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venerdì 12 dicembre 2025

Recensione: "I racconti della moda" di Maria Luisa Frisa (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! 
Oggi la nostra Ms Rosewater ci parla di un titolo un po' diverso dal solito, I racconti della moda, una raccolta di racconti curata da Maria Luisa Frisa. Se siete, come lei, appassionat* di moda, questa lettura potrebbe fare al caso vostro. Scopritela nella recensione e fateci sapere che ne pensate ;)

I racconti della moda
a cura di Maria Luisa Frisa

Prezzo: 9,99 € (eBook) 19,50 € (cop. rigida)
Pagine: 280
Genere: racconti
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 12 novembre 2024
Acquista su: IBS, laFeltrinelli (link aff.)

È la forma d'arte più contraddittoria di tutte. Visionaria e insieme classica, pop ma anche snob, fieramente ignorata da molti eppure capace di muovere il mondo. La moda è un prisma: cultura e industria, sogno irraggiungibile e necessità quotidiana, haute couture e fast fashion. Ma in tutti questi anni, come l'ha raccontata la letteratura? E cosa ne sappiamo noi, veramente? Tra grandi nomi e riscoperte che non potremo più dimenticare, in questa raccolta scintillano voci, sguardi e immaginari diversissimi, cuciti in un disegno audace, eclettico e divertente, pieno di intelligenza. Un viaggio dai salotti sfarzosi di inizio Novecento fino alle passerelle e ai flash dei giorni nostri, dai fruscii dell'atelier ai corpi iconici di domani. La moda è un linguaggio universale, che ci parla di noi e del tempo in cui viviamo. Ogni giorno, ogni volta che usciamo di casa, stiamo decidendo come mostrarci al mondo: dobbiamo sapere che tutto ciò che indossiamo è una forma d’arte progettata per noi da chissà chi. Maria Luisa Frisa quest’arte la conosce benissimo, la teorizza e la narra da anni. E in questa raccolta si serve di alcuni grandi racconti per dar forma al suo moda-pensiero, usando la letteratura come strumento per parlare di corpi, e degli abiti con cui si mostrano, e delle società che attraversano. Immaginando la moda come un affaccio panoramico sul mondo. Troverete, tra gli altri, Joyce Carol Oates che racconta di ragazze, consenso e abuso nell’America profonda, Pier Vittorio Tondelli con una riflessione su musica, stile e cravatte, Bret Easton Ellis che mette in scena la ricca disperazione del jet set di Los Angeles. Mentre Stefano Pistolini parte dal mito fondativo di Woodstock per capire l’impatto delle ondate giovanili sulla società dei consumi, Flavia Piccinni ci mette in guardia sui pericoli delle sfilate per bambini e ci fa entrare in quell’universo parallelo che è la moda per l’infanzia. E poi scoprirete la parabola di un artista fuori dagli schemi come Leigh Bowery, mondi immaginari in cui gli abiti diventano grandi come interi palazzi e le donne ci si nascondono dentro; assisterete a spettacoli fetish con luci soffuse, lacci e forbici, e vi misurerete con testi rivelatori come quello di Jhumpa Lahiri sui tanti significati che assume l’uso della divisa nella scuola dell’obbligo. E ancora, una serie di recuperi d’eccezione: Irene Brin, Gianna Manzini e la moda maschile secondo Lucio Ridenti. Infine, un dono: un racconto disperso e ritrovato di Michela Murgia.

Perché la Moda? Di tutti i possibili comun denominatori per una raccolta letteraria forse è
uno dei più improbabili. Moda è sinonimo pluriforme: di eleganza, frivolezza, superficialità, ma anche provocazione, rivolta, affermazione di sé. Attraverso la moda si può raccontare il corpo da ogni punto di vista, sociologico, politico, economico, psicologico, antropologico e artistico. Gli indumenti che indossiamo sono il punto d'arrivo di decine di istanze e l'espressione delle abitudini e dei valori della nostra società, basti ricordare la questione della Fast Fashion, che esprime l'attuale modello economico occidentale e l'atteggiamento verso il lavoro e l'ambiente.

Maria Luisa Frisa, teorica della moda, accostando una serie di testi narrativi, articoli, brani tratti da pamphlet e riviste d'epoca, ha creato un quadro della moda ricco ed estremamente esteso, un mosaico personale da cui emerge una passione vintage per gli anni '80 e anche per un passato più lontano che arriva fino agli anni '20 del '900, ma che non esclude gli anni '70, momento di cambiamento, mutazione e di designificazione di simboli come l'uniforme, passata da sinonimo del potere militare a oggetto di ribellione o semplicemente di una condizione economica giovanile svantaggiata. Il risultato finale è un'analisi profonda dei molteplici significati della moda, che si rivela al di là dell'aspetto glamour e strettamente commerciale.

La raccolta si apre con Il culto dell'impersonalità, di Paola Colaiacomo, ritratto di Leigh Bowery, personaggio dei night club londinesi degli anni 80, credo quasi sconosciuto in Italia. Bowery si “esibiva” indossando incredibili costumi da lui stesso disegnati e realizzati, mettendo alla prova non solo la propria creatività ma anche il proprio corpo, estremizzando il lato performativo della moda. Diversi racconti poi colgono le sfumature erotiche del vestire, a partire da Una ragazza a cui il sesso piace di più coi vestiti addosso, di Bell Hooks, a Forbici, di Kim Fu, e I vestiti del notaio, di Michela Murgia, che attraverso i giochi di una coppia di sposi ironizza sottilmente sui riti d'iniziazione e i pregiudizi provinciali della nostra società.

Da Woodstock a Hollywood, di Stefano Pistolini, Tie Society, di Pier Vittorio Tondelli e I jeans baggy, di Tanisha C. Ford, si concentrano sulla nascita e i significati sociali delle mode giovanili; mentre i primi due narrano l'evoluzione degli usi e dei significati degli indumenti militari e della cravatta - passati a partire dagli anni '60 -'70 attraverso un processo che gli ha attribuito una nuova semantica, il terzo, attraverso la vicenda della giovane protagonista, tratta del periodo immediatamente successivo, quando l'esplosione del rap impose un nuovo linguaggio estetico, espressione della comunità nera americana, che si diffuse globalmente.

Steven Millhauser, in Couturier Superstar, racconta ironicamente l'avvicendarsi furioso e fantasmagorico delle creazioni di un fantomatico stilista, mentre La scala mobile, di Brett Easton Ellis, sembra, con la consueta quantità di corpi da spiaggia che lo animano, entrare nella raccolta per una sorta di regola dell'opposto.

Talvolta l'elemento filologico ha il sopravvento, come nei brani di Irene Brin (Il guardaroba delle donne) e Lucio Ridenti (Una selezione dal Petronio) che col loro sapore retrò e un tantino museale, probabilmente riscuotono l'interesse dell'esperto, un po' meno del lettore contemporaneo, poco avvezzo ai lunghi elenchi tipici della letteratura ottocentesca e del primo novecento e a rigide regole di stile.

La chiusura del libro è affidata a Joyce Carol Oates con Dove vai, dove sei stata, che introduce, alle ultime battute del libro, l'argomento dell'abbigliamento e del pregiudizio sociale in relazione alla violenza sulle donne, argomento che forse avrebbe necessitato di trovarsi più centralmente nel volume, lasciando magari trattazioni più effimere per il finale.

In conclusione I racconti della moda è interessante per chi sia curioso di approfondire la moda come fenomeno oltre le riviste patinate, pur soffrendo di un'impronta esageratamente accademica, come dimostrano i commenti della curatrice che accompagnano ogni singolo brano, estremamente interessanti ma forse troppo esplicativi. 
Ms Rosewater



Photo credit: @lisapavesi

martedì 8 luglio 2025

Recensione: "Parlarne tra amici" di Sally Rooney (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno, lettor*! ^^
Come state sopravvivendo al terribile caldo di questi giorni? Io purtroppo sono bloccata in casa col bimbo malato, ma mi auguro di poter andare presto al mare e rilassarmi con qualche bella lettura. E a proposito di belle letture, oggi la nostra Ms Rosewater ci parla di un libro che le è piaciuto tantissimo e l'ha emozionata. Si tratta di Parlarne tra amici, di Sally Rooney, che lei ha letto nell'edizione originale. Sally Rooney è un'autrice molto amata, avete già letto questo libro? Fateci sapere la vostra opinione con un commento ;) A presto!

Parlarne tra amici
di Sally Rooney

Prezzo: 8,99 € (eBook) 13,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 290
Genere: narrativa
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 25 giugno 2019

Frances è troppo intelligente per innamorarsi di un uomo sposato. O almeno cosí pensava prima di incontrare Nick. Bobbi, la sua ex amante, e Melissa, la moglie di Nick, sono troppo moderne e consapevoli per essere gelose. O almeno così pensavano. "Parlarne tra amici" si può leggere come una commedia romantica o un manifesto femminista. Si può leggere come un libro sul tradimento ai tempi di WhatsApp o su ciò che nei rapporti di coppia non cambia mai. Ma in qualsiasi modo si decida di leggerlo, "Parlarne tra amici" è un romanzo universale sui complicati capricci dell'amore.

L'abilità dei grandi chef è riuscire a creare, a partire dagli stessi 3 o 4 ingredienti, infinite varianti, cambiando cotture, aggiungendo una spezia, esaltando con la pratica le caratteristiche del cibo che stanno cucinando fino ad arrivare alla sua essenza.
Questo primo romanzo di Sally Rooney è proprio così: ingredienti conosciuti, situazioni - in parte - prevedibili, una tecnica notevole e una certa dose di audacia che li trasformano in un'opera potente e inaspettata. Raccontare della conoscenza tra due ragazze ventenni ex fidanzate e una coppia di artisti trentenni potrebbe equivalere a cercarsi dei guai letterari, infilando uno stereotipo dietro l'altro, ma mettere in scena quello che il lettore si aspetta per la scrittrice è solo il punto di partenza di uno scavo continuo, profondo e inarrestabile nelle dinamiche e nei sentimenti delle relazioni umane.

Frances è la voce narrante, una giovane poetessa e studentessa universitaria dotata di un certo cinico senso dell'umorismo, che sembra voler fendere il presente, passare attraverso tutto con indifferenza. Il rapporto con Bobbi, la sua ex, la fotografa Melissa e suo marito Nick è descritto dai primi incontri, poi, man mano che la conoscenza si approfondisce, nascono interessi, supposizioni e infine è proprio lei a cambiare i termini delle relazioni nel gruppo e a vivere continuamente la paura di mostrarsi vulnerabile e la difficoltà di comprendere e farsi comprendere.

Non solo Frances, ma anche Nick e Melissa (forse possiamo escludere Bobbi, troppo sincera e diretta per essere fraintesa) proiettano un'immagine che non gli corrisponde, si feriscono involontariamente a vicenda e pur amando qualcuno riescono invariabilmente a farlo soffrire con le proprie parole. In un altro romanzo avremmo potuto trovare una semplice constatazione dell'impossibilità di comunicare e finirla lì, ma a Sally Rooney non può bastare, spinge il racconto superando pagine che fanno trattenere il respiro - e che a volte non si vorrebbero nemmeno leggere ma non si può smettere - non ci si può fermare fino a quando si arriva in fondo e non c'è davvero altro che i protagonisti possano dire.

Tratteggiati senza simpatia o avversione, tutti i personaggi suscitano sentimenti contrastanti, ambigui: sono l'immagine di un'infanzia traumatizzata senza distinzioni di classe, abbandonata dagli adulti, che affronta il mondo con fatica e senza scoprire il fianco. Non sono costruiti per instaurare un rapporto affettivo con il lettore anche se quello che fanno c'interessa e friggiamo in attesa della loro prossima mossa. Privi quasi completamente di descrizione fisica, Frances e Bobbi, Melissa e Nick talvolta meritano approvazione e a volte sono irritanti, e proprio per questa impossibilità di classificarli sono caratteri credibili, tridimensionali.

Manipolando le aspettative legate ai cliché del genere, la scrittrice ha realizzato un esordio che ha una forza che altri autori raggiungono al terzo, quarto romanzo o anche mai. È una sfida, uno sfoggio di incredibile bravura celata, come i segreti di Frances, sotto un'apparenza di scarna semplicità che rinuncia a tutto, perfino alla distinzione della narrazione dai dialoghi, e lascia che siano i quattro protagonisti a dare forma e a far progredire la storia, mentre Rooney si ritira rinunciando a qualsiasi intervento.

Sembra di dire una banalità oggi che Sally Rooney è un'autrice acclamata in tutto il mondo, tuttavia scoprire la sua scrittura è emozionante. Leggetela.

10 tazzine
Ms Rosewater


Fonte immagini: Pinterest

martedì 6 giugno 2023

Recensione: "Idda" di Michela Marzano (a cura di Ms Rosewater)

Buongiorno! ^^
Oggi una recensione negativa - ogni tanto arrivano anche loro - di Ms Rosewater al romanzo Idda, di Michela Marzano. Scoprite tutti i motivi per cui il libro non l'ha convinta e fateci sapere se la pensate allo stesso modo o diversamente. Vi aspettiamo nei commenti! ;)

Idda
di Michela Marzano

Prezzo: 9,99 € (eBook) 17,50 € (cop. rigida)
Pagine: 235
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 22 gennaio 2019
Acquista su: IBS, laFeltrinelli

Alessandra è una biologa che insegna a Parigi, dove abita con Pierre. Da anni non va nel Salento, il luogo in cui è nata e che ha lasciato dopo un evento drammatico, perché non riesce a fare i conti con le ombre della sua famiglia. Quando Annie, l'anziana madre di Pierre, è ricoverata in una clinica perché sta progressivamente perdendo la memoria, Alessandra è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi siamo quando pezzi interi della nostra vita scivolano via? Che cosa resta di noi? Svuotando la casa della suocera, che deve essere messa in vendita, Alessandra entra nell'universo di questa stenodattilografa degli anni Quaranta, e pian piano ne ricostruisce la quotidianità, come fosse l'unico modo per sapere chi era, adesso che smarrendosi Annie sembra essere diventata un'altra. Nel rapporto con lei, ogni giorno più intimo, Alessandra si sente dopo tanto tempo di nuovo figlia, e d'improvviso riaffiorano le parole dell'infanzia e i ricordi che aveva soffocato. È grazie a 'idda', ad Annie, che ora può affrontarli, tornando là dove tutto è cominciato. Bisogna attraversare le macerie, recuperare la propria storia, per scoprire che l'amore sopravvive all'oblio.

Ho un problema con gli scrittori italiani, non riesco a leggerli. Da adolescente poteva essere una ribellione alle imposizioni della scuola e la fascinazione per la letteratura anglosassone, ma oggi devo riconoscerlo, la letteratura italiana (a parte Primo Levi, Giorgio Falco, Dino Buzzati e pochi altri) non fa per me.

Quando ho visto questo titolo scelto per un gruppo di lettura su disabilità e neurodivergenza sono stata un bel po' indecisa se rischiare e partecipare o meno; alla fine, visto che è grazie a questo stesso gruppo che ho conosciuto Una Specie di Scintilla di Elle McNicolls, ho chiuso gli occhi e fatto l'acquisto. E ho fatto una cazzata.

Antonio Tettamanti, giornalista, sceneggiatore e insegnante, diceva che "Per imparare a scrivere bisogna leggere e scrivere e sicuramente" aveva ragione, ma dopo aver letto Idda mi sento di dire che a volte non è abbastanza.

Alessandra è italiana e vive a Parigi. Lei e il suo compagno Pierre sono docenti universitari (come la stessa Marzano), senza figli ed entrambi con traumi affettivi famigliari. Quando la madre di Pierre, Annie, viene trasferita in una casa di riposo, è ormai evidente che una forma di demenza sta cancellando tutti i suoi ricordi. Mentre il figlio non accetta la condizione degenerativa della donna, Alessandra cerca di ricostruirne la personalità ormai in frantumi per comprendere meglio il compagno e le sue ferite d'infanzia e, attraverso i documenti che recupera dall'appartamento della donna, si fa un'idea di come è stata la sua vita, gettando una luce sui motivi del suo allontanamento emotivo da marito e figlio. Cercando nella storia di Annie, Alessandra sente risuonare il proprio drammatico passato, che aveva tentato di seppellire, e alla fine troverà il coraggio di affrontarlo.

Nonostante il libro si apra proprio nella casa di riposo e Alessandra (Ale, come la chiama insistentemente Pierre, quasi avesse paura di dimenticare il nome della compagna), riporti i dialoghi con Annie, con l'infermiera che la cura, con la badante imbrogliona che le ha rubato moltissimi soldi, nonostante ci venga mostrato il penoso compito di svuotare la sua casa, dalla quale emergono i famosi documenti di cui sopra, la narrazione dell'Alzheimer non esce dall'aneddotica classica e si ha la sensazione di star girando intorno al nucleo della malattia, come se mancasse il coraggio o la volontà di fare il passo che porterebbe a sentirsi davvero coinvolti e in un certo senso a non poter ignorare la condizione di Annie, che rimane, a parte una fugace allusione all'incontinenza, una vecchina innocua, che non si sporca, non ha crisi violente, insomma, non dà fastidio.

La malattia è per l'autrice solo uno spunto per un racconto sentimentale e un discorso sulla permanenza della persona anche quando questa non è mentalmente o fisicamente presente; purtroppo, quest'obiettivo si perde in una narrazione ripetitiva e tutto sommato superficiale., lasciando il lettore drammaticamente insoddisfatto.

Questo è il difetto principale del libro, dovuto in gran parte allo stile, che sembra non aver recepito la regola fondamentale (e non lo dico io) della letteratura contemporanea: telling by showing, raccontare mostrando. Marzano descrive pedissequamente come si sente Pier, come si sente Alessandra, descrive sentimenti, descrive azioni banali che ci potremmo immaginare da soli, continua a ripetere gli stessi concetti (quanto mi voleva bene la mia mamma, mi chiamava puricina e veniva nelle mia camera quando studiavo, e io non ho più niente a che fare con l'Italia, ecc) più e più volte, rendendo pesante la lettura e stremando la sottoscritta.

Si tratta di didascalismo, peccato originale della letteratura italiana, la mancata fiducia nell'immaginazione del lettore e l'incapacità di esprimersi attraverso le immagini. Non è obbligatorio scrivere come i contemporanei americani o come Agotha Kristoff, ma non tutti sono Emile Zola o Oscar Wilde.

Michela Marzano pecca senza redenzione se aggiungiamo che i personaggi sono bidimensionali e anche se, ad esempio, continua a ripetere che Pierre è un eterno adolescente che non vuole prendersi responsabilità, non convince. La stessa Alessandra si presenta come una biologa botanica che struttura rigidamente la propria vita quasi categorizzandola come la scienza che insegna, idea non nuova ma che poteva essere interessante esplorare e che invece viene abbandonata quasi subito per ritornare come un cadavere che emerge da una palude di quando in quando. Continua a contraddirsi, prima dice di usare le parole per mettere ordine, poi di non essere brava con le parole, la Puglia non è casa sua, ma poi è casa sua... I mutamenti di atteggiamento verso, ad esempio, l'idea di un viaggio in Italia (all'inizio la protagonista non ne vuol sapere, successivamente accetta e parte col compagno) non sono supportati da passaggi convincenti.

La seconda parte del romanzo peggiora le cose: Alessandra comincia a girare nella sua immaginazione un film della vita di Annie, giovane francese del dopoguerra che ambisce all'emancipazione che dà un lavoro e finisce con lo sposare il capo. Ancora una volta la scrittrice esagera con le descrizioni dei sentimenti, salta alle conclusioni senza poter dire con certezza (o almeno con buona approssimazione) perché Annie (ad esempio) non ricordi più il marito, fino a dipingere un quadretto nostalgico degno dei film romantici degli anni 50 in cui l'emancipazione finisce quando nasce un figlio e una donna spera sempre di avere una figlia femmina per fare shopping insieme.

Il viaggio di Pierre e Alessandra a Lecce poteva essere un'occasione per lasciare almeno un buon ricordo di questo libro: la casa in rovina, il padre malato, la perfida zia, potevano davvero essere trattati come elementi gotici, anche un po' inquietanti, senza contare un eventuale colpo di scena finale che chiarisse i motivi della crisi che aveva portato alla tragedia da cui era fuggita la protagonista, qualcosa per movimentare l'elettroencefalogramma del lettore. Invece no, la gita turistica si conclude senza una vera rivelazione, ma ancora una volta con le elucubrazioni di Alessandra che spiega come siano andate le cose tra i suoi genitori, cosa che poteva fare anche restando a Parigi.

A questo punto il romanzo ha definitivamente sconfinato nel territorio di un Harmony senza sesso (non so se ringraziare l'autrice, almeno per questo) in cui non ci viene risparmiata neanche una tiritera sul vero amore (pagina 225) e un lieto fine che lascia la glicemia alta.

Non metto in dubbio che Michela Marzano sia una persona di cultura, ma per scrivere un romanzo, per affascinare un lettore, c'è bisogno anche di ritmo, passione, di una lingua capace di evocare (e che occasione poteva essere quella di un personaggio che perde la memoria, per costruire una lingua, pur di fantasia, in grado di mostrarci chi era e chi è Annie?) di affabulazione e idee forti che, purtroppo, non ho trovato in queste pagine.

Mi sento di chiudere la recensione con qualche consiglio di lettura testata su argomenti simili: se volete leggere un romanzo che tratta il declino dovuto all'Alzheimer, provate a leggere Le correzioni di Jonathan Franzen, mentre per un libro sul rapporto con una madre anziana che diventa fragile Una donna di Annie Ernaux.
1 tazzina (perché non posso dare di meno)

Ms Rosewater

martedì 3 gennaio 2023

Recensione: "L'ultimo Natale di Guerra" di Primo Levi (a cura di Ms Rosewater)

Buon pomeriggio, lettor*! ^^
Oggi inauguriamo l'anno nuovo con una recensione della nostra Ms Rosewater, che ci parla di L'ultimo Natale di Guerra, una raccolta di racconti che mette in chiaro la grande fantasia di Primo Levi, autore di Se questo è un uomo ma anche di molti altri lavori validi che meritano di essere conosciuti di più. Scoprite questo bel volume e fateci sapere la vostra opinione. A presto! ;)

L'ultimo Natale di Guerra
di Primo Levi

Prezzo: 6,99 € (eBook) 13,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 141
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 19 gennaio 2000

Raccogliere in un solo libro i racconti che Primo Levi scrisse nell'ultimo decennio della sua esistenza significa compiere una scelta importante, quella di dar forma unitaria agli scritti che, pur rappresentando l'ultima, fondamentale produzione di Levi, finora si potevano trovare soltanto in opere separate. La scelta di riunire le storie pubblicate in tali opere non solo dà compattezza agli scritti cui Primo Levi si dedicò per un intero decennio, stabilendo per la prima volta un'edizione completa, ma permette al lettore di seguire, lungo un percorso coerente, lo sviluppo narrativo e stilistico dell'ultimo Primo Levi.

Probabilmente non sono in pochi a collegare Primo Levi unicamente a Se questo è un uomo, avendolo magari letto a scuola e ritenendo che la sua avventura di scrittore fosse sostanzialmente limitata all'ambito della memoria della Shoa. Mi ci vorrebbero molte pagine per spiegare perché il libro di Levi non sia semplicemente una ricostruzione ma un'opera letteraria di estrema modernità e valore, e d'altronde il curatore di questa raccolta, Marco Belpoliti, nei suoi scritti ne ha fatto emergere il profilo di intellettuale, troppo moderno per l'epoca in cui ha vissuto, un Italo Svevo piemontese prestato alla chimica e alla scienza piuttosto che alla finanza, amico di Italo Calvino, italiano eppure letterariamente vicino agli scrittori americani e inglesi grazie a una lingua asciutta e precisa, intrisa di un sottile umorismo, a uno sguardo limpido, quasi scientifico, elementi che in Italia cominceranno a essere apprezzati con le traduzioni di Fernanda Pivano degli scrittori beat. Dal canto mio, molto più modestamente, vi confesso che leggo pochi scrittori italiani e Primo Levi è tra questi.

Questo volume raccoglie brevissimi racconti di tre, quattro pagine al massimo, scritti dal 1977 al 1987, probabilmente destinati a far parte di una corposa raccolta (Levi era uno scrittore molto prolifico), che ci rivelano la fantasia surreale dello scrittore, l'ironia, anche pungente, attraverso cui leggere i ricordi dell'infanzia, prendendosi delle piccole vendette letterarie e ricostruendo episodi singolari della vita nel Lager di Auschwitz. La vena scientifica sottende a quasi ogni narrazione, anche la più fantastica, come quella dei due innamorati appartenenti a un mondo bidimensionale o l'intervista alla regina delle formiche, la lettera di un'ammiratrice extraterrestre a un conduttore televisivo, la vicenda di un alchimista scienziato che attraversa i muri; la realtà razionale diventa materiale per raccontare fantasie, affrontare angosce profonde, come negli inquietanti Forza maggiore o In una notte, deridere i fanatismi nazionalistici che alimentano i conflitti come in Le due bandiere, guardare agli eventi più dolorosi del passato con sconvolgente onestà.

Gli animali sono sempre presenti, oggetti dell'interesse dei bambini, ingombranti comparse o protagonisti di simpatiche interviste con pubblicate a suo tempo dalla rivista Airone, formiche gabbiani e ragni, creature che dietro al racconto zoologico conservano il loro potere simbolico, la loro fascinazione magica.

Nell'ironia di Primo Levi, che pure non richiama spesso la cultura ebraica, il carattere piemontese e l'umorismoYiddish si trovano spesso a dialogare, cogliendo il particolare difficile da notare, il punto di vista nuovo che ribalta la prospettiva, facendo incontrare tanti elementi apparentemente inconciliabili, fantasia e logica, tragedia e sorriso (amaro, ma pur sempre sorriso), sogno e realtà.

L'autore di queste pagine è libero dai confini dettati dalle mode e dai critici, non deve limitare la propria fantasia, la sua scrittura ricca e leggera condensa in poche pagine completezza e compiutezza; le questioni di critica volte a decidere il suo valore di letterato a prescindere dal suo libro più noto appaiono oggi del tutto pretestuose, tipiche delle pesantezze e dell'elitarismo intellettuale italiano, qualcosa che all'estero, dove si è giudicati a partire da ciò che si scrive, probabilmente Levi non avrebbe dovuto subire.

Marco Belpoliti, nella bella postfazione accenna anche a queste vicende e approfondisce la lettura simbolica, stilistica e letteraria dei racconti, inserendoli nel contesto dell'opera dello scrittore e fornendo spunti per ulteriori letture.

L'ultimo Natale di Guerra è un piccolo libro, ricco e piacevole, una lettura che non deluderà. 
Ms Rosewater


Fonte immagini: Pinterest, Google Immagini

venerdì 23 dicembre 2022

Milk, Cookies&Books: libri a merenda - "L'incredibile storia di Lavinia" di Bianca Pitzorno (a cura di Anna)

 
Buon pomeriggio, lettor*! ^^
In questo nuovo appuntamento con la rubrica dedicata a bambini e ragazzi, la nostra Anna ci parla di una lettura molto originale e spassosa, della celebre Bianca Pitzorno: L'incredibile storia di Lavinia. Se vi va di dedicarvi a una lettura natalizia un po' diversa dal solito, questo libro potrebbe fare per voi! Scopritelo nella recensione e fateci sapere che ne pensate. Vi aspettiamo nei commenti! ;)

L'incredibile storia di Lavinia
di Bianca Pitzorno

Prezzo: 4,99 .€ (eBook) 14,00 € (cop. rigida) 11,00 € (cop. flessibile)
Pagine: 118
Genere: ragazzi
Illustrazioni: Emanuela Bussolati
Editore: Einaudi Ragazzi
Data di pubblicazione: 18 marzo 2014 (edizione illustrata)

Un Natale freddissimo a Milano, ai giorni nostri. Lavinia, sette anni, è una piccola fiammiferaia sola al mondo che, come da copione, sta per morire di fame e di freddo. Ma a salvarla arriva in taxi una fata che le regala un anello magico, grazie al quale la bambina non solo risolve alla grande tutti i suoi problemi di sopravvivenza, ma si vendica allegramente della indifferenza e delle prepotenze degli adulti.

Ed eccoci arrivati anche quest’anno alla recensione dedicata ai libri perfetti per accompagnare le nostre pigre giornate invernali durante le feste natalizie, in compagnia di una bella copertina calda e di una tisana profumata e fumante. Vi confesso che ero moooolto indecisa su quale libro consigliarvi per la rubrica di libri per bambini, sono veramente un’infinità le bellissime storie dedicate alle festività: storie magiche, dolcissime e commoventi. Sappiatelo, ero quasi sul punto di rifilarvi la celebre e strappalacrime favola di Andersen “La Piccola Fiammiferaia”! Ok, non sono andata molto lontano dalla povera orfanella che congelata girovagava tutta sola nella notte per le desolate strade di una gelida Danimarca della metà dell’Ottocento... e presto capirete il perché.

Ma ho anche pensato - e di questo ringraziate il cielo - perché non suggerire ai miei amici giovani lettori qualcosa di più alternativo e spassoso? E quindi, bimbi, se ancora non sapete cosa leggere mentre aspettate l’arrivo di Babbo Natale, date retta a me: procuratevi questo libro davvero originale, perché sono risate garantite! Sì perché l'atmosfera natalizia, i buoni propositi, questa cosa di dover cercare di essere ubbidienti almeno a Natale, non dire le bugie e le parolacce, non tirare i capelli alla sorellina, non nascondere i giocattoli al fratellino, non rispondere male ai nonni, leggere solo le storie zuccherose e soporifere tipiche delle feste, ricche di grandi valori e sentimenti... insomma dover essere buoni a tutti i costi per meritare i regali... ma che noia!

Dai, leggiamoci un bel libro, ok va bene di Natale, ma almeno che ci faccia divertire: una storia frizzante e sconveniente, non scontata, non mielosa, non stucchevole!

Ed eccoci qui allora: L’incredibile storia di Lavinia è proprio quello cha fa per noi; nessuno ne rimarrà deluso, parola mia. A incuriosire fin dall’inizio noi lettori arrivano semplici e dirette le parole di avvertimento della scrittrice Bianca Pitzorno: “Si sconsiglia la lettura di questo libro alle persone troppo schizzinose”. E altrettanto bizzarra la sua spiegazione circa l’ispirazione avuta per la storia di Lavinia, una vera illuminazione arrivata proprio durante una vigilia di Natale quando, in compagnia della sua piccola amica Valentina, intenditrice esperta di “storie di cacca e di pipì”, finalmente arriva l’approvazione della bambina “Brava! Questa volta l'hai raccontata proprio bella. Più bella di tutte le altre.”

Qualche tempo dopo l’autrice ha deciso di trascrivere la storia inventata per Valentina in un libro dedicato a tutti coloro che sanno apprezzare il valore delle cose all’apparenza più schifose, perché tutti quanti noi lettori possiamo godere di questo esilarante racconto di democratica cacca.

È la notte della Vigilia e una bimba di sette anni orfana, sporca, scalza, infreddolita, affamata, una randagia, se ne sta tutta sola seduta in Piazza Duomo a Milano a osservare i passanti intenti ad acquistare gli ultimi regali da mettere sotto l’albero, senza curarsi della sua solitudine e dei suoi inutili fiammiferi in vendita. Lavinia è allo stremo delle forze, non mangia da giorni, cammina con i piedi lividi dal gelo nella neve e i suoi abiti sono fradici, ci si mette anche un poliziotto che invece di cercare un modo per aiutarla le intima di allontanarsi se non ha con sé un valido permesso da commerciante ambulante... ma vi rendete conto?

Per fortuna arriva in soccorso un taxi a tutta velocità dal quale scende una Fata davvero strampalata, tutta pantofoline soffici, abiti di veli azzurri, cappello tempestato di stelline e bacchetta magica, un personaggio che sembra più una imbrogliona che una Fata-risolvi-problemi, ma ok, ragazzi... questo passava il convento, bisogna anche accontentarsi, o no? Fatto sta che dopo un primo approccio fatto di calci e pizzicotti, Lavinia e la Fata stringono amicizia e la questione del loro iniziale sospetto reciproco si risolve con un dono davvero speciale: un anello magico.

Un anello magico? Ma è fantastico! Finalmente Lavinia potrà usare la magia per scaldarsi, mangiare, trovare un riparo più confortevole, magari dei vestiti comodi, chissà forse anche una casa. Quindi, sentiamo un po’, come funziona questo anello? Qual è la formula magica per fare comparire tutto ciò che serve a Lavinia? Bè, mi spiace deludervi, ma non è tutto oro quello che luccica, e non è certo oro nemmeno il materiale in cui l’anello magico trasforma ciò che tocca... Lavinia se ne accorgerà molto presto, non appena le risulterà chiaro che per ottenere ciò che desidera dovrà imparare a maneggiare un formidabile potere, da usare con estrema cautela e sarà necessario giocare di astuzia, sfoderare la furbizia tipica di una protagonista non-esattamente-principessa di chissà quale regno incantato, quanto, e aggiungerei anche finalmente, di un'eroina sveglia e sicura di sé.

Ma attenzione, perché la magia e il potere possono dare alla testa, e allora sono davvero guai!

Non vi farò spoiler perché mi diverte molto immaginare le vostre facce stupite, schifate e divertite davanti alla scoperta della vera magia che nasconde l’anello. Quindi lascio a voi il piacere della sorpresa!

Ma... e di passaporte ne abbiamo? Ma certo, la stessa Bianca Pitzorno già ce ne suggerisce alcune nella
prefazione. 

Primo portale magico tra le storie più belle della letteratura mondiale è quello con il celebre Il Signore degli Anelli, romanzo epico high fantasy di J.R.R. Tolkien del 1954, ambientato nell’immaginario mondo delle Terre di Mezzo, con cui L’incredibile storia di Lavinia condivide la centralità narrativa del simbolo dell’anello magico.

Anche nel famosissimo Le Cronache di Narnia. Il nipote del mago, sesto libro della serie di romanzi fantasy per ragazzi di C.S. Lewis degli anni ’50 ambientati nelle incantate Terre di Narnia, protagonista è il potere di due anelli stregati.

E come dimenticare l’anello occulto finito nelle mani di Tom Orvoloson Riddle, il terribile Lord Voldemort, che aveva incastonato la Pietra delle Resurrezione, una geniale invenzione di J.K. Rowling nella saga di Harry Potter?

Ma mentre nei pluripremiati fantasy che hanno fatto sognare tutti noi di viaggiare attraverso le Terre di Mezzo, Narnia e Hogwarts, gli anelli avevano il potere di rendere invincibili, di trasferire chi li indossava in altri mondi, riportare in vita i propri cari defunti, la nostra piccola e simpaticissima mendicante in L’incredibile storia di Lavinia scopre nientepopodimenoche il segreto per manipolare la sostanza intrinseca degli oggetti... trasformandoli in qualcosa di... che dire, ben poco profumato!

E poi ovviamente non possiamo tralasciare la “passaporta” con La Piccola Fiammiferaia di Andersen del 1848 che ha come protagonista proprio una poverissima bimba orfana e mendicante che vagava per le strade al freddo e al gelo vendendo fiammiferi. Una storia di povertà e di morte, che si conclude con un finale davvero tragico, tipico delle favole dello scrittore danese che raccontava storie realistiche, drammatiche e disincantate.

A differenza della triste predestinazione toccata all'anonima fiammiferaia danese, per fortuna Lavinia è una protagonista del riscatto morale, della critica sociale e del rovesciamento del destino, e grazie alla sua determinazione e furbizia saprà sovvertire l’ordine delle cose e dare un bel calcio alla crudeltà di un mondo senza solidarietà, in cui l’egoismo e il consumismo regnano sovrani, regalando con generosità a destra e a manca ciò che alcune ignobili persone davvero si meritano.

Buona lettura e Buon Natale a tutti! 

Anna


Photo credit: @anna_bookfantasy

lunedì 16 maggio 2022

Recensione: "Resto qui" di Marco Balzano (a cura di Anna)

Buongiorno, lettor*!
Oggi Anna inaugura la nuova settimana con la recensione di "Resto qui", di Marco Balzano, un libro che narra di vicende realmente accadute e che lei conosce bene grazie ai racconti del padre. Scoprite la sua opinione e fateci sapere cosa ne pensate. A presto!

Resto qui
di Marco Balzano

Prezzo: 7,99 € (eBook) 11,50 € (cop. flessibile)
Pagine: 192
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 25 febbraio 2020

L'acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all'improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

Chi mi conosce già qui sul blog Coffee&Books sa che leggo solo, soltanto ed esclusivamente libri per bambini e ragazzi, ma mi è capitato tra le mani, per uno di quei casi fortuiti della vita, questo romanzo contemporaneo di Marco Balzano, vincitore di molti riconoscimenti tra cui il secondo posto al Premio Strega nel 2018 e ho dovuto leggerlo. Ora vi spiego perché. Durante questi ultimi anni di pandemia, in qualche modo costretti a fare i conti con la solitudine, la confusione e la paura, molti di noi si sono interrogati sul senso della vita, sull'importanza di valori come la libertà, la serenità, la realizzazione dei propri desideri, la famiglia, le radici... chi si è interrogato molto e ha scelto di condividere con me pensieri, dubbi, ricordi e speranze è stato mio padre, un uomo dalla spiccata sensibilità di 80 anni, orgogliosamente Alto Atesino, che ha riportato alla memoria e scelto di regalare alla nostra famiglia un racconto, pubblicato anche dal quotidiano Alto Adige, in cui ha raccolto i suoi ricordi di infanzia nel suo paese natale. Uno dei ricordi risalente all'epoca dei miei nonni paterni che mi ha sempre affascinata, fin da quando da bambina mio padre ci raccontava queste vicende come fossero delle favole, è quello relativo alla maestra del paese, Angela Nikoletti, la “maestra delle catacombe”. Angela naque a Magrè sulla Strada del Vino nel 1905, e nel 1914 la sua famiglia fu disgregata dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Fu accolta e cresciuta dalla zia che le permise di studiare e diplomarsi alla scuola magistrale nel 1926 diventando maestra. Nel frattempo, però, in tutta la regione, di madrelingua e cultura tedesca, il governo fascista ordinò di italianizzare la burocrazia, l’educazione, la religione, l’anagrafe e ogni aspetto della vita quotidiana, compresa la scuola. Fu proibito l’insegnamento in lingua tedesca e docenti italiani furono imposti in classi in cui né bambini, né familiari conoscevano la lingua italiana. Di nascosto, pena l'ammonizione del podestà e la carcerazione, in tutto l’Alto Adige vennero organizzate scuole alternative e segrete in lingua tedesca. Maestri del posto si mettevano a disposizione, rischiando in prima persona, e radunavano i bambini in aule improvvisate, con l’aiuto silenzioso dei preti che offrivano i locali sotterranei delle chiese e delle parrocchie, degli abitanti dei paesi che offrivano le stalle o le baracche nei pascoli, i sotterranei e le cantine dei masi. Angela “la maestra delle catacombe”, come tanti altri insieme a lei, fu arrestata e condannata al carcere, alla sorveglianza speciale della polizia per 5 anni e all’allontanamento dalla sua terra.

Quanta importanza hanno le radici per chi, come mio padre, come questi maestri e tutti gli abitanti di questa zona di confine, è nato e cresciuto in una regione che gli eventi storici hanno nel tempo trasformato
a loro piacimento. Un territorio in cui la guerra e la politica, in un passato nemmeno troppo lontano, hanno deciso in quale lingua si dovesse parlare, studiare, redigere i documenti, nominare le strade, persino italianizzare i nomi dei morti sulle lapidi dei cimiteri. Un’area i cui confini erano oggetto di scambio, in cui non era chiaro a quale nazione europea si dovesse appartenere, in cui le famiglie sono state messe di fronte alla scelta di restare e diventare veri italiani o partire e diventare veri tedeschi, dividendo le famiglie. Ecco ora potrete capire come, pur essendo nata e cresciuta lontana dall’Alto Adige, nelle mie vene scorra un orgoglioso sangue sudtirolese e come sia stato impossibile non leggere uno dei pochi romanzi ambientati nella terra di origine di mio padre, che narra proprio le vicende di una delle eroine delle favole della mia infanzia, una coraggiosa “maestra delle catacombe”.

Nell’Alto Adige degli anni ’20, Trina, una giovane maestra neo diplomata, sogna di diventare insegnante insieme alle amiche di infanzia Maja e Barbara, di crescere nel suo paese natale, Curon, di vivere la vita nella libertà delle corse nei prati e nei pascoli, spiando da dietro la finestra il passaggio dei ragazzi in strada, specialmente Erich, domandandosi cosa le riserverà il futuro. Ma l’Alto Adige è da pochi anni passato politicamente da territorio della Contea del Tirolo, regione dell’Impero Austro-Ungarico, a territorio italiano, come sancito dai trattati di pace della Prima Guerra Mondiale, e con la salita al potere del fascismo il Duce ordina l’immediata italianizzazione della regione escludendo tutti gli altoatesini di tradizione e cultura tedesca dagli uffici pubblici. Trina inizia a insegnare in una scuola clandestina non autorizzata dal governo e nel frattempo si sposa con Erich e diventa madre di Michael e dell'adorata Marica.

Il romanzo, scritto in forma di diario epistolare, è indirizzato proprio alla figlioletta Marica, che nel 1939, a pochi giorni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, viene rapita dagli zii paterni che, senza figli, scelgono di aderire alla proposta di Hitler rivolta agli altoatesini di unirsi ai popoli europei di lingua tedesca sotto il governo tedesco, con la promessa, mai mantenuta, di un futuro migliore. Per Trina e il marito è l’inizio della fine di una serenità familiare che la povertà, il duro lavoro, il gelido inverno delle montagne che entra nei corpi a ghiacciare anche i cuori, la coercizione culturale e la guerra non hanno mai regalato. Mai si riprenderanno da quell’allontanamento straziante, dal silenzio della bambina di cui non avranno più notizie e dalle tragedie familiari e storiche che investiranno la loro famiglia: il coinvolgimento forzato di Erich in guerra a combattere in Grecia, il suo ritorno in paese ferito, il tradimento ideologico del figlio Michael fervente sostenitore del governo nazista, la fuga sulla montagne verso la Svizzera come disertori, la fame, la paura, l’odio, la pistola in mano e il sangue dei tedeschi uccisi per difendersi, la morte degli amici, la perdita della speranza.

E quando gli americani liberano l’Italia e si può rientrare a Curon... la scoperta che, nel disinteresse generale di qualsivoglia governo, tedesco o italiano, nazista o fascista, nel disinteresse persino di Dio e degli stessi abitanti, stanchi di combattere per battaglie già perse, il vecchio progetto della diga più grande d’Europa e del lago artificiale destinato alla produzione di energia elettrica è stato approvato definitivamente. A nulla servirà la caparbietà di Erich e il sostegno intellettuale di Trina nel difendere il proprio territorio, le proprie radici. Curon verrà fatto esplodere e sommerso, addio ai prati in cui i bambini correvano a giocare, ai pascoli in cui si accompagnavano le pecore e le vacche, addio alle botteghe, alla chiesa, alle case e ai masi costruiti con la fatica del duro lavoro nei campi e nelle stalle. Eppure Trina ed Erich nemmeno davanti alla minaccia delle ruspe e degli escavatori, del tritolo pronto a fare saltare in aria le case, nemmeno davanti all’apertura delle paratie della diga, smetteranno di esclamare, forti e fieri: RESTO QUI.

Un bellissimo e toccante romanzo che narra vicende di vita vissuta, i drammi di una regione in balia degli eventi storici, la caparbietà e insieme la sensibilità di una donna che nella sofferenza trova la sua forza, gli avvenimenti di un paese diventato famoso in tutto il mondo grazie alla fierezza del suo campanile che ancora svetta determinato e orgoglioso dalle acque del lago che ha inondato la valle.

“Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse mai esistita”.

Una storia di vera resilienza e coraggio.

“Anche le ferite che non guariscono prima o poi smettono di sanguinare. La rabbia, persino quella della violenza inflitta, è destinata come tutto a slentarsi, ad arrendersi a qualcosa di più grande di cui non conosco il nome. Bisognerebbe saper interrogare le montagne per sapere quello che è stato.”


Anna


Photo credit: @anna_bookfantasy
Foto in bianco e nero: touringclub.it
Foto con libro e campanile: pixaby

mercoledì 23 marzo 2022

Recensione: "Dove sei, mondo bello" di Sally Rooney (a cura di Melz)

Buongiorno, lettor*! ^^
Oggi ritorna Melz con una nuova recensione dedicata alla sua amata Sally Rooney e il suo ultimo libro, "Dove sei, mondo bello", uscito per Einaudi. Una storia che parla un po' di tutti noi, assolutamente da conoscere. Scopritela nella recensione! ;)

Dove sei, mondo bello
di Sally Rooney

Prezzo: 10,99 € (eBook) 20,00 € (cop. rigida)
Pagine: 312
Genere: narrativa contemporanea
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 8 marzo 2022

Alice ha scritto due romanzi di enorme successo, ma per trovare compagnia deve andare su Tinder. Eileen lavora per una rivista letteraria, però non ci paga l’affitto. Simon ama da sempre la stessa donna, ma da sempre ne frequenta altre. Felix passa in birreria il tempo libero dal lavoro di magazziniere, ma la sua è una fuga. Alice, Eileen, Simon e Felix si parlano, si fraintendono, si deludono e si amano e, mentre attraversano il cerchio di fuoco dei trent’anni, si chiedono se esista davvero, al di là, ancora, un mondo bello in cui sperare. In un bar di un paesino irlandese sulle coste dell’Atlantico una giovane donna aspetta un uomo che ancora non conosce. Lei si chiama Alice e di mestiere scrive romanzi. «E ci fai dei soldi, giusto?» le chiede lui, il suo Tinder date, poco più tardi. Si chiama Felix e con la letteratura non ha niente a che fare; per vivere sposta merci in un magazzino gelido. Il loro primo incontro è un completo flop, eppure Alice, reduce da un crollo psicologico, lo invita ad accompagnarla nel suo prossimo tour promozionale a Roma. Dei soldi Felix non dovrà preoccuparsi, ci penserà lei, con i proventi di un lavoro che giudica «moralmente e politicamente inutile», il solo che voglia fare. Frattanto a Dublino la sua amica Eileen, come lei ventinovenne, per pochi spiccioli sistema la punteggiatura di articoli non suoi per una rivista letteraria su cui un tempo ha pubblicato un unico pezzo degno di nota, e per il resto scorre le pagine social dell’uomo che l’ha lasciata e cerca di rimettere insieme i cocci di ambizioni e speranze dimezzate mentre, ai margini del suo scontento, Simon, un consulente politico bellissimo e cristianamente promiscuo, chiede di essere guardato. Con Alice Eileen condivide la sensazione che «ci troviamo nell’ultima stanza illuminata prima delle tenebre, testimoni di qualcosa». Le vivide mail che le due donne si scambiano affrontano i temi della contemporaneità minacciata, dal contrasto fra la società dei consumi e la miseria della moltitudine al crollo della civiltà nella tarda Età del bronzo, dalla perdita del senso del bello con l’avvento della plastica agli effetti corrosivi della fama sulla cultura. Ma, mescolato all’armamentario pubblico dell’impianto intellettuale millennial, si fa strada proditoriamente, quasi felicemente, l’urgenza del privato desiderio. «Ecco che nel bel mezzo di tutto, con il mondo messo com’è, l’umanità sull’orlo dell’estinzione, io mi ritrovo qui a scriverti un’altra mail a proposito di sesso e amicizia. C’è altro per cui valga la pena vivere?» domanda Alice. Ci sono i corpi, in questa dimensione, ci sono il dissacrante, anti-cliché Felix, e l’accogliente, inarrivabile Simon, c’è perfino l’illusione di una comunione vivifica che sappia sciogliere i solipsismi. «E di cosa parlano, i tuoi libri?» vuole sapere Felix da Alice al loro primo incontro. «Oh, non so, disse lei. Delle persone».

Non un colpo di fulmine, quello tra me e Sally Rooney, ma che incredibile storia d'amore. Nonostante il suo primo libro non mi sia piaciuto, fui spinta a leggerlo da una forte curiosità, strana (a dir poco) per un autore che non conoscevo; poi ci furono Connel e Marianne e "Persone Normali" è diventato uno dei miei libri preferiti. Da un lato, quando uscì il nuovo libro, ebbi paura: sarebbe stato un ritorno alle origini, mi avrebbe delusa o l'amore sarebbe continuato? Complici le parole sul New York Times: "il libro più bello di Sally Rooney finora", ho deciso di scoprirlo...

"Dove sei, mondo bello", traduzione letterale dell'originale titolo inglese (sapete quanto odi quando stravolgono le cose senza bisogno), è un evoluzione di Persone Normali e parla proprio di questo. È la storia di Alice e del suo esaurimento dopo il raggiungimento del successo; è la storia di Felix e la sensazione di essere un fallito che lo porta ad avercela con chi ha fortuna; è la storia di Eileen e della sua costante paura di perdere chi ama; ed è la storia di Simon che brilla più del sole, ma è l’unico a non accorgersene. Sally ci porta ancora una volta nel mondo di persone caratterialmente distanti, un mondo esattamente come il nostro fatto di appuntamenti su Tinder, chiamate perse, conti in rosso, affitti così costosi che portano a condividere case con coinquilini a ventotto anni, lavori che preferiremmo non fare, ma che siamo costretti a fare perché le bollette non si pagano da sole. Vi è forse nuovo, almeno uno di questi argomenti? Il segreto del successo di queste storie è tutto qui: parlano di noi.

Alice ed Eileen si conoscono da tempo, da quando condividevano un appartamento ai tempi dell’Università, Simon conosce Eileen da quando era una bambina e Felix è un infelice appuntamento di Alice dopo essersi trasferita lontano da Dublino. Quattro storie di vita che si intrecciano in un nodo difficile da sciogliere. Vediamo per 3⁄4 del libro scambi di mail tra le due donne, intende a raccontarsi la vita e scambiarsi opinioni e idee. Già da qui la loro essenza si delinea, Alice è dura, Eileen più dolce, la loro amicizia sembra strana, particolare. Ma essere amici non è per forza tutto cuore, divertimento e affetto; forse l’amicizia è più profonda, complessa, e questo la Rooney lo sa, lo ripropone in ogni libro scritto da Frances e Bobby, a Connell e Marianne, pur essendo situazioni lontanissime tra loro. Quello che le lega è un legame così ben radicato nel loro cuore che non c’è bisogno di frivolezze, loro sono amiche, lo saranno sempre e ne sono a conoscenza. Tanto basta. Le controparti maschili sono, a loro volta, due poli opposti della bussola. Simon ha una salda morale e prega Dio, Felix si sfonda di erba ed è già tanto se crede di esistere egli stesso. Pur rimanendo estranei per quasi l’intero racconto, le loro interazioni sono singolari e piacevoli.

Punto cardine anche di questo romanzo, come in Persone Normali, è la non comunicazione. E leggendo è così facile pensare: “perché non glielo dici?” o “perché non sei più chiaro, come fa a capire cosa cerchi da lui/lei?”, ma noi lo facciamo? Siamo sempre davvero così trasparenti? Non credo. Quello che i quattro fanno (forse Felix meno degli altri, e dovrebbe farlo di più) è non parlare per non ferire (nel caso di Simon), lamentarsi di qualcosa per avere delle conferme (nel caso di Eileen) o non parlare per orgoglio (più nel caso di Alice che degli altri). Atteggiamenti, questi, che l’animo umano assume parecchie volte. Eileen è insicura, crede e afferma di non essere amata perché vuole (inconsciamente) farsi dire che lo è, per esempio. Molte persone lo fanno davvero. A volte, l’ho fatto anch’io, posso quindi biasimarla? I personaggi letterari della Rooney sono così veri che possono dare ai nervi, forse perché sappiamo che, leggendo, in quelle persone ci siamo anche noi e questo non ci sta bene. Sally non racconta una storia qualsiasi, ma la nostra storia. Se con Persone Normali lo aveva fatto con dei ragazzi durante il passaggio dell’adolescenza all’età adulta, ora ha fatto la stessa cosa con neo trentenni alla ricerca di una stabilità di qualche tipo. Questo a far comprendere che ad ogni età quello che cerchiamo è semplicemente essere sereni.

Eileen è il personaggio in cui più di tutti ho rivisto me stessa più volte ed è l’esempio lampante del fatto che siamo noi gli unici in grado di accendere la nostra stessa fiamma. Se non siamo noi, i primi a credere in noi stessi, non andremo da nessuna parte. Finiremmo per fare sempre le stesse cose e non osare mai. Questo riguarda anche Felix, ma lui lo fa in modo più sfacciato e antipatico (passatemi il termine). Eileen ha creduto di non poter scrivere un libro e non ce l’ha fatta, non ci ha nemmeno provato. Questo è un messaggio fondamentale.

“...più mi convincevo che anche solo cercare di scrivere un libro da parte mia sarebbe stato un gesto davvero penoso e spericolato, perché sono del tutto priva di spessore intellettuale e non ho idee originali; e poi per quale motivo l’avrei fatto? Solo per dire che lo avevo fatto? [...] se ci avessi provato sono sicura che avrei fallito, per questo non ci ho mai provato”.

Eileen, in generale, è una persona simil-cherofobica, spaventata dalla felicità e convinta che dietro ogni avvenimento felice ce ne sarà uno devastante dietro l’angolo, quando in realtà la felicità è l’unica cosa che desidera davvero.

Per quanto riguarda l’amore, ancora una volta si comprende che il campo sentimentale è una continua sorpresa, ma soprattutto è accettazione incondizionata dell’altro pur non condividendone idee e credenze. Simon non vuole per forza che chi lo ama lo accompagni a messa e questo è solo un misero esempio.

“se Dio volesse che rinunciassi a te, non mi avrebbe fatto quello che sono”

Sono convinta che tutte le lettrici di “Dove sei, mondo bello” saranno innamorate di Simon come lo sono io. Lui non è perfetto, ma ha un cuore immenso e una pazienza infinita (lasciatemelo dire). Simon è coraggioso, in un certo senso testardo, ma una persona buona ed è di questo che dovremmo innamorarci, della bontà, della gentilezza, di Simon. Sembra effettivamente che Alice e Felix mi siano piaciuti meno. In realtà, nonostante mi sia sembrato così per buona parte del libro per via delle loro uscite discutibili, alla fine ho capito. Felix ed Alice sono difficili, due casi psichiatrici (davvero), pieni di dolore, rancore, tristezza. Felix era ciò che serviva ad aprire Alice, e viceversa. Senza la spocchiosità di Alice lui non avrebbe ammesso niente, senza le domande fuori luogo di Felix, Alice non avrebbe ragionato quando tutto sembrava star cadendo a pezzi.

“Ti dico io cos’è: a tratti fai veramente la spocchiosa. Ma conosco altra gente che può essere così, e con loro non mi tange come con te. Se proprio devo dire, in realtà penso che è più perché mi piaci. Per cui quando ti comporti così mi dai sui nervi”.

Un elogio poi (come se finora non ne avessi fatti) va alla Rooney perché non ha paura di parlare di sessualità, impulsi sessuali femminili (perché sì, li abbiamo anche noi) e poi per aver parlato della ricerca del bello. Eileen dice che per un periodo della sua vita ha scritto su un taccuino ogni giorno un dettaglio sulla giornata trascorsa che le aveva fatto pensare che il mondo fosse ancora bello e finché lo faceva sempre più dettagli saltavano ai suoi occhi, quando smise, lentamente, niente sembrava più bello. Il punto è proprio questo: il mondo bello c’è, ma siamo noi che dobbiamo essere in grado di vederlo. Lui non si farà avanti da solo.

Consiglio questo libro? Se la scrittura della Rooney vi piace, sì, assolutamente. L’assenza di virgolette nei discorsi diretti e l’abuso, sempre in questo caso, delle virgole può risultare fastidioso e a volte si fa fatica a capire chi parla se non si presta la massima attenzione. In questo caso, evitate. Ma se questo non vi blocca, fatevi un favore e leggete questo libro.

Diedi a Persone Normali 5/5 e resta il mio libro preferito della Rooney, ma non posso dare a questo meno di 5 tazzine. Facciamo che all’altro do la lode? Grata a Sally per averlo scritto, grata a me per aver scelto di leggerlo.
Melz


Photo credit: @sonomelz


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