanzi di Maugham la beffarda complessità della vita scompiglia a ogni pagina le carte e rimette in gioco i destini, spiazzando il lettore. E spiazzata, e sgomenta, è Kitty allorché il marito, che ha scoperto tutto, le propone di seguirlo in una città dell’interno, Mei-tan-fu, devastata dal colera. Che cosa cela la flemma disumana del dottor Fane? Un sinistro disegno di morte? O una perversa, demiurgica macchinazione? Più semplicemente, la possibilità di un nuovo destino, che si dischiuderà alla frivola Kitty a poco a poco, come un oscuro segreto, nella putrescente Mei-tan-fu, dove il colera miete uomini, convenzioni e certezze – e dove mai si sarebbe aspettata di incontrarlo.

Nel 2006 la trasposizione cinematografica di questo romanzo mi aveva colpita, i paesaggi bellissimi, Edward Norton bellissimo, una storia di breve felicità tra una parentesi di egoismo e una di dolore. M'illudevo di ritrovare nel libro (pubblicato per la prima volta nel 1924) la stessa atmosfera e rinnovare le emozioni provate, ma così non è stato, non tanto perché la vicenda si svolge in modo molto dissimile dal film, ma perché nel secondo si tenta di ricondurre a un piano più convenzionale e accettabile, in qualche modo positivo, la durezza e il pessimismo del primo. Somerset Maugham è noto per il trattamento spietato che riserva ai suoi personaggi, pur accompagnato talvolta da un atteggiamento quasi comprensivo, ed è impossibile non cogliere il sarcasmo nei confronti dei protagonisti, colpevoli di superficialità, timidezza, vigliaccheria, vanità, santità.

Con una mossa sorprendente, Maugham inizia il racconto dal momento chiave della vicenda, quello che cambia, costruendo con un gioco di presenza e assenza i profili dei due protagonisti. Kitty Garstin, moglie del batteriologo Walter Fane, di stanza nella colonia inglese di Hong Kong, mentre è nella sua camera insieme a Charlie Townsend, affascinante viceconsole, si accorge che la maniglia della porta chiusa a chiave si muove. Sarà stata scoperta dal marito? Si preoccupa, ripercorre con la mente la scena più e più volte, passa dalla disperazione alla determinazione al pensiero di affrontare il marito, si fa rassicurare dall'amante. Una situazione abbastanza consueta in letteratura, dalla quale lo scrittore trae una storia che avvince immediatamente: Kitty, costretta dal marito a lasciare Hong Kong, lo seguirà a Mei Tan Fu, in un piccolo villaggio schiacciato da un'epidemia di colera, e sarà qui che si compirà il suo destino e che si trasformerà in una persona nuova.

Il velo dipinto si sviluppa come la cronaca di un'emancipazione femminile, man mano che la viziata, superficiale e dipendente Kitty si trova ad affrontare prove emotive e fisiche che non aveva mai immaginato di dover superare e ne esce consapevole di poter sopravvivere alle bugie e ai tradimenti, al dolore e alla delusione. Diventerà capace di badare a sé stessa e a chi la circonda, superando lo stato infantile in cui la società e sua madre l'hanno mantenuta per tutta la vita. Negli anni in cui Maugham scriveva questo romanzo le Suffragette in Inghilterra si avvicinavano alla conquista del diritto di voto e Kitty è, in questo senso, una donna del suo tempo.

Il colonialismo britannico, epitome di tutti i colonialismi, non solo fornisce i personaggi, le situazioni e i luoghi che permettono lo sviluppo della vicenda, forgia la mentalità, i pensieri, le sensazioni dei protagonisti; auto segregati in una bolla replicano le abitudini della madre patria, giudicano il mondo che li circonda senza conoscerlo a fondo e provano il disprezzo dell'oppressore nei confronti dell'oppresso, sentimenti e atteggiamenti verso gli abitanti e i loro costumi che oggi verrebbero giustamente censurati.

L'apparentemente cinico Waddington, impiegato della dogana, e Walter Fane sono forse gli unici a non appartenere a questa mentalità. Il primo, da molto tempo lontano dall'Inghilterra, ha imparato a comprendere il luogo in cui vive attraverso l'esperienza, è un arguto e implacabile giudice di tutti i bianchi che arrivano a Mei Tan Fu e un buon amico per l'immatura Kitty.

Quanto al secondo, impegnato nella ricerca di una cura per il colera, è amato e ammirato da tutti, tranne che da chi ama davvero. Walter è quasi un Cristo, tradito ma fedele a sé stesso, che si guadagna il perdono per chi domina impropriamente il paese. Anche se nemmeno lui sfugge all'ironia di Waddington (forse l'alter ego dello scrittore), è l'unico vero sconfitto, un personaggio che lascia il segno solo nel lettore, anche se di lui non sapremo mai nulla - a parte quanto vede Kitty - ed è sufficiente a farci intravedere una persona dal carattere chiuso ma estremamente sensibile, incapace, forse, nonostante l'impenetrabilità e la freddezza esteriore, di superare il dolore personale per la propria infelicità coniugale.

Nonostante le critiche mosse dai contemporanei, lo stile di Maughan è coinvolgente, in grado di reggere un racconto quasi esclusivamente incentrato sulla descrizione degli stati d'animo della protagonista, tecnica che porta con sé il rischio di appesantire la narrazione. Kitty è un personaggio in continua evoluzione, capace di essere insopportabile e crudele, autoironica e intelligente, suscita sdegno e compassione, ma poca simpatia, e diventa più interessante man mano che procede la lettura. La brutale e ironica sincerità dell'autore rende Il velo dipinto più che mai contemporaneo, con le argute osservazioni e lo sviluppo non scontato di una trama che mette in gioco elementi consueti e riesce a combinarli in modo non banale.
Da leggere indifferentemente prima o dopo aver visto il film. 

Ms Rosewater

Fonte immagini: Pinterest

mercoledì 23 ottobre 2024

Recensione: "L'uomo che amava i bambini" di Christina Stead (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Oggi una nuova recensione per voi ;) La nostra Ms Rosewater ha letto L'uomo che amava i bambini, di Christiana Stead, una storia controversa che ha analizzato con particolare attenzione. Vi consiglio di non perdervela. Ricordate di lasciare anche un commento, se vi va ;) A presto!

L'uomo che amava i bambini
di Christina Stead

Prezzo: 8,99 € (eBook) 16,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 659
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 30 settembre 2021
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Le famiglie, com'è noto, fra le altre cose generano mostri – e talvolta da mostri vengono distrutte. Forse a questa verità generale siamo preparati: molto meno alla constatazione che possano esistere mostri come Sam, in apparenza il più tenero, sorridente, affidabile dei mariti e dei padri. Per parlare con i suoi figli, e per attirarli a sé, Sam è disposto a tutto, anche a inventare una sua personalissima versione della lingua artificiale e orribilmente dolciastra con cui gli adulti spesso immaginano che i bambini amino comunicare. Eppure, in questo caso il trucco va a segno, e il lessico familiare, luccicante e perverso di Sam trascinerà inesorabilmente in un gorgo patologico e autodistruttivo prima la moglie Henny, poi i sette ragazzi nati dal matrimonio. Con un'introduzione di Jonathan Franzen e un saggio di Randall Jarrell.

Antonio Tettamanti, giornalista e sceneggiatore che ho avuto la fortuna di avere come insegnante, era una fonte inesauribile di titoli, soprattutto americani, che valeva sempre la pena di leggere. Sabba familiare di Christina Stead era il volume più oscuro e introvabile della sua bibliografia consigliata. Di lei avevo recuperato La casa vicino al ruscello (oggi introvabile pure quello), ma non ero riuscita a trovare il romanzo consigliato da Antonio. Solo dopo aver acquistato L'uomo che amava i bambini ho scoperto che si tratta proprio di quel libro che nell'edizione di Adelphi ha riacquistato il suo originale e non meno inquietante titolo. Anche se, pure Sabba Familiare calza perfettamente.

La famiglia Pollit-Collyer (ma soprattutto Pollit) è infatti sottilmente sinistra. La loro non facile vita è regolata dagli umori e dal fascino di Sam Pollit, padre di ben 7 figli che misura il mondo su di sé, cercando di piegarlo alle proprie leggi a cominciare - manco a dirlo - dalla prole, che gestisce con un autoritarismo altamente manipolatorio rivestito di zuccherosa retorica e vittimismo. Le armi per ricondurre bambine e bambini all'obbedienza sono l'ammaliante parlantina, il moralismo e la derisione, i nomignoli con cui flagella tutti, i figli, la moglie, i vicini, i parenti, le maestre dei figli. Egli esercita un (apparente) totale dominio sulle menti dei piccoli Pollit e la casa, i mobili, gli abiti e l'aria ne sono intrisi, ogni azione è commentata, ogni cosa riportata al suo implacabile metro di giudizio.

A questo soffocante colonnello Von Trapp (ha creato per ogni figlio un richiamo diverso) fa da contro altare una dolente e rancorosa Maria, incarnata da Henrietta (Henny o Piccola o Mammissima, eccetera), una donna viziata proveniente dalla ricca e influente famiglia Collyer di Baltimora, che si nutre del proprio disgusto e rancore verso la vita e soprattutto verso Sam, che mettendola continuamente incinta l'ha incastrata in un'esistenza miserabile. Burbera, acida e per niente tenera con i figli, Henny subisce in prima persona il comportamento del marito ed è l'unica, insieme all'adolescente Louise (figlia del primo matrimonio di Sam) a comprenderne appieno le funeste conseguenze presenti e future del regno di Sam. L'elaborata esibizione di ottimismo e le assurde trovate che creano continuo scompiglio nel compound Pollit altro non sono se non la dissimulazione di un uomo fallito che si rifugia in una realtà ristretta e sempre più soffocante, l'unica in cui riesce a imporre, attraverso un linguaggio che mima quello dei bambini ma che nasconde una terribile violenza, la sua visione patriarcale e la sua autorità.

Henny nella sua apparente (e talvolta reale) follia (la sua unica possibilità di non accettare il destino) strepita, picchia e invoca l'infanticidio, guarda in faccia il proprio declino mentre il marito vampirizza l'infanzia dei figli illudendosi di poterne controllare ogni mossa e ogni pensiero per sempre.

Con le loro spaventose scenate, la totale incapacità educativa e la predazione psicologica dei figli Henny e Sam sono personaggi mitologici, estremi, archetipici, destinati a rovinare totalmente la vita delle creature che dipendono da loro. L'incredibile racconto che Christina Stead modella sulla propria infanzia è una catarsi liberatoria e feroce: lo sbriciolarsi del mito della famiglia, la durissima critica del sistema americano incarnato da Sam Pollit, dal suo dispotismo, il vittimismo, la misoginia, con la continua denigrazione del genere femminile, incluse figlie (che fantastica di tenere a casa da scuole per trasformarle in serve) e moglie.

Alter ego di Stead, Louise è la prima di tutti i bambini a comprendere fino in fondo la follia delle dinamiche di famiglia, a subirne la corruzione nel proprio carattere, ma pure a ribellarsi
al padre-padrone di casa, creando un muto sodalizio con la matrigna, difendendola contro il padre, nonostante non riceva mai un riscontro.

L'immane progetto di ricreare un cosmo familiare così complesso e carico di costante tensione pronta a trovare sfogo nelle sconvolgenti scene di gruppo, coi bambini che sciamano attorno alla casa al seguito di Sam e di una sua nuova impresa passa attraverso la lingua e tutte le forme che può assumere. Non solo l'eloquio spumeggiante, logorroico e insopportabile di Sam Pollit, la sua lingua infantile, le esibizioni di suo padre Charles, le filastrocche, i drammatici monologhi shakesperiani e le canzoni di Henny, le fiabe, citazioni e opere poetiche e teatrali di Louise (altro riferimento al Bardo). Ogni personaggio discende dalla propria parlata e si costruisce attraverso ciò che dice e i mezzi coi quali si esprime, con i sussurri, le risate, le urla e i silenzi.

Anche se è molto lungo e a volte sembra che non succeda nulla per pagine e pagine, in realtà si tratta di un romanzo a modo suo trascinante, che costringe a non mollarlo e arrivare fino alla foce della vicenda dei Pollit e al mare di quello che verrà dopo. Anche stavolta il Tettamanti aveva ragione.

7 tazzine!


Ms Rosewater


Photo credit: @lisapavesi

venerdì 8 settembre 2023

Recensione: "Epepe" di Ferenc Karinthy (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Dopo un paio di giorni di stacco dovuti a problemi di connessione, rieccoci qui sul blog con nuove recensioni per voi. La nostra Ms Rosewater ci parla oggi di Epepe, un romanzo davvero particolare che parte lentamente ma che si rivela pian piano una sorpresa. Scoprite tutto nella sua recensione e fateci sapere nei commenti se avete letto anche voi il libro o vi piacerebbe farlo ;)

Epepe
di Ferenc Karinthy

Prezzo: 9,99 € (eBook) 13,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 217
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 5 ottobre 2017
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi. Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri – e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche – chi può dirlo? – Bebe o Tetete.

La prima cosa che ho pensato di Epepe è che, pur non essendo un libro sulla sordità, dipinge perfettamente la situazione di una persona sorda che non sia riuscita a trovare un linguaggio comune con il mondo che la circonda, l'incolpevole incapacità di creare connessioni logiche, d'interpretare comportamenti e il disperato lavoro di costruzione di un senso generale per le azioni degli altri. Ma è anche il racconto della progressiva demolizione delle certezze personali di qualcuno che resti isolato dalla società nella quale vive e ha acquisito una posizione, un ruolo e, in ultima analisi, di come la nostra personalità sia costruita attraverso il contatto con gli altri e di quanto il valore della conoscenza sia sempre relativo all'ambiente e alle persone che ci circondano.

Finito per errore in un paese sconosciuto, dalla lingua incomprensibile che pare non appartenere ad alcun ceppo noto, il linguista ungherese Budai si trova immediatamente in difficoltà: nessuno lo capisce, viene sballottato da una folla prepotente che invade ogni angolo di quella che sembra una sconfinata megalopoli e gli è impossibile avere l'attenzione di chiunque per più di un secondo. La sua profonda cultura non gli è di aiuto per orientarsi su questo nuovo pianeta dove non solo la comunicazione, ma anche le usanze, i cibi, la geografia sono come muri invalicabili alla sua comprensione.

Da qui seguiamo i tentativi di Budai per entrare in contatto con il nuovo ambiente e riuscire a tornare a casa: esplora, traduce, prova a interpretare i segnali, i movimenti, raccoglie qualsiasi tipo d'informazione. Impossibilitato a entrare in contatto con gli sfuggenti e maneschi abitanti del luogo, inizia una lenta discesa nella solitudine che lo porta quasi alla follia. La conoscenza non è un'intoccabile monumento e il prestigio che ne deriva dipende dal luogo in cui ci si trova, dall'utilizzo che ci è possibile farne, dal bisogno o dall'interesse che gli altri possono averne. Budai si trova a possedere una moneta che non ha alcun valore, a cui è però legato non solo il suo ruolo sociale ma anche la sua personalità: è così che entrambe si dissolvono, da uomo d'intelletto diventa uomo di fatica ed emerge il suo lato oscuro, tenuto a bada fino a quel momento dalla costruzione della sua vita. Scoprirà di essere capace di azioni ripugnanti, che non avrebbe mai pensato di poter compiere.

Il romanzo si sviluppa come un sogno, ripetitivo e ossessionante nelle esplorazioni del protagonista fuori dall'albergo dove alloggia che lo portano a fare incontri inquietanti in case anguste e soffocanti (la visita al bordello) oppure in grandi spazi altrettanto spaventosi (la sequenza del mattatoio, una delle più forti di tutto il libro), sempre senza alcuna possibilità di decifrare quanto gli viene detto e dare un valore definitivo alle azioni dei locali. Tutto è perennemente incerto, ostile o indifferente come la città di cui Budai non riesce a vedere il confine neanche quando sale su un edificio altissimo. La città è la sua vera antagonista: in continuo movimento brulica, ribolle, lo confonde e, più lui si muove alla ricerca di una via d'uscita, più affonda nelle sue sabbie mobili. Crudele e terribile, questa megalopoli sembra avere il pieno controllo sui suoi abitanti e su Budai, un uomo che senza una lingua per comunicare si svuota di sé e rimane alla mercé di questo enorme nemico del quale non conosce neppure il nome.

Com'è facile immaginare, Epepe è basato unicamente sul punto di vista del protagonista, elemento che contribuisce a generare una sensazione di claustrofobia e costrizione; per gli stessi motivi è privo di dialoghi, obbligando il lettore a seguire costantemente il flusso dei pensieri di Budai, pur mediato da un narratore, senza possibilità di distrarsi. In termini cinematografici potremmo definirla un'infinita ripresa soggettiva in piano sequenza. La lettura è perciò (almeno per me) piuttosto lenta, a volte sembra non proseguire proprio e ogni tanto si sente il bisogno di una tregua dall'atmosfera opprimente. Tuttavia, la lentezza e la fatica ripagano con la permanenza di elementi che stratificano e danno modo di riflettere sulla vicenda anche dopo molto tempo.

A giudicare dalla prefazione di Emmanuel Carrére si tratta di un libro che giova leggere più volte, ma sicuramente, per la sua struttura, richiede pazienza e non ci si deve vergognare se si decide di lasciarlo per un po' e poi riprenderlo. Vale la pena di affrontare l'impresa.
Ms Rosewater

mercoledì 2 agosto 2023

Recensione: "Follia" di Patrick McGrath (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Oggi la nostra Ms Rosewater ci parla di un libro molto acclamato, Follia, di Patrick McGrath, una storia che affonda nella psicologia umana e che fa riflettere. Scoprite la sua opinione e fateci sapere se anche voi lo avete letto e se vi è piaciuto. A presto!

Follia
di Patrick McGrath

Prezzo: 7,99 € (eBook) 13,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 304
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 21 marzo 2012
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

Una grande storia di amore e morte e della perversione dell'occhio clinico che la osserva. Dall'interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre il caso clinico più perturbante della sua carriera: la passione tra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra, e Edgar Stark, artista detenuto per uxoricidio. Alla fine del libro ci si troverà a decidere se la "follia" che percorre il libro è solo nell'amour fou vissuto dai protagonisti o anche nell'occhio clinico che ce lo racconta.

Quando fu pubblicato per la prima volta, quasi 30 anni fa, Follia ebbe grande successo ed è ancora oggi un romanzo quasi imprescindibile per chi sia affascinato dalla psicanalisi. McGrath ha saputo rendere perfettamente in scrittura il punto di vista di un medico psichiatra, fornendo una lettura gotica di una trama non particolarmente originale che richiama qualche elemento di Anna Karenina, riuscendo a controllare con abilità una materia che facilmente avrebbe potuto diventare patetica o tracimare nel romanzo rosa.

Voce narrante della vicenda e trait d'union tra i personaggi è Peter Cleave, psichiatra che lavora all'interno di un manicomio criminale nella campagna fuori Londra, un edificio vittoriano in parte in rovina. È il testimone principale degli eventi che coinvolgono Stella Raphael, suo marito Max, uno psichiatra criminale e nuovo vice direttore appena giunto nella struttura, ed Edgar Stark, paziente dello stesso Cleave, artista e uxoricida particolarmente efferato. Stella, donna bellissima e intelligente, si innamora proprio di lui e viene letteralmente inghiottita da questa relazione che avrà conseguenze terribili, non solo sulla sua vita, ma su quella di chiunque le sia vicino.

La storia rispetta tutte le previsioni del lettore, segue un percorso abbastanza classico tipico di alcuni grandi romanzi ottocenteschi (Anna Karenina appunto, ma anche Madame Bovary tanto per fare due nomi) e le allusioni dello stesso Cleave tracciano la strada come mollichine di pane verso gli accadimenti più importanti. Ciò che distingue Follia è dunque l'approccio psichiatrico, l'evolversi delle situazioni di pari passo con il lento, inesorabile disfacimento della psiche della protagonista, attraverso l'innamoramento romantico e violento per Stark che la spinge ad abbandonare progressivamente la vita a cui era abituata e la personalità di moglie e madre borghese, scoprendo di essere totalmente succube della propria passione, anche quando il suo amante mostra il suo volto più pericoloso e inquietante e punendo se stessa e chi ama in un crescendo insopportabile di autodegradazione. Lo stato d'animo della protagonista è reso chiaramente in ogni passaggio, la sua graduale chiusura, la ricerca di un rifugio nell'alcol, il tentativo di nascondere la propria crescente disperazione che alimenta una depressione sempre più profonda. 

Stella si sottrae al ruolo famigliare e sociale di cui viene investita dal marito e dalla sua posizione nel manicomio. Avrebbe potuto legarsi a un altro dottore, ma s'innamora di un malato e compie un'azione sconveniente, quasi eversiva, che segna l'inizio della sua caduta e verrà punita nel modo più crudele. Delude tutte le aspettative, come moglie, amante e madre, pur rimanendo un ricercato trofeo per gli uomini che incontra: se infatti al marito bastava una bella massaia che crescesse adeguatamente il figlio e tenesse pulita la casa, gli altri uomini le si avvicinano attratti dalla sua bellezza e la vogliono usare per loro stessi. Questa consapevolezza è uno degli elementi più tragici ed è impossibile non sentire la solitudine della protagonista e non simpatizzare per lei, nonostante i suoi errori.

Lo stile alterna melodramma e analisi senza tuttavia diventare troppo melenso o tecnico; descrizioni di paesaggi che ricordano per efficacia quelle di Peter Cameron si susseguono a fredde considerazioni mediche che con la loro durezza si contrappongono alla potenza distruttrice dei sentimenti di Stella e del terribile dramma nel quale affonda contenendoli, dando loro una forma comprensibile per permetterci di osservarli.

Tra le righe di Follia possiamo leggere tutto il pessimismo dell'autore per l'istituzione manicomiale - della quale ha una conoscenza diretta per il lavoro del padre, sovrintendente di una struttura psichiatrica - che si delineava negli anni '50 come un luogo di potere classista esercitato sui pazienti secondo un modello di cura ormai (fortunatamente) obsoleto; la piccola società che vi nidifica è rapace, vendicativa e (come il suo narratore) non solo in malafede, ma altrettanto pazza quanto coloro che dovrebbe riportare alla sanità. 

Ms Rosewater


Photo credit: @lisapavesi

mercoledì 31 maggio 2023

Recensione: "La Meridiana" di Shirley Jackson (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*!
Oggi la nostra Ms Rosewater ci regala il suo parere su uno degli ultimi romanzi pubblicati da Adelphi di Shirley Jackson, La Meridiana. È stata per lei una lettura complessa ma molto stimolante. Scoprite tutto nella recensione e lasciateci un commento, se vi va. A presto! ;)

La Meridiana
di Shirley Jackson

Prezzo: 9,99 € (eBook) 19,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 251
Genere: narrativa contemporanea, gotico
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 28 ottobre 2021
Acquista su: IBS, laFeltrinelli

Una famiglia che pullula di svitati, un codazzo di parenti e amici e servitori, una villa monumentale in mezzo a un parco. Sono gli ingredienti di questo romanzo di Shirley Jackson, che si apre con i protagonisti – di tutte le età e affetti da ogni forma di mania – di ritorno dal funerale del figlio di Mrs. Halloran, che, dice serafica la piccola Fancy, la nonna ha buttato giù dalle scale: per tenersi stretta la villa. Come se non bastasse, poco dopo zia Fanny riferisce di aver avuto un incontro in giardino con il padre, defunto da tempo, il quale le ha annunciato che la fine del mondo è imminente e che loro saranno gli unici a salvarsi. E non è finita: qualcuno va a riferire la notizia in città, ed ecco presentarsi la delegazione locale dei Veri Credenti, i quali non possono che condividere la logica apocalittica, ma, siccome sono convinti che a salvarli ci penseranno gli alieni, sono venuti a chiedere di farli atterrare nel parco. E noi lettori, ormai completamente in balìa di una Jackson in stato di grazia, che dispensa a piene mani uno humour che si potrebbe definire vitreo, ci lasceremo trascinare da un crescendo di follie e sorprese – sino, letteralmente, alla fine (del mondo?).

Per una volta, io e lo zio Renato non concordiamo: a lui La Meridiana non è piaciuto e ha smesso di leggerlo dopo circa 100 pagine, lo ha trovato troppo contorto, con troppi personaggi che finiscono per confonderlo. In parte gli do ragione, soprattutto all'inizio, si è disorientati di fronte alla famiglia allargata degli Halloran, i cui componenti hanno collocazioni incerte o equivoche, sono privi di descrizioni significative, lasciati all'immaginazione del lettore e immersi, a partire dalla prima pagina, in un'atmosfera gotica che farebbe pensare, se non fosse per la successiva comparsa di automobili e radio, di trovarsi nel 1800. Ci vuole forse più tempo per entrare nel ritmo di questo lavoro rispetto ad altri di Shirley Jackson, ma una volta riusciti sarà difficile posare il libro.

Tre temi fondamentali della letteratura di quest’autrice, la famiglia, la casa e la società, si dispongono come cerchi nell'acqua, ognuno sprigiona dal precedente e vi torna continuamente, intimamente collegati in una rete dalla quale sembra non esserci scampo.

Al centro il gruppo degli Halloran, comandato da Orianna, moglie del più vecchio e malato Richard Halloran, evidentemente sposato per interesse, e - viene immediatamente dichiarato dalla nipotina Fancy - assassina del suo stesso figlio, Lionel Halloran. Intorno a lei la Giovane Mrs Halloran, nuora e madre di Fancy, bambina che ha ereditato il cinismo e la spietatezza della nonna e come lei desidera il possesso della grande Villa; Essex, giovane di bell'aspetto assunto per un lavoro nella biblioteca ma evidentemente legato a Orianna da altri motivi; zia Fanny (Frances Halloran), cognata di Orianna, chiusa nel mondo spaventoso della sua infanzia e della gloria della famiglia; e Miss Ogilvie, istitutrice di Fancy.

Se rileggete l'elenco noterete quante volte viene ripetuto il cognome Halloran, un mantra che accompagna quasi costantemente la lettura, soprattutto nei primi capitoli, creando in effetti una sensazione di sovraffollamento e confusione, una ripetizione ossessiva che ribadisce la separazione tra chi appartiene a quel nome e chi no. E' un nome che fagocita coloro che lo portano, trasforma Orianna, e perfino la nuora, rendendole parte di una tribù nella quale il loro passato, la nascita in una classe popolare diventa motivo di disapprovazione e va cancellato e sostituito da una posizione in linea ereditaria.

Halloran è simbolo di status sociale, potere, denaro, dominio sulla di per sé inquietante comunità del paese vicino, iponimo della società americana, bigotta e perbenista, ma disponibile a dimenticare (comunque non perdonare) le prepotenze subite accettando denaro e regalie e sorridendo al ricco prepotente.

L'orgoglio di questo nome e del suo patrimonio sono le fondamenta su cui è stata edificata la Villa, una casa appartata, maestosa e ricca, piena di stanze inesplorate (viene in mente l'Overlook Hotel di Shining) che nelle intenzioni del suo costruttore doveva esprimere la superiorità di coloro che l'abitavano: è la rappresentazione concreta della distanza che separa gli Halloran dal resto del mondo, del male che prende forma nel desiderio di possesso di Orianna e contemporaneamente nella malinconia e la fragilità di Fanny; è Arca di Noè e allo stesso tempo prigione dalla quale è impossibile fuggire, il suo potere si estende ben oltre il cancello d'ingresso. Si tratta dell'immagine più potente del libro, che rivela continuamente nuovi aspetti, un luogo che col procedere della storia diventa quasi un claustrofobico Stato a sé con bizzarre leggi proprie via via più scollegate dal reale, in cui solo alcuni esterni saranno ammessi per non potersene più andare. Coloro che sono accettati al suo interno (o vi entrano scavalcando il muro di cinta) diventano una sua proprietà.

La trama, incentrata sulle visioni di Fanny di una prossima, vicina fine del mondo, si apre attraverso dialoghi tesi che rivelano la natura cinica e rapace di tutti i personaggi. Jackson è riuscita a manipolare magistralmente il sogno (attenzione alla citazione di Hansel e Gretel) e la visione delirante, le apparizioni di cui è testimone Fanny ricordano il Giro di vite di James, intrise non solo di elementi apocalittici, ma di un orrore domestico legato alla memoria, alla famiglia come insieme di legami prevaricatori e crudeli che riproducono la meschinità della società al di là dal muro.
L'atmosfera, già inquietante, si carica sempre più di tensione, i protagonisti sembrano assumere caratteri archetipici e scivolare lentamente in uno stato di follia che ricorda L'Angelo Sterminatore e Il fascino discreto della Borghesia di Bunuel, mentre la Villa, il suo labirinto che porta un nome di donna e la stessa meridiana diventano emblemi dell'Apocalisse in arrivo.

Shirley Jackson ha creato un romanzo dalla potenza compressa che inizia come un horror, si sviluppa con acida ironia fino a diventare grottesco e ritornare al tema iniziale senza svelare il segreto della fine del mondo. Profondamente pessimista nei confronti della società e dell'umanità, destinate a sparire, è difficile non leggervi, volendo andare al di là del già ricchissimo racconto narrativo, un'allegoria politica della lotta di classe, che richiama addirittura la nascita del Capitalismo con le famigerate Enclosures, e una visione di subalternità e separazione tra detentori del capitale e proletari. Il finale poteva seguire la logica della teoria Marxista, ma anche quello sarebbe stato un ottimismo che l’autrice non poteva permettersi.

Niente potrà prepararvi a superare indenni questa lettura. 7 tazzine

Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

venerdì 18 marzo 2022

Recensione: "Paura della matematica" di Peter Cameron (a cura di Ms Rosewater)

 
Buongiorno, caffeinomani! ^^
Oggi la nostra Ms Rosewater torna a parlarci di un'opera di Peter Cameron, una raccolta di racconti, intitolata "Paura della matematica". Scoprite di cosa si tratta nella sua recensione e fateci sapere nei commenti la vostra opinione. A presto!

Paura della matematica
di Peter Cameron

Prezzo: 6,99 € (eBook) 15,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 104
Genere: narrativa contemporanea, racconti
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 11 giugno 2008

In un passaggio apparentemente marginale del racconto che da il titolo a questa raccolta disegnata dall'autore, la protagonista offre al suo professore di matematica, passato a trovarla, un bicchier d'acqua. Poi, mentre lo guarda bere, la ragazza è colpita dalla cosa più semplice, l'assoluta naturalezza del gesto, che l'uomo compie "come se in vita sua non avesse fatto altro che venire in cucina da me a bere acqua". È un tocco inconfondibile, che unisce in una riga tutta l'atmosfera di cui abbiamo bisogno e tutto l'intreccio che possiamo desiderare. Ma è anche di più. È la conferma che qualsiasi storia, anche minima, racconti - si tratti di un ragazzo che smette di parlare in casa, mentre intrattiene una fitta corrispondenza con i carcerati; di un adolescente che, alla morte del suo cane, si convince che nelle formule dell'algebra si annidi il segreto della felicità; o di una coppia gay in visita presso una nonna eccentrica e molto amata -, Cameron sembra appunto non avere mai fatto altro che scrivere storie. E come nei suoi romanzi ci offre, con la sua voce fresca e generosa, storie di giovinezza, inquietudini e nostalgia, di amori e famiglie e vita quotidiana.

Prosegue e arriva al capolinea (cronologico) con questo libretto di racconti, il viaggio all'indietro nella produzione di Peter Cameron, pubblicato. Nel 1986 Cameron era uno scrittore ancora giovane, con uno stile in formazione, ma già mostrava alcune caratteristiche che si sarebbero ritrovate nella produzione successiva, ad esempio l'assenza nelle sue storie di personaggi veramente e totalmente negativi su cui catalizzare i nostri sentimenti peggiori. Ci sono contrasti e, pure se capaci di comportamenti egoistici, i protagonisti di tutta la sua produzione sono invariabilmente resi con compassione per una condizione sempre fallibile, meritevole di una tregua, di un perdono.

Lo è il padre del narratore nel primo racconto “Il mondo del ricordo”, che ha abbandonato il figlio dai suoceri non reggendo alla morte della moglie e che lo cerca in punto di morte, gli racconta una storia affascinante e spaventosa, piena dello stupore per la natura e per il paesaggio che diventerà preponderante nei romanzi più recenti di Cameron.

Non sono certo cattivi la madre di Stephen e il suo nuovo compagno, Lonnie, che in “Memorial day” cercano di far uscire il ragazzo dal suo vendicativo ma altrettanto comprensibile mutismo di figlio di divorziati; né lo è la giovane Julie, che inizia una relazione con l'insegnante del corso di matematica al quale è iscritta e che cerca di aiutarla a superare un esame, o la protagonista di “Lavori Strani”, alle prese con la famiglia precedente del suo nuovo compagno, i suoi riti ai quali non riesce ad aderire e con il proprio senso d'inadeguatezza. 

Nessuno di loro premedita il male, anche se poi sbaglia qualcosa, ferisce, illude. Le relazioni sono incerte, nulla le mette al sicuro da un quasi inevitabile fallimento, ma anche quando si spezzano non c'è odio, non si cerca vendetta e per essa non vengono usati i figli né il denaro. I legami continuano comunque ad esistere, solo la morte è in grado di reciderli definitivamente e piegare l'animo, ed è strano che il libro inizi e finisca proprio con due morti, la prima di un padre, la seconda di una madre, che tra esse siano racchiuse storie di giovani spaventati, cauti esploratori del mondo, desiderosi di spiegare il loro punto di vista che però ha sfumature invisibili agli adulti, quasi del tutto incapaci di leggerle. La matematica? Sì, c'entra, e se nel racconto che dà il nome al libro è una parte fondante della storia, in “Compiti a casa” diventa una misura della vita, degli eventi che accadono simultaneamente, velocità diverse che si definiscono a vicenda, come le persone e le relazioni.

Nello spazio limitato del racconto, che per alcuni autori può essere angusto, Cameron si muove con altrettanta leggerezza come in quello esteso, quasi sconfinato del romanzo. La sua scrittura, già leggera e naturale, ha acquisito maggiore incisività nel tempo, tuttavia storie come “Il mondo del ricordo” fanno già intravedere lo scrittore evocativo che sarebbe diventato.


Ms Rosewater


Photo credit: @lisapavesi

giovedì 9 settembre 2021

Recensione: "Flatlandia. Racconto fantastico a due dimensioni" di Edwin A. Abbott (a cura di Melz)

Buongiorno, lettor*! ^^
Oggi sul blog arriva una recensione diversa dal solito. Melz, infatti, ci parla di un saggio matematico, Flatlandia, un classico per gli amanti della matematica. Non l'ha particolarmente apprezzato, per conoscerne i motivi vi lascio alla sua opinione ;) A presto!


Flatlandia. Racconto fantastico a due dimensioni
di Edwin A. Abbott

Prezzo: 3,99 € (eBook) 10,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 166
Genere: narrativa
Data di pubblicazione: 9 giugno 1993

Partire da Flatlandia, mondo bidimensionale abitato da segmenti, triangoli, quadrati, luogo di gerarchie evidenti e della moralità geometrica; imbattersi nell’unidimensionalità della Linelandia; e infine scoprire lo sconvolgente mondo della tridimensionalità, dialogando con una sfera. Queste le tappe del percorso che un abitante di Flatlandia, un eccellente Quadrato, si troverà ad affrontare, per giungere a rivelazioni che metteranno in dubbio le sue certezze. E anche quelle del lettore, posto di fronte alla possibilità di una Quarta Dimensione.

Flatlandia
è la storia di un quadrato (abitante, appunto, della Flatlandia, il mondo a due dimensioni) che si trova a fare esperienza anche in altri mondi dimensionali: la Pointlandia (terra a zero dimensioni in cui tutto è puntiforme), la Linelandia (la terra delle linee, a un’unica dimensione) e la Spacelandia (terra a tre dimensioni). La scoperta di altri mondi farà condannare il nostro quadrato come eretico, riservandogli un triste destino.

La descrizioni di mondi interdimensionali sono raccontate in un tripudio di fantasia che, ancora oggi dall’ottocento, fa consigliare questo libro ai professori per i propri alunni. Abbott è riuscito, in maniera semplice, a far capire lo spazio in n dimensioni anche al lettore più inesperto. Le spiegazioni sono chiare e le descrizioni per nulla confusionarie. Descrive le cose e i luoghi di Flatlandia come se non si trattasse di un saggio matematico, ma di un romanzo. I mondi hanno una struttura precisa e diversi problemi che portano il lettore a empatizzare con i personaggi della storia. A Flatlandia, nonostante gli abitanti abbiano forme diverse, la mancanza della terza dimensione non permette di distinguerli davvero. Tutto viene visto come una linea così hanno bisogno del contatto fisico per riconoscersi e già questo ci fa provare dispiacere per loro, come se fossero nostri amici.

Nonostante sia stato scritto nell’ottocento, non ho avuto nemmeno per un istante la sensazione di qualcosa di antico. Abbott era, nel suo linguaggio, moderno.

Dove arriva il problema? Nella gerarchia della società. Purtroppo ho faticato davvero a leggere alcune parti di questa storia, non comprendendo fino alla fine (e ancora adesso non ne sono sicura) se quella di Abbot fosse misoginia o femminismo.

“Le nostre Donne sono delle Linee Rette. I nostri Soldati e gli Operai delle Classi Inferiori sono dei Triangoli con due lati uguali. […] La nostra Borghesia è composta da Equilateri, ovvero da Triangoli dai lati uguali. I nostri Professionisti e Gentiluomimi sono Quadrati (classe a cui io stesso appartengo) e Figure a Cinque Lati, o Pentagoni. Subito al di sopra di costoro viene l’Aristocrazia, divisa in parecchi gradi, cominciando dalle Figure a Sei Lati o Esagoni per continuare, via via che il numero dei lati aumenta, fino a ricevere il titolo onorifico di Poligonali, o dai molti lati. Infine, quando il numero dei lati diventa tanto grande, e i lati tanto piccoli, che la Figura non è più distinguibile da un Cerchio, si entra a far parte dell’ordine Circolare o Sacerdotale, e questa è la classe più elevata di tutte”.

Alla base della società piramidale da lui descritta troviamo infatti le donne, semplici linee rette, pericolose e totalmente irrazionali. Essendo delle linee sono considerate un pericolo per gli uomini, in quanto avrebbero potuto infilzarli senza pietà. Per tale ragione vengono date ad esse delle regole da seguire, tra cui ricordo il fatto di emettere il proprio grido di pace mentre si cammina e il divieto di star ferme o camminare senza muovere continuamente il posteriore da destra a sinistra per segnalare la propria presenza (ricordo che gli abitanti di Flatlandia vedono tutto come una linea, perciò il movimento poteva distinguere uomini dalle donne). Insomma, il riassunto è che le donne, a Flatlandia, devono urlare e sculettare.

Il fatto che Abbott fosse un reverendo ha già causato in tempi passati accuse di misoginia nei suoi confronti per questa descrizione. Potrebbe anche trattarsi di una critica alla società del tempo (il 1882) in chiave satirica. Non ci è dato saperlo, ma leggere quelle parole senza una spiegazione ha suscitato in me sentimenti non proprio positivi.

Se consiglierei Flatlandia ai miei alunni? Non credo. Per quanto sia una lettura semplice, può risultare noiosa a ragazzini che tendono a odiare un certo tipo di materie; il fatto che lo trovi un po’ misogino rafforza la mia decisione. Ma se siete appassionati di matematica, questo è un testo storico che penso valga la pena recuperare almeno per cultura generale.

Darò a Flatlandia soltanto due stelle, una per il linguaggio semplice parlando di geometria e l’altra per la fantasia immensa di Abbott. Non posso dare di più perché ho avuto mal di stomaco per tutto il tempo per i motivi sopracitati.

A presto,


Melz


Fonte immagini: Google immagini

lunedì 9 agosto 2021

Recensione: "Quella sera dorata" di Peter Cameron (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettori, e buon inizio settimana! ^^
Oggi per voi la recensione di Ms Rosewater che ci parla di "Una sera dorata" di Peter Cameron. Non conoscevo questo titolo, ma sono felice ogni volta che ne scopro uno nuovo. Ms Rosewater è appassionata di letteratura americana, come ormai avrete capito. Voi che rapporto avete con questo genere? Conoscete Peter Cameron? Vi lascio alla recensione, adesso. Fateci sapere cosa ne pensate nei commenti ;) A presto!

Quella sera dorata
di Peter Cameron

Prezzo: 7,99 € (eBook) 12,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 318
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 15 aprile 2019

Quando qualcuno si accinge a scrivere la biografia di qualcun altro, parenti e amici del biografato cercano quasi sempre di ostacolare un'iniziativa che, in un futuro minacciosamente vicino, li costringerebbe a leggere la solita compilazione di svarioni, congetture e voli di fantasia non autorizzati. È quindi ovvio che né la moglie, né il fratello, né l'amante del defunto Jules Gund, autore di un solo e venerato libro, desiderano che il giovane Omar Rezaghi si rechi nella tenuta di famiglia in Uruguay, e s'inpicci di faccende che non lo riguardano. È solo l'inizio di una commedia dove nessuna combinazione di fatti, sentimenti o rivelazioni è esclusa in partenza.

Ho conosciuto Peter Cameron grazie a mio zio, vorace lettore, che passava i libri letti al mio papà e ora a me. Pur avendo in casa diversi volumi dello scrittore da anni, alla fine ho iniziato a conoscerlo dall'ultimo romanzo pubblicato da Adelphi, “Cose che succedono di notte”, di cui parlerò in un futuro articolo. Da quella lettura ho iniziato uno (scomposto) viaggio a ritroso, guidata dai consigli dello zio, dai libri che ho trovato in casa e dai titoli che compaiono nei siti o negli scaffali delle librerie.

Cameron non è uno scrittore di genere fantastico, eppure i suoi romanzi sono sempre avvolti dalla fiaba, le vicende hanno un'ossatura reale, ma la loro sostanza, i tempi - mai definiti con precisione - i luoghi, sono vicini al sogno. Allo stesso modo, i personaggi agiscono mossi da forze che superano la razionalità e il sentimento, le cose tangibili, forze che sembrano esistere più fuori che dentro di loro.

Omar Rezaghi, un giovane di origine iraniana, professore universitario di letteratura, vorrebbe scrivere la biografia di Jules Gund, scrittore uruguayano di famiglia ebrea tedesca, noto per un solo libro pubblicato. Gund è morto da tempo e Rezaghi vuole ottenere l'autorizzazione dei tre eredi (la moglie, il fratello e l'amante), che vivono tutti ad Ochos Rios, in Uruguay, appunto. Di fronte a un primo rifiuto Omar parte per tentare di convincerli. Ochos Rios è un luogo fatato, una specie di Regno di Oz, immerso in un'estate perenne, immobile, e attraversato da stradine polverose che congiungono la grande, cadente villa, il mulino e il lago artificiale, riferimenti sicuri in un paesaggio che immagino immenso e assolato, nel mezzo del nulla. Rezaghi è in continuo movimento da un punto all'altro, cercando, lui crede, di ottenere un risultato tangibile e razionale, ma in realtà facendosi inghiottire da quel mondo costruito dalle relazioni degli eredi con lo scrittore scomparso (il Mago di Oz), relazioni che perdendo il loro centro sembrano ormai cristallizzate nel ricordo, nel senso di colpa, nella gelosia, da lui stesso generate.

La scrittura di Cameron, limpida, “a sottrarre” è in realtà un accumulo di significati e possibili letture, trasparenti, come l'acqua di un fiume del quale è possibile vedere il fondo senza tuttavia poterlo raggiungere. Semplice, all'apparenza molto naturale, ma estremamente precisa ed evocativa, con poche parole immerge il lettore nell'universo di Ochos Rios, racconta particolari e pensieri che a volte sorprende riconoscere come nostri. Cameron tratta un materiale impalpabile e riesce a creare un'atmosfera intensa e luminosa, dialoghi apparentemente semplici in cui i personaggi rivelano il loro mondo e la loro personalità.

Il misterioso passato costruito per i suoi protagonisti è appena intravisto, il mistero non viene svelato se non per pochi particolari, il lettore è tuttavia in grado d'intuire, di ricostruire una parte della storia per sé senza necessità di ulteriori elementi. Nelle vicende di Ochos Rios si può vedere la predestinazione e l'irrazionalità un amore romantico, il gioco del destino che trascina lontani dalle proprie origini e dagli obiettivi che ci si era prefissi per scoprire che potevamo avere più di quello che pensavamo, la rassegnazione davanti allo scorrere inesorabile del tempo, l'accettazione della fine del passato che apre il futuro, le letture possibili sono numerose.

La realtà si fa da parte e il sogno si prende tutto
, quello delle estati calde e pigre inondate dai profumi della campagna e dal suono ossessivo delle cicale (sembra sempre di sentirle in sottofondo, anche se non vengono neanche nominate), ed è talmente forte questa sensazione che quando lo scrittore si sforza di dare una conclusione alle vicende di Rezaghi e degli altri personaggi, si rimane spiazzati, c'è un eccesso di particolari rispetto a quella che fino a quel momento è stato un racconto evocativo perché minimo.

Una menzione merita la traduzione del titolo originale: “The city of your final destination” è decisamente più adatto a ciò che intendeva lo scrittore, alludendo agli spostamenti continui dei protagonisti (la famiglia Gund dalla Germania all'Uruguay, Rezaghi dall'Iran agli Stati Uniti e poi all'Uruguay e così via) mentre “Quella sera dorata” crea l'aspettativa di un evento particolare, e in realtà il libro è pieno di queste sere dorate, quale s'intenderà delle tante?

Ms Rosewater

Foto credit: @lisapavesi

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